Carlo Verdone racconta “Si vive una volta sola”: «È un inno alla vera amicizia»

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Si vive una volta sola, in uscita nelle sale il 26 febbraio, è la nuova commedia di Carlo Verdone, al suo ventisettesimo film da regista, il quale ancora una volta ci regala una radiografia dei nostri tempi e uno spaccato del presente attraverso il suo sguardo acuto, dissacrante e sempre originale.

Protagonista del film, girato interamente in Puglia, un quartetto di medici, eccellenti tanto nella professione quanto nel partorire scherzi spietati, soprattutto se la vittima di turno è l’amico Amedeo. Durante un viaggio on the road nel Sud d’Italia, i quattro amici vivranno un’esperienza indimenticabile, con un colpo di scena che lascerà  un segno indelebile nelle loro vite.

Nel cast insieme a Verdone ci sono Rocco Papaleo, Anna Foglietta, Max Tortora, Sergio Muniz, Mariana Falace.

Al Museo M9 di Mestre si è svolta la conferenza stampa di presentazione della pellicola, con la presenza di Verdone, Anna Foglietta e Rocco Papaleo.

Dopo la proiezione del trailer prende la parola l’attore e regista, che quest’anno festeggia 40 anni di carriera cinematografica, iniziando il racconto dall’esordio con Un sacco bello per arrivare fino a quest’ultimo Si vive una volta sola.
Carlo Verdone: Questo è il mio 27simo film. Pensando ai miei esordi con Un sacco bello del 1980 mi sembra veramente di aver vissuto più vite, perché quel lontano 1980 a Roma mi sembra un altro luogo, un altro spazio, un altro tempo, un altro Verdone. È passato velocemente ma nello stesso tempo sono cambiati i colori della mia città, sono cambiati i colori dell’Italia, i costumi, i gesti, è cambiato tutto.
Una volta, nella prima parte della mia carriera, io costruivo i miei film su dei personaggi, poi piano piano anche per questioni di voler dimostrare qualcosa di più al pubblico li ho messi da parte e ho iniziato a pensare prima ad una storia e poi a inserirci il personaggio adatto, ma non caratterizzato. Poi sono tornato alla caratterizzazione nel 1995 con Viaggi di nozze e l’ho chiusa definitivamente nel 2008 con Grande grosso e Verdone, un film voluto dai miei fan, che addirittura hanno scelto il titolo. Quello è stato l’ultimo e non ritengo di dover fare ulteriormente altre caratterizzazioni perché il tempo passa, la maschera cambia e non voglio essere ricordato come un attore patetico che cerca il passato.
Dopo gli ultimi due film in cui ho lavorato insieme ad Antonio Albanese (L’abbiamo fatta grossa, n.d.r.) e ad Ilenia Pastorelli (Benedetta follia, n.d.r.) avevo una grande voglia, un grande bisogno di tornare a un film corale. Ho sempre avuto una grande attenzione al film corale e penso che nella mia carriera siano venuti sempre bene, perché mi piace dirigere gli attori, mi piace seguirli. Il mio primo film corale è stato Compagni di scuola e fu un’impresa veramente titanica, però da là ho capito che avevo anche un forte amore per la regia e soprattutto per l’esaltare i miei compagni di lavoro, allora quando Giovanni Veronesi mi ha portato questa piccola idea iniziale di Si vive una volta sola ho deciso di prendere la palla al balzo. Quando durante lo sviluppo del soggetto abbiamo cominciato a pensare a chi potevano essere gli altri attori che potevano affiancarmi  devo dire che subito abbiamo pensato ad Anna come strumentista, a Rocco come anestesista e a Max Tortora come aiuto chirurgo. La fortuna poi ha fatto sì che questi tre ottimi attori avessero il tempo libero per dedicarmi due mesi e girare questo film.
Che cos’è questo film? È la storia di una grande amicizia, di un’equipe chirurgica molto brava, piena di talento, molto professionale, a cui si affidano anche grosse personalità, addirittura il Papa si fa operare da loro. Ma tanto bravi e tanto talento hanno nel loro lavoro quanto allo stesso tempo le loro vite private sono veramente disastrate, perché alla fine, come spesso avviene, sono piene di solitudine. E ognuno dei personaggi ha il suo genere di problemi: chi ce li ha sentimentali, chi ce li ha sia sentimentali che economici, chi ha un rapporto molto difficile con una figlia avuta in un “incidente di percorso” con un’infermiera, come nel mio caso, chi crede di avere una famiglia perfetta in cui tutto va bene ma in invece in realtà tutto va male.
