Dario Brunori: l’Ulisse che è in me – Intervista

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Dario Brunori, in arte Brunori Sas, non è il primo cantautore che sceglie di rimanere a vivere nel suo paese di origine. È una pratica comune quella di rinunciare alla città in favore della provincia e, magari, proprio del paesino. Quando gli si chiede perché, la risposta è talmente semplice ed evidente da lasciare quasi interdetti: perché a lui casa sua piace, risponde, ci sta bene. E probabilmente anche perché nella sua San Fili — quel posto in cui ogni strada è un crocevia conosciuto e ogni sorriso è sincero e ha qualcosa di familiare — può permettersi il lusso di accantonare per un po’ Brunori Sas, che gli somiglia tanto ma non lo racconta per intero, ed essere semplicemente Dario.

La semplicità, la genuinità e l’autenticità che lo contraddistinguono, sono da sempre le sue armi vincenti. Lo ha dimostrato l’immenso successo ottenuto da Cip!, il nuovo album di inediti che da più di due settimane è in cima alle classifiche di vendita FIMI. Lo hanno dimostrato le tappe sempre super partecipate del Parla con Dario, un format insolito che ha visto il confronto diretto con il pubblico e il cui nome, dice con la sua solita ironia, rende evidente lo stato di megalomania che ormai lo caratterizza.

E lo ha dimostrato soprattutto l’ultima data di questa serie di incontri, riservata a Cosenza. La città che per una sera è diventata Itaca e ha accolto il “suo” moderno Ulisse. Lo stesso che le sirene della metropoli pronte a tentarlo le ha ascoltate, eccome. È partito, ha studiato e si è circondato delle persone giuste, dotate delle competenze di cui aveva bisogno per la sua crescita umana e professionale. Ha “rubato” altrove, con umiltà e tanto lavoro, ciò che gli serviva imparare e poi, proprio come l’eroe omerico, è tornato a Casa.

Una casa che lo ha premiato con immenso calore e partecipazione, nonostante la pioggia e qualche inconveniente che è costato ai fan accorsi dal primo pomeriggio un po’ di attesa non prevista fuori dai cancelli del Teatro Auditorium dell’Unical di Cosenza. Ma l’affetto e l’orgoglio del pubblico che è arrivato da ogni provincia della Calabria sono stati più forti di qualsiasi intoppo. I protagonisti, oltre a Dario, sono stati applausi, sorrisi e qualche lacrima emozionata.

Dario si racconta attraverso le domande del suo pubblico. Parla di paura, dice che l’unico modo che conosce per sconfiggerla — quando ne ha — è affrontarla di petto e buttarsi. Parla di Cip! e lo descrive come un disco che non vuole mai essere sinonimo di rassegnazione o consolazione: «Piuttosto — dice — ho imparato a capire che quando mi trovo davanti a qualcosa che non mi piace devo mettercela tutta per provare a cambiarla. E se proprio non posso, devo imparare a convivere con l’idea che è così e non posso soffrirci. Ogni tanto va bene lo stesso. Accettazione sì, ma non rassegnazione».

Nella data cosentina del Parla con Dario i membri della Sas sono quasi tutti in sala e quando li vede, Dario non nasconde la sua emozione. Rispondendo alla domanda di un fan che gli chiede com’è essere il Brunori Sas di oggi, dice che ogni tanto gli fa ancora strano trovarsi sui palchi importanti ma che guardarsi intorno e vedere accanto a lui le persone che ci sono sempre state lo rende felice «Perché io so da dove siamo partiti».

Dario sorride e per gran parte della serata indossa una sciarpa rossoblu al collo. Ogni tanto, tra una risposta e una canzone, rivolge lo sguardo a una fila in alto che raccoglie volti per lui conosciuti («c’è tutto il mio DNA presente stasera»). Una battuta per sua madre — «Non ti ho ancora dedicato una canzone perché, in realtà, sono tutte per te!» — e una a per Francesco, il nipotino che è ufficialmente il secondo Brunori artista in famiglia e che ai brani dello zio pare preferisca quelli dei rapper. Poi però sale sul palco e anche lui lascia un bigliettino nell’urna per “parlare con Dario”.

«Solitamente gli artisti mantengono la famiglia fuori dalle scene, sono riservati, io ormai li coinvolgo sempre più!» tuona Brunori, che ammette quanto fosse preoccupato per questo incontro, forse un po’ di più che negli altri casi. «Perché quando sono qui a casa per qualche evento sono sempre un po’ in ansia. Invece grazie a tutti, mi sono davvero scialato!» dice ritirando fuori, proprio sul finale, tutta la sua calabresità.

Alla fine, come canta in Al di là dell’Amore, è andato tutto bene: si è divertito lui e si è divertito il suo pubblico. Magari perché, in territorio bruzio, Brunori Sas lascia sempre un po’ di spazio in più a Dario. Anzi, a Dariù!

