Raphael Gualazzi: «Un privilegio partecipare a Sanremo. E basta litigare nel Mediterraneo»

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Raphael Gualazzi
@Flavio & Frank

Torneranno i cinema all’aperto e i riti dell’estate, ok, ma nel frattempo è ricomparso sulle scene anche Raphael Gualazzi a circa quattro anni dai suoi ultimi exploit in classifica.

La settimana prossima il jazzista urbinate sarà protagonista a Sanremo col brano Carioca (nella serata delle cover, invece, eseguirà in compagnia di Simona Molinari E se domani, l’evergreen portato al successo nel 1964 da Mina) in attesa che il 7 febbraio esca il suo nuovo, atteso album Ho un piano, comprensivo delle due canzoni del Festival più altri nove pezzi totalmente inediti.

Raphael Gualazzi

Il Raphael Gualazzi odierno, con tanto di camicia vintage anni ’70 e occhiali tondi a specchio, trasuda serenità, soddisfazione per aver concepito un altro disco dei suoi (quindi elegante, variegato, colto ma anche squisitamente pop) e toni pacati nell’affrontare il presente.

Ne fa fede la seguente chiacchierata con una piccola postilla-video (la trovate in fondo all’intervista) sulla tragica scomparsa di Kobe Bryant. Perché sì, Raphael da giovane ha masticato pure un po’ di basket marchigiano prima di farsi male ad un dito e, su consiglio del suo maestro, optare definitivamente per lo studio del pianoforte. Un ricordo lieve e misurato, com’è nella sua natura di apparire poco sui social.

Raphael nel 2011, all’epoca della tua vittoria tra i Giovani con Follia d’amore , definisti Sanremo una sorta di “reality”. Nel frattempo ci sei tornato altre due volte (2013 e 2014) e tra pochi giorni farai poker. Sempre dello stesso parere oppure ti sei vaccinato alle stravaganze mediatiche del Festival?
Beh, essendo questa la mia quarta partecipazione, sono più conscio di quello che andrò ad affrontare. Una situazione che resta per me un privilegio dato che non ho mai creduto al concetto di gara applicato alla musica.

Un privilegio e anche una gioia?
Sì, suonare un pezzo come ‘Carioca’ di fronte ad un pubblico televisivo così numeroso è un qualcosa che non può che rendermi felice. Anche perché noi italiani a volte sottovalutiamo l’importanza di tale audience. Quando vado ad esibirmi in Francia i miei colleghi transalpini mi chiedono sempre: “Ma è vero che a Sanremo fate quindici milioni di spettatori a sera? Da noi queste cose non succederebbero mai…”

Perché proprio Carioca sul palco dell’Ariston? Nel tuo nuovo disco c’è un brano dai forti connotati rossiniani — Italià — che tratta il tema dell’immigrazione. Non ti sarebbe piaciuto presentare un pezzo più legato agli aspetti sociali?
Sanremo è un momento importante per la nazione, lo guardano in milioni e io, onestamente, ci sarei andato con qualsiasi canzone contenuta in “Ho un piano”. Certo, la decisione finale è spettata al direttore artistico (Amadeus. NDR), quindi ben venga la scelta di “Carioca”.

Carioca non è esattamente una “canzonetta”…
Esatto. Si tratta di un mix tra una base urban con forti influenze latin jazz. Più un uso del pianoforte che deve molto alla musica afrocubana tramite la tecnica del “montuno”, vale a dire una forma di ostinato.

Italià invece… 
Quello è un melodramma giocoso ispirato al genio di Gioacchino Rossini con un cantato che ricorda le melodie di Georges Brassens e, di conseguenza, il nostro De André. Le liriche sono forti visto che trattano dei litigi dei politici europei. Litigi scatenati dai flussi migratori che giungono dall’Africa. La mia idea? Restituire finalmente qualcosa indietro a quei popoli visto che il colonialismo è stata una invenzione francese. Non puntare più il dito contro, ma provare a collaborare.

Torniamo a Sanremo 2020: come ti trovi a interagire col cast di questa edizione? Pensi che la musica italiana sia migliorata o peggiorata rispetto al 2014, anno della tua ultima partecipazione al Festival?
Mah, artisti eterogenei all’Ariston ce ne sono sempre stati, ma una varietà come quella di quest’anno… Siamo davvero in tanti! (ride)

24 canzoni in gara nella serata del venerdì e altrettante in quella del sabato. Troppe?
Non dipende da me; e comunque mettetevi comodi perché sarà una spettacolo bello lungo…

Chi è Raphael Gualazzi all’alba di questo nuovo decennio?
Un artista dalle percezioni divise. Nel senso che in Italia passo per un musicista pop con influenze jazz mentre all’estero (Francia, Germania, Inghilterra, Giappone ecc.) mi vedono come un jazzista e basta.

Un bel dilemma.
Ecco perché per registrare Ho un piano mi sono circondato di cinque produttori (Dade, Mamakass, Stabber, Fausto Cogliati e Federico Secondomè. NDR). Non volevo fare un disco jazz tout court perché la musica mi piace in ogni sua forma. Stavolta ho optato per richiami al pop, alla musica urban, al soul di Bill Withers che colora “Broken bones”, alla psichedelia di “Vai via”, addirittura a Rossini…

Quattro anni di assenza dalle scene e poi torni con Ho un piano. Solo ironia oppure…?
Sì, il doppio senso c’è; nel senso che senza pianoforte, queste melodie non sarebbero mai nate. Ma per “piano” intendo anche la progettualità che, col tempo, è diventata sempre più indispensabile per chi fa questo mestiere. E la mia progettualità è stata innanzitutto quella di trovare i produttori giusti.

Il nuovo tour che parte a fine aprile come te lo immagini?
Con un buon 70% di “Ho un piano” in scaletta più diversi classici e qualche cover ad hoc che potrebbe materializzarsi a seconda del mood del momento. E poi musica. musica, musica live. Sette professionisti che amano suonare dal vivo con i loro strumenti e senza ricorrere a sequenze pre-registrare. In fondo è musica dal vivo… mica dal morto! (ride)

A proposito di musicisti: mi sono sempre chiesto cosa potrebbe accadere se ti chiudessi una settimana in studio con mostri del jazz quali Dave Weckl, Stanley Clarke, Mike Stern e Randy Brecker più te al piano. Forse l’album “fusion” dei sogni…
Eh, recentemente ascoltavo un disco anni ’80 della Vanoni (Ornella &… del 1986. NDR) e sono letteralmente sbiancato a vedere i jazzisti che suonavano in quell’occasione con lei: Lee Konitz, George Benson, Steve Gadd, Herbie Hancock, Ron Carter ecc. Ma erano altri tempi…

Vuoi dire che quell’epoca è definitivamente tramontata?
A meno che tu non sia milionario! (ridacchia) Voglio dire: chiamo Weckl a suonare ed è inevitabile che non ci rientro con le spese visto che oggi la musica viaggia in streaming, mica su supporto fisico. Però ammiro quei ragazzi che vanno controtendenza: e sono tanti, credimi. Quelli che ascoltano a fondo le cose e non conoscono la brutta usanza dello skip selvaggio…

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Le date del tour 2020 di Raphael Gualazzi:

26 aprile – Senigallia (Teatro La Fenice)
27 aprile – Bologna (Teatro Duse)
5 maggio – Roma (Teatro Brancaccio)
7 maggio – Torino (Teatro Colosseo)
14 maggio – Milano (Teatro Arcimboldi)
19 maggio – Bari (Teatro Petruzzelli)

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