Murgia Vs. Levante. Polemiche sterili per artisti “funzionali”

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Murgia Vs. Levante

Come ogni anno, dopo le consuete polemiche su Halloween e sul Natale giungono puntualissime le polemiche su Sanremo. Tuttavia quest’anno la situazione si è fatta particolarmente interessante quando (con colpevole ritardo) un po’ tutti si sono resi conto che il re è nudo, c’è un problema con la rappresentazione femminile: è un dato di fatto.

Le dichiarazioni del conduttore sono state la scintilla che ci ha portato a sviscerare l’intero carcassone alla ricerca del marcio: dopo il rogo mediatico al maestro di cerimonie, ci si è dedicati alla caccia selvaggia e indiscriminata di testi incriminanti per gli artisti, e poi giusto poco fa si è deciso di fare processi sommari nei confronti delle dichiarazioni degli artisti. Il sistema patriarcale è oggettivamente una bestia tanto feroce quanto subdola e illusoria, un po’ Pazuzu dentro Linda Blair, un po’ Keyser Söze in quel commissariato. È un dato oggettivo che spesso viene minimizzato al grido di “Gomblotto!” per poi smistarlo nello scatolone mentale in cui releghiamo NoVax, terrapiattisti e fan di Ultimo. La manipolazione può essere contrastata sul momento, è il retaggio culturale a essere difficile da sconfiggere, il fatto che “le cose sono sempre andate così” o il semplice non rendersene conto.

Ora, tra le macerie delle polemiche portate dall’uragano Sanremo, qualcuno si aggira per sciacallare notorietà, per insabbiare la presenza di uno schema dando addosso ai singoli o occasionalmente entrambe le cose: se Amadeus è l’incarnazione suprema del male patriarcale, allora possiamo benissimo accollargli anche i nostri peccati e risultare splendenti. Riconoscere il sintomo è fondamentale per debellare la malattia, ma tale affermazione non significa certo che basta un Oki per porre rimedio a un infarto.

Ma quella polemica è stata trattata fin troppo a lungo (e fin troppo bene qui ). Sono i cerchi nell’acqua che si susseguono a creare terreno fertile per incomprensioni e per dita puntate, e l’attacco di Michela Murgia nei confronti di Levante ne è un esempio: a seguito delle dichiarazioni in cui la cantante si professava dalla parte delle donne ma contraria alle quote rosa in quanto “il posto va meritato, non dato per forza”, la scrittrice ha preso la situazione in mano e spiegato all’Internet i motivi per cui Levante è amica del patriarcato. Il discorso che segue circa il divide et impera sistematico che dona contentini a un numero ridotto di donne per tenerne a bada altre è solare, traballa un po’ quando insinua involontariamente (?) il dubbio che a questo punto anche “il merito” sia illusorio ma si riprende in fretta e lancia la bomba: il sistema “sottovaluta o nega in partenza il merito delle donne”, correlandolo di numeri inattaccabili;“7 donne su 83 rettori, 4 donne su 24 membri del CSM, due sole direttrici di quotidiani in Italia” sembrano diventare automaticamente un corollario alle sole 5 donne su 22 al Festival di Sanremo, anzi, citando testualmente: «Se su 22 cantanti ci sono solo 5 donne, il fatto può avere solo due spiegazioni: o le donne cantano peggio degli uomini… o qualcuno ne è convinto», per poi concludere con una chiosa che non lascia spazio a dubbi: «Se vuoi far reggere un sistema misogino in eterno, infila una donna in ogni selezione. Sarà lei a difendere il sistema dicendo alle altre, io ci sono e sono brava, forse quindi siete voi che non ci avete provato abbastanza. Oggi, cara Levante, quella donna funzionale sei stata tu».

Privo dell’interesse o del desiderio di fare l’avvocato della difesa di Levante, che non credo meriti l’etichetta di utile idiota al servizio del maschilismo, e di voler sminuire in toto un discorso che mette in risalto delle criticità palesi ma presta il fianco a misinterpretazioni oltre che ad aprire inconsapevolmente uno spiraglio su altri meccanismi, vorrei concentrarmi su alcuni punti fondamentali. Partiamo dall’inizio: ok, se sei contraria alle quote rosa sei il nemico delle donne, tuttavia se fai parte di una data selezione sei probabilmente uno specchietto per le allodole? Come se ne esce? Se riesci a compiere qualcosa vivi nell’illusione di essere brava perché in realtà sei una marionetta e servi solo a tenere a bada e non a ispirare?