Tutte queste difficoltà, queste fatiche delle nostre vite private verranno fuori quando saremo costretti a fare un viaggio. Dico costretti perché c’è un evento un po’ particolare che riguarda uno di noi che ha un referto medico estremamente preoccupante e così decidiamo di fare questo viaggio, lontano da Roma, perché così magari riusciamo a dirgli la verità in un clima più disteso, però poi in questo viaggio accadono tante cose e tanti colpi di scena.
Questo gruppo compie un errore, secondo me: oltre a lavorare insieme si frequentano anche nella vita privata e alla fine questa amicizia diventa esagerata e rischia di usurarsi. Loro stanno bene tra loro perché parlano, si confrontano e ognuno bene o male conosce i problemi degli altri, però alla fine quest’amicizia diventa troppa e a un certo punto si comincia anche a uscire dai binari.
Visto che il lavoro che fanno i personaggi è molto duro, ovvero aprire e chiudere le persone continuamente, un po’ per stemperare il lavoro e e un po’ per stemperare le preoccupazioni privati diventiamo un po’ dei goliardi e cominciamo a prendere di mira il più mite dell’equipe chirurgica, che è l’anestesista, il Dottor Lasalandra, alias Rocco Papaleo. Il povero Rocco viene quindi fatto nero in continuazione perché dà anche soddisfazione, visto che si arrabbia ma non più di tanto, quindi gli facciamo delle cose terribili, ma in fondo è un modo un po’ infantile per esorcizzare le responsabilità di un lavoro duro e i nostri problemi.
Poi però quando verrà fuori questa notizia tutte le dinamiche cambiano… e mi fermo qua, perché poi dovete in qualche modo vedere il film, valutarlo e anche divertirvi alle varie sorprese che ci sono durante il racconto.
Nonostante la mia passione per la medicina mi sono dovuto far spiegare tutto da un chirurgo vero che ci ha seguito durante le riprese e che mi ha insegnato come usare le forbici, il bisturi, come mettere i punti, qualche informazione sull’anestesia, eccetera. Devo dire che siamo stati molto precisi e molto professionali.
È stato veramente un cast meraviglioso, abbiamo lavorato nel migliore dei modi e non potevo trovare di meglio: sia Anna che Rocco che Max sono stati dei compagni di lavoro ideali. Io volevo fare un bel film, tornare alla coralità anche con una buona regia e credo di esserci riuscito. È stato un lavoro faticoso più di concentrazione, perché quando c’è di mezzo la risata e nello stesso tempo la malattia devi avere un grande senso della misura ed essere molto molto equilibrato, altrimenti puoi distruggere un film facendolo pendere eccessivamente da una parte o dall’altra, invece questa è una commedia.
Una commedia che poi è un inno alla vera amicizia, che oggi è una parola davvero abusata, ma in fondo tutti noi abbiamo bisogno dell’amicizia. Coi social tutti speriamo di avere 5.000, 10.000, 700.000 amici che poi in realtà sono tutti virtuali, mentre la vera amicizia è quella fisica, e quel tipo di amicizia scarseggia in un mondo che si ritira sempre a casa davanti a uno smartphone oppure a un computer.

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Rocco Papaleo: Io sono solito dire che ci sono film belli, film brutti e poi ci sono i film di Verdone, che sono una cosa un po’ a parte per noi che osserviamo il cinema sia come spettatori che come artefici e siamo cresciuti con i suoi film, che hanno scandito un po’ la nostra esistenza.
Da qualche sera faccio un esperimento nelle presentazioni: elenco tutti i film di Carlo davanti al pubblico proprio per creare questa suggestione e dare il senso alle persone di quanto la sua cinematografia faccia parte della nostra storia. Naturalmente per un attore consumato come me, diciamo agli sgoccioli, aver avuto questa opportunità prima di appendere la maschera al chiodo è una gran cosa. È stato proprio un privilegio essere dentro un suo progetto, recitare accanto a lui, essere in contatto così stretto. A latere di questo aver avuto anche altri compagni con cui ero già in ottima relazione è stato ovviamente un plusvalore.