Poco prima dell’evento che ha coinvolto i fan, lo abbiamo incontrato per farci raccontare proprio del suo rapporto con la terra che lo ha visto nascere. Di seguito l’intervista:

Siamo in Calabria, a casa tua, a Cosenza dove hai scelto di chiudere i Parla con Dario. Ma concluderai in Calabria anche il prossimo tour (a Reggio Calabria). È una sorta di “ciclo che si chiude” riservare alla tua Regione gli ultimi appuntamenti?
Assolutamente sì. Cerchiamo sempre di chiudere qui. E mi piace quest’idea, è proprio una questione mia psicologica: so che c’è l’ultima data e poi sono a casa, non devo fare un altro viaggio. C’è un Ulisse in me.

Nel corso della tua carriera ti è capitato di cantare la provincia o il paese. E quando lo hai fatto, hai sempre avuto la capacità di non cadere nel racconto “provinciale” in senso negativo. Come pensi di esserci riuscito?
Non so, da una parte forse perché non faccio e non ho mai fatto l’apologia della provincia. Io in provincia ci sono cresciuto, la amo ma — come per tutte le cose che si amano — sono anche critico quando serve. E anche perché la provincia spesso ti dà un tempo di decantazione e di noia. Di quella sana noia, come spesso dico, che dal punto di vista creativo per me è stata d’aiuto. D’altronde il mio lavoro consiste anche in una sorta di fuga dalla realtà. Probabilmente se non fossi nato qui e non avessi avuto la necessità di sviluppare un’immaginazione, perché intorno non vedevo quello che avrei voluto vedere, non avrei scritto nel modo in cui scrivo: per immagini. Penso di potermi definire, come si definisce Franco Arminio, paesologo e non “paesano”. Essere paesologo vuol dire riuscire ad apprezzare alcune realtà e ciò che esse riescono a conservare, come la visione del tempo e l’idea che ci sia ancora – nell’antico – qualcosa da preservare che è capace anche di raccontare l’oggi. E poi io vivo anche un amore per la contemplazione e per la natura: la cosa che mi piace molto del posto in cui sto è che ci sono altre creature e c’è la montagna che respira che per me è molto importante. Tanto che proprio nel mio ultimo disco, più che nei precedenti, penso di raccontare il mio rapporto con ciò che mi sta intorno e che non ha a che fare in maniera diretta con la vita degli esseri umani e basta. E poi, ripeto, non ho mai visto l’orgoglio della calabresità in senso esclusivo, sono orgogliosissimo delle mie origini ma critico quando ce n’è bisogno.

Proprio questa tua obiettività e questo amore che riesce a farti vedere anche ciò che non va, ti hanno fatto scrivere anche delle canzoni di “critica” sulla Calabria. Tra queste ce n’è una bella forte che si intitola Don Abbondio (A casa tutto bene). Come è nata?
Quella canzone è stato il primo pezzo che ho scritto tra quelli di A casa tutto bene e l’ho scritta in un momento di grande amarezza. Da una parte sentivo forte l’esigenza di iniziare a parlare di alcune cose che mi amareggiavano, dei “temi sociali” e dall’altra avevo a che fare con il mio modo di essere che quasi mi bloccava. Io non sono uno che nella vita ha gridato per farsi sentire, ho un carattere più moderato. Ma è stata l’amarezza il motore di tutto quel disco. In alcuni casi sono rimasto, nel corso del pezzo, con un certo tono — come in Don Abbondio — in altri ho cercato di guardare oltre e vedere il positivo. Don Abbondio in particolare è nato da un’esigenza molto semplice: constatavo come la condizione del mare in cui io sono cresciuto e mi sono bagnato per molti anni della mia vita, fosse pessima. E quando pensi che ci sono persone che decidono di inquinare le acque in cui poi andranno a fare il bagno i propri nipoti, figli, cugini, inizi a pensare a un’idea di degrado – non solo ambientale – ma anche di un’umanità che sta completamente perdendo la consapevolezza di se stessa. In quel brano cercavo di sottolineare come questa volta, anche il Don Abbondio che è in me (che non mi sono mai reputato non un cuor di leone), volesse, almeno con una canzone, stimolare ad agire quelle persone che hanno un’attitudine all’azione. E poi volevo parlarne e incitare al racconto, visto che ormai di questi danni non si parla neanche più.

Hai raccontato che Cip! è un disco calabrese. In che senso?
Perché racconta lo sguardo che ho io sulle cose. In questo disco c’è tanto di uno spirito contemplativo che io ritrovo in tante persone che conosco qui in Calabria e che mi ricorda quello dei monaci che sceglievano di vivere in questa regione, in solitudine. E non era un caso: un territorio così montuoso, con le comunità piccolissime e frammentarie, lontane l’una dall’altra si presta a questo genere di cose. Questa idea di solitudine necessaria per rivolgere lo sguardo verso il mondo secondo me è anche sinonimo di osservazione degli altri. E noi calabresi spesso veniamo scambiati per diffidenti ma non è così: siamo degli osservatori. Magari in alcuni casi l’osservazione poi può anche nascondere diffidenza, in altri casi invece magari nasconde paura. Ma io penso che solitamente il calabrese non fa il primo passo proprio perché noi siamo un popolo abituato all’osservazione, non ad agire per primi. Io rivedo tanto questa caratteristica in me, anche nel mio modo di scrivere. La mia, penso, non sia una scrittura che invade.