Davvero, come funziona?

Perché mi sembra che quello descritto nell’arringa finale sia esattamente la descrizione del sistema delle quote rosa denigrato dall’artista vittima del lavaggio del cervello della società. A questo punto, sarebbe interessante sapere effettivamente come uscire da tale conundrum. Il concetto alla base è fondamentalmente lapalissiano: il sistema patriarcale non è a uso e consumo esclusivo degli uomini così come il femminismo non riguarda soltanto le donne.

Cristallino.

La quota rosa è una brutta soluzione necessaria come transizione ma di certo non definitiva né assoluta, il suo effetto collaterale mina automaticamente l’idea di valore aggiunto e merito e non sostituisce il pregiudizio precedente bensì ne aggiunge altri. È un tema con diversi pro e altrettanti contro, ad alcune persone può andare bene il compromesso, altre preferiscono lottare e basta. Entrambe sono lecite, entrambe sono giuste ed entrambe rientrano pienamente nel diritto di autodeterminazione per cui si lotta: l’equità si dovrebbe ripercuotere sulla società intera e portare beneficio equilibrando e colmando le differenze senza necessariamente mettere in ginocchio chi la pensa diversamente. Di solito, i problemi complicati non hanno soluzioni estremamente semplici.

L’altro punto è relativo alla contestualizzazione della scena musicale come campo equiparabile a quotidiani, università e altri organi in cui diciamo i criteri di valutazione del rendimento seppur non sempre coerenti sono perlomeno ascrivibili ad aree di competenza un po’ più oggettive. Se sei più bravo di me in X campi è giusto che tu sia il mio superiore in tali campi a prescindere da genere, etnia, orientamento (l’unica discriminazione accettabile è quella basata su gusti musicali e cinematografici). Poi esistono altri campi dove, fortunatamente, i criteri hanno un respiro molto più ampio: se la qualità della musica fosse unidimensionale avremmo dovuto fermarci anni fa.

Dire che sole 5 cantanti su 22 siano una scelta dettata dalla misoginia o dal sottovalutare le capacità canore delle donne, è non tanto una cialtronata quanto indice di miopia giustificabilissimo per persone il cui rapporto con l’ambito in questione è tuttalpiù superficiale. Se da un lato verrebbe da citare Moretti, dall’altro bisogna riconoscere che, in virtù dell’assioma dell’orologio rotto, ci si è scontrati con la punta di un iceberg sommerso molto più grande e differente. Più che un iceberg parlerei di una pinna di un Lovecraftiano Dagon, dato l’atavismo del problema e la distinzione tra percezione e realtà, ma questi sono dettagli.

E dai dettagli partiamo: partecipazioni al Festival di Sanremo.

Per una questione di rapidità, disponibilità e anche temporalità, prendiamo gli artisti che vi hanno partecipato per almeno 10 edizioni (su 70): su 22 partecipanti 9 di questi sono donne, ai quali vanno aggiunti giocoforza i Matia Bazar raggiungendo un rapporto estremamente bilanciato sui protagonisti. Considerando inoltre lo span temporale che per gran parte dei soggetti si è estende fino ai 2000 inoltrati, non parliamo di exploit circoscritti né di ruoli da comparsette. Essenzialmente, le donne su quel palco hanno comunque avuto il loro rilievo e, nonostante si parli di tempi e mentalità differenti, sono state una costante piuttosto importante.

Ma ovviamente il discorso può essere tacciato di una forsennata ricerca dell’eccezione o di aperta contraddizione con le idee pre espresse, per dimostrare che così non è prendiamo un altro campione che ci porterà alla radice di tutti i mali: i partecipanti dell’ultima decade (il primo che apre la polemichetta circa il fatto che “gnè gnè gnè la decade finisce nel 2021” lo prendo a badilate) di Festival e facciamo la conoscenza di una sindrome espansasi in maniera molto più estesa del Coronavirus.

