Francesco Pellegrini, il chitarrista degli Zen in tour (intervista)

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Quando ero piccolo, mia madre mi disse che, una volta cresciuto, avrei potuto essere tutto ciò che desideravo. In adolescenza le idee sul mio futuro erano tante ma mai avrei immaginato di poter finire a intervistare uno dei componenti della mia band preferita. Francesco Pellegrini, da Livorno, uno dei quattro volti degli Zen Circus e oggi impegnato in tour in solitaria per presentare al pubblico le sue canzoni, non ancora pubblicate (l’album uscirà in primavera) e tutte da scoprire nell’esperienza unica del live.

Francesco, innanzitutto grazie mille per l’intervista. Tu sei nato in una famiglia che trasuda musica, hai studiato fagotto, contrabbasso e sassofono. Dopo tutto questo popò di roba, perché il passaggio alla chitarra?
Sì, ho studiato molti strumenti perché in famiglia c’è questo brutto vizio di suonare tutto quello che ci passa davanti. Il sassofono l’ho studiato poco perché non mi era simpatico il maestro, mentre lo strumento che ho avuto modo di analizzare più approfonditamente è stato il fagotto. Per quanto riguarda il mio rapporto  con la chitarra mi verrebbe da dirti che io, in realtà, nasco chitarrista, non in senso accademico ma emotivo. Ho sempre suonato la chitarra, sin da ragazzino, componendo e suonando la chitarra con le band. Lo studio del fagotto è arrivato successivamente, a 22 anni, perché sentivo l’esigenza di approfondire lo studio di uno strumento a fiato.

Tu hai suonato nei Criminal Jokers e negli Zen. Ora, a 36 anni, dopo 20 anni nelle band, perché l’esigenza di un progetto solista?
Perché in tutte le band che hai citato ho sì dato il mio contributo nella produzione artistica ma non ho mai affrontato totalmente l’esperienza dell’arrangiamento di un brano. Capirai l’enorme differenza che c’è tra l’arrangiamento di una parte di chitarra e la costruzione di un intero brano che, tra l’altro, scrivi tu e, quindi, parla di te, del tuo vissuto. Diciamo che era un aspetto della musica che mi mancava, il poter esprimere tutto quello che ho dentro, perché in fondo le canzoni sono un veicolo molto forte per esprimere quello che si ha in testa.

Hai scelto di proporre un tour atipico, dando la possibilità, al pubblico, di ascoltare un intero album live, senza che quest’album sia ancora uscito. Una cosa che va contro le leggi del mercato universale, citando i Nobraino. Perché?
È stata un’idea nata per caso. Ne ho parlato subito con i ragazzi della Locusta Booking che si sono entusiasmati della cosa. Noi non sapevamo certo come sarebbe andata, ci aspettavamo di fare 5, 6 date ed invece, con enorme stupore, abbiamo toccato quota 30.  Sicuramente è un’idea pazza perché, come direbbe Ufo, io potrei salire sul palco, “scoreggiare” per un’ora e nessuno potrebbe dir qualcosa (ride, n.d.a.) . Il bello è questo, vedere il pubblico incuriosirsi di conoscere brani ancora totalmente nuovi, inediti.

Ascolta, com’è stata l’esperienza sanremese?
Sicuramente è stata un’esperienza emozionante ed è stato bello condividere quel palco con persone che provengono da un panorama musicale totalmente diverso dal mondo Zen. Col senno di poi, per me, è stata una bellissima esperienza televisiva, con i suoi pro e i suoi contro. 

Sei nato a Livorno che è una città di provincia e suoni in una band, gli Zen, che racconta spesso le esperienze della provincia. In un mondo ormai iperconnesso e globalizzato, cosa è rimasto della provincia?
Veramente tantissime cose. Mi tocca citare nuovamente Ufo quando dice che la provincia ci ha dato Cesare Pavese e i sassi del cavalcavia. La provincia molto spesso dà più delle metropoli dove tutto è più accessibile, proprio perché quando qualcosa è meno accessibile,ottenerlo è più gratificante. In Italia di provincia ce n’è tanta, è uno status mentale e, per me, è bellissima ed è da preservare.

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