Anna Foglietta: Il mio è un personaggio interessante proprio perché è l’unica donna all’interno di questo quartetto dove gli altri tre sono tutti maschi e lei cerca di essere alla loro altezza non sgomitando, non imponendosi più di tanto. Le viene molto naturale essere da spogliatoio e le riesce bene, soltanto che a livello sentimentale è un disastro totale, ha la sindrome opposta, cioè diventa praticamente la mamma che accudisce il proprio uomo e quindi crea una serie di errori uno dietro l’altro che poi sfoceranno sempre nella delusioni del rapporto. Però è interessante proprio come lei si confidi con questi colleghi come se fossero degli amici, e questo è un elemento di grande modernità del film, dove viene dato per scontato il rapporto di amicizia sincera e vera tra uomo e donna.
È stato bello essere in un film di Carlo Verdone, che oltre ad essere il re della commedia è proprio un analista, che riesce ad analizzare e a precedere, a precorrere i tempi, a cristallizzare e a fare un fermo immagine di quello che succederà, gli dà una forma, come ha già fatto in passato. I suoi personaggi sono sempre stati antesignani di un sentire comune, e quindi essere in un film di Carlo è come se mi avesse dato l’opportunità di entrare un po’ nella storia del cinema, perché lui è la storia del cinema, è un autore che unisce tutte le regioni: da Trieste fino alla Sicilia vanno a vedere il film di Verdone perché è un evento, quindi sono proprio orgogliosa e fiera di essere in un suo film.

Nel film l’amicizia che lega i quattro personaggi è una sorta di medicina dell’anima che colma le mancanze della loro vita privata?
Verdone: L’amicizia è in realtà una medicina importantissima, soprattutto in tante patologie che vanno dagli attacchi di panico ai momenti di fragilità, di ansia, di insicurezza.
Quanto fa di più un buon, vero amico, piuttosto che un cocktail di medicinali? I medicinali fanno, intendiamoci, però un amico se è veramente amico ed è una persona intelligente è un riferimento molto importante. L’amicizia è tutto.
In genere queste persone, che sono così fragili, sono persone che soffrono anche molto di solitudine, non hanno veramente un punto di riferimento solido. Chi non ha amici è purtroppo destinato a vivere in un mondo di morti, perché la vita è fatta per condividere, dalla musica a uno spettacolo, il parlare, provare la stessa emozione,ed  è una cosa bellissima ed importante.
Siamo fatti per condividere, non per essere dei monaci solitari.

Nei tuoi film corali quante volte ti sei trovato in situazioni in cui ci sono siparietti tra gli attori o magari ti sei dovuto trovare proprio a calmarli?
Verdone: Ti dicono una cosa: quando incominci a fare la prova e incomincia ad esserci il silenzio della troupe tutti diventano dei soldati e nessuno scherza più. Cambia anche la mia faccia, indosso la faccia del regista, cambia la faccia del direttore della fotografia, della segretaria di edizione, tutti cominciano a guardare la scena e a vedere come si sviluppa e a prendere appunti. A quel punto l’attore sa che non c’è più nessun tipo di spazio per voli pindarici o altro, deve stare sul pezzo, quindi c’è serietà massima.
Possiamo aver qualche volta improvvisato delle cose o al momento o durante una prova, e quando questo succede è anche un sintomo del fatto che il film sta andando bene e che lo sentiamo, però in genera quando si sta per girare tutti entriamo in massima concentrazione e sei troppo focalizzato a far bene il tuo ruolo, oltre al fatto che di fronte a 50-60 persone non puoi metterti a fare siparietti.