La sindrome di Mia Martini.

La cantante femminile in Italia ha bisogno di una voce pulita, si presta alla struggente canzone d’amore in cui si mostra potente e fragile, a volte gioca con l’ascoltatore, a volte è potente e maestosa, spesso sembra uscita dalle pagine di un Boiardo, è eterea? Sì. È materia? Abbastanza. Schiavi dell’immagine della cantante da palco importante e mentalmente fissi su un’immagine che non è mai davvero pop e non è mai davvero sofisticata, abbiamo trovato la formula vincente a bassa manutenzione: innamorati di un’estetica più che dell’identità effettiva ci piace avere “more of the same” in perfetta ottica capitalistica, domanda e offerta in perenne equilibrio tra loro ma anche una forma rudimentale della Locura di Borisiana memoria.

È patriarcato? Sì, no, entrambe!

Probabilmente il veleno alla fonte è figlio di una visione vetusta e anche viscidella, redditizia il giusto da essere esportato in altri ambiti man mano attraverso il controllo di ciò che è nuovo e il suo inglobamento. Torniamo un secondo ai freddi dati: vi sfido negli ultimi dieci anni a trovare una partecipante a Sanremo (ma anche nelle grandi distribuzioni musicali) che abbia portato in scena un’opera estranea alla ballata triste, pezzo ggggiovane poppariello, hit estiva. La nostra comunicazione è abituata a trattare Gianna Nannini come un’anomalia e la rivoluzione, ma di che cosa stiamo parlando? La nostra distribuzione usa Baby K come ariete da sfondamento dando l’idea che questo è il “rap” che appartiene alle donne e tende a mettere costantemente una serie di ragazzette evidentemente prive di cognome e/o fantasia fornendo loro robettine da minimo sindacale che titittlino le orecchie senza pretendere troppo.

Meh.

Mi sembra suboptimale come minimo. E allora perché ci sono così tanti uomini? Perché considerati più credibili quando portano rap (ammansito o “pittoresco” che sia), robette sperimentali, addirittura pezzi parlati (quando è stata l’ultima volta che abbiamo sentito un pezzo parlato cantato da un’artista?), quando portano altre robette sperimentali ma più cafone, ma anche quando portano scompiglio e provocazione o anche del sano e puro cringe (dalla qualità effettiva di Elio e le storie tese al disagio e la sofferenza causati da Emanuele Filiberto o Mandelli).

Dall’altra parte dell’Oceano una ragazzetta che non potrebbe neanche ordinare una birra per ragioni anagrafiche ha appena scritto la storia vincendo per la prima volta i 4 Grammy principali, una ragazzetta che ha spaccato ogni canone e idea, l’equivalente musicale di Marina Abramovich nel bene e nel male. La scommessa ha pagato, ha probabilmente più premi e riconoscimenti che anni.

Dove ci sono forze incontrollabili ma alcune (poche) cose lasciano il libero arbitrio, è giusto essere quelli che dicono “Io ce l’ho fatta perché sono stata particolarmente brava” sapendo anche che per giungere lì hai dovuto faticare il triplo di un’altra persona privilegiata. Certi schemi si spaccano poco alla volta, anche la mera preferenza di genere si prostra alla mercé delle masse e della rappresentanza, se si lotta per prenderselo il posto presto ne giungeranno altri.

Una persona che ce la fa ha la sua facoltà di scelta, può mettere le barricate o può spianare la strada per gli altri. Il merito non sempre è un contentino o un’illusione, soprattutto in un mondo sempre più innamorato degli eroi comuni, sempre più affascinato dall’underdog. Se sei brava e ce la fai, dillo agli altri e digli che è fattibile, che ce la faranno insieme a te.

Sì, vaffanculo, sii un dannato esempio e rivolta il tutto dall’interno.

Danton non è diventato deputato per tenerlo buono ed è stato ghigliottinato proprio da altri come lui. È una di quelle cose che si vincono uniti, non dandoci contro ad canis mentula perché le cose non vanno come dico io. In un mondo di Elettre Lamborghini siate ANCHE Margherita Vicario.

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