Da Sanremo agli Oscar: tutti i modi per fare un bel rumore

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Volevo guardare la notte degli Oscar in diretta, seguire il red carpet, ascoltare le interviste, fare un po’ di gossip sulle coppie – nuove o consolidate – che arrivavano al Dolby Theatre di Los Angeles. Mi sarebbe piaciuto davvero vedere la luce negli occhi dei candidati e scorgere i sorrisi soddisfatti o increduli sui volti dei vincitori. Ma dopo 25 ore di Sanremo (e pochissime di sonno) nell’arco di 5 serate, non ci sono riuscita. Lo ammetto, ha prevalso Morfeo!

Ho recuperato però in mattinata. Appena acceso il telefono ho aperto Instagram e ho visto come prima immagine sul mio schermo Brad Pitt con in mano la statuetta dell’Oscar vinto. Il premio è meritatissimo per la sua interpretazione memorabile dello stuntman Cliff Booth nel nono film di Tarantino, C’era una volta…a Hollywood. Ma tanto, Brad, sei così bello e iconico che avresti anche potuto recitare la lista della spesa, il bugiardino della Tachipirina o leggere il Cantico dei Cantici come ha fatto Benigni a Sanremo…fosse dipeso da noi, l’Oscar te l’avremmo dato lo stesso!

Ironia a parte, dopo la foto di un emozionato e raggiante Pitt, ho letto chi erano gli altri premiati, ho guardato tutti gli outfit delle star e ho ascoltato i discorsi pronunciati dal palco da cui quest’anno sono partiti tanti riferimenti alla famiglia. Meraviglioso e dolcissimo è stato quello della migliore attrice non protagonista (per Storia di un matrimonio) Laura Dern che ha tuonato: “Si dice che non bisognerebbe mai conoscere i propri eroi, ma se uno ha la fortuna di averli come genitori, come Diane Ladd mia madre e Bruce Dern mio padre, è il massimo!”. Estremamente tenero anche quello dello stesso Brad Pitt che dopo aver salutato Quentin Tarantino e Leonardo Di Caprio e avere idealmente condiviso con loro il premio, ha parlato dei genitori e dei figli: le radici e i frutti della sua esistenza dedicata al cinema.

Durante il mio spulciare curioso però, mi sono soprattutto accorta che, in fondo, il nostro Sanremo e la cerimonia più importante di Hollywood e quindi – artisticamente parlando – del mondo, quest’anno hanno avuto più di una cosa in comune. Più immagini e parole mi scorrevano davanti agli occhi e più nella mia mente si facevano largo tre coppie di artisti che, a loro modo, hanno saputo lanciare – nell’arco delle due kermesse – più o meno gli stessi messaggi.

Rula Jebreal e Natalie Portman

Sarà forse per deformazione professionale ma – anche quando si tratta del Festival della canzone italiana, e quindi della celebrazione della musica, o durante la serata in cui il protagonista dovrebbe essere il cinema – io mi faccio sempre conquistare soprattutto dalle parole. Quelle di Rula Jebreal, ad esempio, che sul palco dell’Ariston è stata una gigante. Una spanna più in su rispetto a tutte le altre co-conduttrici che hanno affiancato Amadeus nel corso delle 5 serate. Ha raccontato con evidente commozione ed estrema delicatezza un’esperienza di vita difficile. Ha parlato di donne e libertà. Dell’importanza di riuscire a essere ciò che si vuole e, magari, di sapere che alcune battaglie considerate femministe sono condivise anche dagli uomini. Perché non esistono passi indietro ma solo passi in avanti, da fare insieme. Ha combattuto, di fronte a due leggii – uno bianco e uno nero –, la sua personale guerra contro la violenza sulle donne e in dieci minuti di monologo ha zittito mesi di polemiche inutili e strumentali che si erano create intorno al suo nome.

Le parole sono state anche le protagoniste nella notte degli Oscar di Natalie Portman. In particolare quelle ricamate in oro sulla cappa nera disegnata da Dior che l’attrice ha deciso di indossare. Anche lei, a suo modo, si è schierata a favore delle donne. I ricami golden che ha portato con fierezza sulle spalle citano infatti i nomi di tutte le donne che quest’anno avrebbero potuto rientrare tra i nominati della categoria migliore regia ma non c’erano. Forse proprio perché donne e prese meno in considerazione dall’Academy e dall’industria cinematografica in genere. Si tratta di Lorene Scafaria (Le ragazze di Wall Street), Lulu Wang (Una bugia buona), Greta Gerwig (Piccole donne), Mati Diop (Atlantique), Marielle Heller (Un amico straordinario), Melina Matsoukas (Queen & Slim), Alma Har’el (Honey By), Celine Sciamma (Ritratto della giovane in fiamme). La Portman è una paladina della causa del gender equality: già lo scorso anno, premiando il miglior regista, aveva esclamato “E adesso andiamo ai nominati…tutti maschi!”. Quest’anno ha fatto il bis in una maniera originale e incisiva che, di certo, non è passata inosservata.