Dopo 27 film che bilancio fai della tua carriera e cosa cerchi adesso nelle storie e nei tuoi personaggi?
Verdone: Cerco qualcosa che non ho mai fatto, qualcosa di nuovo, e ho l’impressione che mi concentrerò sempre di più sui film corali, perché dopo 43 anni, se ci mettiamo anche i 3 anni di teatro, ho fatto tanti film da protagonista insieme ad attori e soprattutto attrici, però ora ho voglia di condividere. Non dico di fare un passo indietro ma di fare un passo insieme. È una necessità che ho, una voglia, un desiderio, sennò non avrebbe più senso.
A meno che non esca fuori un’idea, un soggetto talmente bello, talmente importante, ma dubito che possa essere un soggetto comico, dovrebbe essere un film meno comico e più intimo, magari anche un po’ drammatico o tragicomico, però in questo momento io mi sento di voler lavorare sempre di più con altri attori e cercare di costruire storie sempre più corali.
Per quello che riguarda il bilancio è stata una corsa fantastica, fatta con tanta forza, tanta energia, tanta salute e tanta fortuna, perché spesso la salute è anche un colpo di fortuna. In questo lavoro prima ancora del talento ci vuole una cosa: la salute. Se non c’è quella puoi avere tutto il talento che vuoi ma non vai da nessuna parte. Salute significa reggere, resistere, non avere momenti di depressione o se ce li hai superarli subito, perché non c’è niente di peggio per un attore di cadere in un malessere depressivo che ti porta a distaccarti dal mondo, dagli uomini, dalle persone, dalla gente, quindi non saresti più in sintonia con loro.
È stato un viaggio fantastico e continua ad esserlo, non so ancora per quanto, ma sento che la missione è quasi compiuta e l’ho fatta nel migliore dei modi.
Poi è chiaro che in una carriera ci sono dei film che riescono molto bene, altri bene, altri invece potevano riuscire meglio, però penso tutto sommato che sia giusto così, perché spesso anche da un film minore trovi la forza e l’energia di fare poi uno scatto maggiore, proprio perché magari il pubblico si aspettava di più, anche se non credo di aver dato mai fregature al pubblico, quello francamente no. Ci può essere stata nostalgia su certi determinati film, però bisogna anche pensare che io devo cambiare e se sono durato così tanto e continuo a durare è perché ho sempre sterzato: dai personaggi sono passato al personaggio unico, poi alla commedia più raffinata come Io e mia sorella, poi al film corale con Compagni di scuola, poi al sociale con Perdiamoci di vista, al sentimentale con Al lupo al lupo, poi di nuovo i personaggi con Viaggi di nozze, la mitomania con Gallo Cedrone, eccetera.
Ho cercato di raccontare questi decenni a mio modo, nella mia maniera e penso di averlo fatto sicuramente con onestà, poi è il pubblico a dire quello che gli piace di più, quello che gli piace di meno, però non mi rimprovero niente, sono stato un gran lavoratore.

Notoriamente sei anche un grande appassionato ed esperto di musica. Qual è il tuo rapporto con le colonne sonore? Come scegli le canzoni?
Verdone: Le scelgo a seconda dell’emozione che mi danno. In genere c’è qualche brano svelto come all’inizio di Benedetta follia, dove ho messo addirittura un pezzo di Joe Bonamassa che oggi è considerato il miglior chitarrista vivente di rock-blues, però ho sempre cercato dei brani intensi, lenti, che creassero un’atmosfera.
Molti di questi mi hanno dato anche un suggerimento nella scrittura di una sequenza oppure nella scrittura di un finale di un film. Ad esempio la voce di Scott Walker in Stay With Me Baby è stata la canzone che mi ha fatto scrivere il finale di Maledetto il giorno che t’ho incontrato; Heartbeat di David Sylvian e Sakamoto mi ha fatto immaginare il bagno di Asia Argento paraplegica nella piscina del Foro Italico di notte in Perdiamoci di vista; World Citizen, sempre di David Sylvian, in Io, loro e Lara accompagna la scena quando la Chiatti fa la sexy cam.
Ci sono delle musiche, delle voci che mi hanno molto aiutato e hanno esaltato anche la sequenza, aiutandola decisamente.
A Hendrix ho fatto un omaggio con Maledetto il giorno che t’ho incontrato, però oggi non potrei mai fare un film su di lui, perché a parte il fatto che la sorella non cederebbe mai i diritti sulle canzoni, ma qualora fosse non ho nemmeno idea di quanto costerebbe.