Quindi Cip! è forse l’album che ti ha avvicinato di più alla vita che fai qui in Calabria ma è il primo disco in cui non la nomini mai esplicitamente. Come mai?
Mi hanno fatto notare questa cosa. In molti hanno detto che ormai che “sono famoso” non parlo più della Calabria. In realtà non è così. È che penso proprio che in questo album parlo di cose diverse, ma in generale. È sicuramente un disco più in aria, che guarda al cielo ed è anche un disco proprio più spirituale. Come dicevo, ho guardato, se si può dire, alla terra nel suo insieme e non avrebbe avuto senso parlare di storie specifiche. C’era anche un pezzo che ho scritto, ma poi ho tenuto fuori, in cui raccontavo alcuni momenti del mio percorso di vita. E ovviamente quando racconti una cosa tua, racconti anche del posto in cui sei stato. Ma stavolta sentivo la necessità di dare uno sguardo di insieme. Di uscire, non dalla Calabria, ma proprio dal racconto di una vicenda ben collocata in uno spazio e in un tempo precisi. Cip! non è un disco di attualità stringente, ci sono ovviamente dei riferimenti all’attualità, ma non sono i temi portanti del disco. È come se avessi voluto guardare a un tempo più dilatato. Forse a un non-tempo, non te lo so dire. Volevo in qualche modo emancipare quello che cantavo da questi concetti ben delineati di spazio e tempo.

In questo disco quindi sei rimasto un po’ fuori dagli schemi di spazio tempo in maniera voluta. Ma in generale nella tua carriera quanto pensi che i tuoi luoghi ti abbiano influenzato?
Io cerco sempre un legame con i miei posti, spesso in maniera ironica (basti pensare ai cappellini del merchandising con scritto San Fili utilizzati nello scorso tour– ndr). Penso che tutto ciò che vivi ti influenzi e potrei dire che la mia modalità di esprimermi in scrittura e musica e anche nel modo anche in cui mi muovo sul palco e con il pubblico è figlio della mia terra. Ma è figlio a sua volta di una terra che contiene tantissime differenze. È questa la cosa interessante. Io sono figlio di un genitore calabrese, mia madre, e di mio padre che era romagnolo: sono un ibrido in una terra che è già ricca di ibridi. Il cosentino ad esempio musicalmente risente tanto del napoletano, anche quella è un’influenza. Io poi ho vissuto in due posti dove esistono delle minoranze linguistiche, quella arbëreshë a Santa Caterina Albanese e quella occitana a Guardia Piemontese. Quando io dico che in me c’è un condominio interiore è perché ho vissuto una terra ricchissima in realtà e di contraddizioni seppure in paesi molto piccoli dove ti aspetti un’omogeneità di fondo.

Chi ti fa questa domanda è una calabrese che non ha ancora trovato risposta: ci vuole più coraggio ad andarsene o a restare?
Secondo me alla fine entrambe le scelte sono coraggiose. E non lo dico per il mio spirito democristiano, ma perché ho fatto tutte e due le cose: sono partito e sono rimasto in momenti differenti della mia vita. Dipende molto dal tempo e dalla stagione della vita in cui la scelta si fa. Tanti anni fa è stato coraggioso andare via perché avevo 18 anni e due fratelli che mi avevano preceduto all’Università ma erano rimasti a studiare a Cosenza. Io ero il primo ad allontanarmi ed ero il più piccolo. Questo può rendere evidenti tutte le paure dei miei genitori ma anche le mie. Poi andavo non solo a studiare ma anche a suonare e ricordo sempre i miei che mi accompagnavano in questa scuola di musica. Non che sia stata una scelta chissà quanto complicata, lo fanno in tanti, ma per me in quel momento era utile e coraggioso uscire dalla mia comfort zone. Adesso per me è coraggioso rimanere. A questa età che potrei tranquillamente decidere di vivere altrove, in un contesto anche più comodo e più facile, preferisco restare qui. Perché mi piace. E non lo vedo nemmeno come un gesto eroico e particolarmente coraggioso. Anzi, a volte vedo anche che c’è una sorta di paura da parte mia: ho paura che uscire fuori da un contesto in cui so come funziono, mi possa disorientare. Sicuramente fare questo mestiere mi fa avere la fortuna di girare e vedere tanto e questo mi permette anche di vivere meglio il mio tornare a casa. Ma non è che stia fuori poi tutto questo tempo, anzi. L’anno scorso, ad esempio, sono stato molto qui: voglio mantenere questa visione di Brunori che è comunque un po’ ozioso.

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