Achille Lauro e Jane Fonda

Achille Lauro il suo festival di Sanremo l’ha vinto eccome. È arrivato ottavo e, onestamente, non penso si aspettasse un posizionamento migliore. Ma ha raggiunto il suo scopo: far parlare di sé e del messaggio che voleva lanciare. Per 4 volte ci siamo chiesti “chissà cosa farà, chissà come sarà vestito stasera”. Chi ha considerato i suoi abiti alla stregua dei costumi del carnevale di Viareggio, forse non è riuscito a coglierne appieno l’essenza e il messaggio: ogni outfit aveva una sua storia e una motivazione e il cantante di Me ne frego ha lasciato che fosse il suo corpo a raccontarla. Ha indossato, ogni sera, i panni (artisticamente ed esageratamente rielaborati da Gucci) di un menefreghista celebre e positivo per esaltare un unico concetto: la libertà. È stato San Francesco, che si è spogliato delle ricchezze terrene per dedicarsi alla religione e alla solidarietà o Ziggy Stardust, uno degli alter ego di David Bowie, simbolo di assoluta libertà artistica, espressiva e sessuale. È diventato poi la marchesa Luisa Casati Stampa che ha dedicato la sua esistenza all’arte da mecenate e performer e infine Elisabetta I, la regina che se n’è fregata di convenzioni matrimoniali, ha sposato solo l’Inghilterra e ha combattuto per la libertà del suo popolo.

A parlare con il corpo agli Oscar ci ha pensato invece un’altra provocatrice rivoluzionaria: Jane Fonda. Lei il suo me ne frego l’ha urlato per tutta la vita e ha continuato a ribadirlo per cinque venerdì consecutivi. Quando, nei mesi scorsi, è stata arrestata per aver sostenuto le proteste a favore delle cause ambientaliste, con addosso il suo cappotto rosso. Proprio quel cappotto, l’ultimo capo d’abbigliamento che ha promesso di comprare in favore dell’ambiente, se l’è portato sul palco e lo ha tenuto in mano fino a qualche istante prima di annunciare e premiare il miglior film (Parasite). Non solo, ha deciso di indossare gioielli ecologici e solidali e alla notte più fotografata di Holywood si è presentata con addosso un abito riciclato, già utilizzato durante la cerimonia di apertura al festival di Cannes nel 2014. Che dire? Ai grandi come lei per lanciare alcuni messaggi, non serve nemmeno parlare.

Diodato e Joaquin Phoenix

Arriviamo infine al paragone tra chi i premi più importanti li ha vinti sul serio. Nel Festival degli eccessi, a trionfare (primo posto in classifica, premio della critica e premio della stampa) è stata la classe e la delicatezza di Diodato. Da sempre schivo, da sempre composto e riservato, sul palco come nella vita. Nell’arco delle puntate ci ha regalato una cover di 24.000 baci che è una perla rara, perché saper cantare la canzone di qualcun altro, facendola propria con un arrangiamento nuovo ma riuscendo a non stravolgerla, è una dote che non tutti gli artisti possiedono. Ma soprattutto, con un inedito intenso e bellissimo, è riuscito a raccontare la storia di tanti, partendo dalla sua. La timida ammissione dei riferimenti alla sua ex Levante nel testo di Fai rumore, poi, hanno definitivamente conquistato il pubblico. La sua canzone parla d’amore, è chiaro, ma anche di seconde possibilità. Come quelle che si può concedere una coppia che non sta più insieme ma continua a conservare il rispetto per ciò che è stato e coltivare l’affetto che resta trasformandolo quasi in amicizia. È possibile essere presente nella vita dell’altro e farsi sentire anche quando una storia finisce. Di certo, però, la frase più bella il vincitore del Festival della canzone italiana, l’ha pronunciata durante la conferenza stampa nella notte di sabato, quando ha dedicato la vittoria a Taranto. La sua città natale in cui “c’è bisogno di fare rumore”. L’ILVA, la gran parte dei tarantini che in quello stabilimento vedono contemporaneamente lavoro e morte e sono davanti a un bivio in cui devono scegliere in che modo continuare a sopravvivere. I danni alla salute della gente e a quella dell’ambiente causati dalla fabbrica e il silenzio delle istituzioni. Il vincitore di Sanremo non ha fatto nessun vero riferimento esplicito a tutte queste cose, ma non ce n’è stato bisogno: nel momento del trionfo il pensiero è andato alla sua casa e alla sua gente e il perchè è stato da subito chiaro per tutti, come un silenzioso rumore.

Di seconde possibilità ha parlato anche Joaquin Phoenix nel suo discorso dopo essere stato premiato come miglior attore protagonista per il suo Joker. Ha ringraziato tante persone presenti in sala al momento del suo speech per avergli dato un’altra chance nonostante lui in passato sia stato un pessimo collega e una persona difficile che di errori ne ha commessi parecchi. Anche lui, come Diodato, è un antidivo schivo e riservato che non ama i riflettori e il gossip. Anche lui come Diodato quest’anno ha fatto incetta di premi (prima dell’Oscar il Golden Globes) e anche lui come Diodato ha parlato a suo modo d’amore omaggiando, commosso, suo fratello scomparso in giovanissima età. Ha attraversato in pochi minuti diversi temi caldi ricollegandoli a un solo filo conduttore, quello dei diritti: “sia che parliamo di disuguaglianze di genere o di razzismo o dei diritti delle comunità LGBTQ o dei diritti degli animali o delle persone native, parliamo comunque di diritti, parliamo di lottare contro l’idea che una razza, una nazione o una specie sia dominante, abbia il diritto di dominare o di sfruttarne un’altra impunemente”. Nel suo discorso però ha soprattutto sostenuto la bellezza e l’importanza del supporto reciproco e della ricerca condivisa della redenzione. Perché è in quel momento – ha spiegato – che viene fuori il meglio dell’umanità.

C’è una cosa che ripeto spesso a me stessa e agli altri e in cui credo ogni giorno di più: molte volte l’arte sa arrivare dove la politica, e i potenti della terra, non riescono ad arrivare. Grazie quindi a Sanremo 2020 e gli Oscar 2020 che, come un pugno di poesia nel mezzo di una grigia contemporaneità, me l’hanno dimostrato ancora una volta.

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