La Brexit e i Beatles, mondi alla rovescia

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Alla fine gli Inglesi se ne sono andati, abbandonando l’Europa inseguendo le sirene di Farage. Meglio soli che male accompagnati, hanno pensato in maggioranza dimenticando quando la forza economica del Paese era rappresentata dalla sua capacità di guardare fuori, di indicare stili di vita, di musica, di pensiero in Europa e nel mondo. I Beatles furono fatto baronetti perché avevano risollevato le casse del Paese vendendo dischi in tutto il mondo. Il beat, il blues, la swinging London, la psichedelia, il rock, erano lo specchio della nuova generazione, aperta al mondo e decisamente pacifista. Una illusione, certamente, ma che ha prodotto la più grande serie di ondate culturali e musicali che la storia ricordi.

Pensiamo alla Londra aperta degli anni Sessanta, l’amore per il jazz, la passione per il blues, le centinaia di ragazzi che affollavano i locali dove si suonava musica nera e derivati, ragazzi che poi si sarebbero chiamati Cream, Led Zeppelin, Colosseum, Rolling Stones, Manfred Mann, Jethro Tull, Yardbirds, Animals e quasi tutti i nomi della leggenda rock. Ma non solo. C’era una straordinaria apertura al mondo, alla musica indiana, complice Ravi Shankar, alla sperimentazione, al nuovo. Qui trovò terreno finalmente fertile Jimi Hendrix per la sua rivoluzione chitarristica. Qui trovò attenzione Bob Marley e il suo reggae, qui nacque il punk e si affermò il prog dei Genesis e di mille altri, come Soft Machine o Pink Floyd, qui venne Bob Dylan a insegnare parole e imparare suoni e altre cose. Londra era una città aperta, meta di chiunque in Europa o altrove, volesse trovare la propria strada.

E lo sapeva.

Mi ricordo del 25 giugno 1967 quando quasi ogni tv nel mondo era collegata per uno show che avrebbe sperimentato per la prima volta la trasmissione in mondovisione, grazie ai satelliti. Armstrong non pensava neanche di poter un giorno andare sulla Luna. L’avrebbe fatto due anni dopo. Il programma si chiamava Our World e collegò in contemporanea ventisei paesi del mondo, ciascuno dei quali offrì un contributo. I britannici scelsero i Beatles. A George, John, Paul e Ringo fu chiesto di scrivere un pezzo appositamente, senza fare promozione al loro album capolavoro Sgt. Pepper uscito solo poche settimane prima. Scrissero così,c n la consueta velocità All You Need Is Love una canzone-inno all’amore universale di cui tutti hanno bisogno. Ad ascoltarli c’erano più di 350 milioni di persone. John Lennon ci mise un paio di settimane a produrre quello che la BBC voleva: un brano semplice, comprensibile e con un linguaggio universale.

Il produttore George Martin spiegò poi che l’arrangiamento voleva dare un senso di internazionalità, mescolando alla canzone parti strumentali che richiamavano la Marsigliese francese (gli ottoni introduttivi), la musica tedesca di Bach, il jazz, il folk e altri elementi riconoscibili.

Erano gli anni della Londra hippy, delle registrazioni in studio a cui presenziavano e partecipavano amici di ogni tipo, in libertà. Così furono invitati e presenti i Rolling Stones Mick Jagger e Keith Richards, il chitarrista Eric Clapton, il batterista degli Who, Keith Moon, il cantante degli Hollies, Graham Nash, pronto a unirsi agli americani Steven Stills e David Crosby per uno straordinario trio a cui a Woodstock si sarebbe aggiunto Neil Young.

I Beatles si presentarono circondati da amici, cartelli, corone di fiori, seduti su sgabelli vestiti da hippies.

Fu la celebrazione della loro rinascita dopo l’addio ai concerti, ma anche l’ultimo atto felice della loro carriera insieme perché la morte di Brian Epstein due mesi dopo li lasciò di fatto senza una guida e un catalizzatore di tensioni, aprendo la strada a un periodo di confusione, scontri, insoddisfazioni e, tre anni dopo, di strade separate e rancori.

Il loro mondo, quello documentato nel 1967, non c’è più, tutti ormai ormai capaci solo di guardarsi indietro e non avanti, l’uno contro l’altro. E l’Inghiterra è tornata forse a essere un’isola lontana.

Giò Alajmo

(c) 2020

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.

1 COMMENTO

  1. Un bel modo per ricordare ciò che si era, ciò che quella cultura è stata capace di creare. Io purtroppo non l’ho vissuta.
    Complimenti!
    È heartbreaking leggere i commenti del sindaco di Londra e del governo scozzese che “subiscono” questa Brexit.
    Vedremo chi avrà avuto ragione, ma ci vorrà del tempo…

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