C’è un diverso senso dell’umorismo in generale in Italia?
Verdone: Certo che c’è, lo dimostra il fatto che l’Italia è il paese delle maschere e ogni maschera ha una sua peculiarità e rappresenta una regione o una parte di quella regione: Brighella è diverso da Arlecchino, Pantalone è diverso da Pulcinella e così via.
Questo dipende molto da ragioni storiche e anche dal fatto che è un paese sì unito, ma che è costituito anche da tante regioni che a volte sono quasi dei piccoli stati con delle culture a parte, cosa che è stata la nostra forza dal punto di vista della commedia nella maniera più assoluta, però è stato anche un grosso limite secondo me a livello di traduzione internazionale dei nostri film: alcuni film avevano un grosso valore perché il dialetto dava un’anima che noi capivamo, da nord a sud, però poi esci in Francia e non riescono a capire più le nostre sfumature.
Lo dimostra il fatto che quando Alberto Sordi ha portato i suoi film fuori non c’hanno capito niente, perché per loro era un personaggio cinico, negativo, cattivissimo, e si meravigliavano di come gli italiani ridessero di fronte a un personaggio così negativo. Questo lo diceva proprio lui, non è una mia analisi.
Oggi puoi ancora puntare un po’ sul dialetto, però non dev’essere preponderante, devi avere un soggetto che sia comprensibile a tutti. Anna per esempio ha fatto un film che si chiama Perfetti sconosciuti che è stato acquistato in tutto il mondo perché è un’idea semplice e universale a cui nessuno però aveva mai pensato prima, scritto bene e interpretato molto bene.
Quindi bisogna avere delle idee e degli spunti che vengano compresi universalmente, e non è semplice ma bisogna provarci.

È più difficile o più facile rispetto al passato raccontare l’Italia di oggi?
Verdone: È più difficile perché sono i tempi che rendono tutto molto complicato. Quello che rende tutto complicato secondo me è la globalizzazione che si è sviluppata negli ultimi decenni, perché ha reso le persone tutte uguali.
Io non sono più giovane, però per esempio un giovane che vorrebbe essere il nuovo Carlo Verdone della situazione e che vuole rappresentare la società trova molte difficoltà perché tutti sono uguali. Quando io ho fatto il bullo di Un sacco bello, quando ho fatto l’Ivano di Viaggi di nozze e fino ancora a Gallo Cedrone esisteva quel tipo di personaggio, invece oggi tutti hanno stesso taglio di capelli, vestiti delle stesse marche, stessi tatuaggi, stesse parole, stesso tutto.
Alla fine c’è un appiattimento, quindi è molto più complicato, poi ci si mette a complicare ulteriormente le cose anche il fatto che non c’è più quell’ottimismo che c’era prima: negli anni ’60 gli attori che ci hanno preceduto hanno raccontato in maniera perfetta con la commedia quello che era il termometro del paese. Gli anni ’80 non erano già più come gli anni ’60, iniziava ad intravedersi qualche segno di crisi, però si è voluto in qualche modo replicare quella che era la leggerezza e l’allegria di quei periodi.
Da lì in poi da un momento all’altro le ricchezze si sono spostate nel mondo, è cambiato tutto e di conseguenza i ricchi ci sono sempre ma sono sempre meno, mentre i poveri sono sempre di più, quindi in generale oggi non c’è più una predisposizione alla leggerezza ed è più difficile anche far ridere, perché devi far ridere bene, perché viviamo un momento molto complicato, anche di smarrimento, quindi le sedute di soggetto, di ideazione, di sceneggiatura, sono molto molto più lunghe e faticose.
Alla fine questa globalizzazione forse era anche necessaria, come dice Baumann, però ha portato anche tanta solitudine, tanto rancore verso gli altri, tanta diffidenza che prima non c’era. Quando giravo Un sacco bello la gente si parlava da finestra a finestra, oggi alle riunioni condominiali c’è gente coi coltelli in mano e vedo che un po’ in tutto il mondo, a parte alcuni paesi nordici che vivono per conto loro, quasi blindati, sta vivendo un momento difficile.
Adesso ci si è messo pure il Coronavirus, che non è affatto un problema da poco, perché la verità è che noi senza la Cina non andiamo più avanti. Facciamo tanto i criticoni, ma il problema è che se si fermano loro si ferma il mondo.

Anna Foglietta: Adesso te la faccio io una domanda: è vero che oggi è più difficile far ridere, ma perché se guardiamo un tuo film come Un sacco bello, che pure è di 40 anni fa, ancora ci fa ridere tantissimo? Perché i miei figli che hanno 8 anni e non conoscono i fricchettoni, non conoscono il bullo, comunque ridono? Forse è vero che la comicità vive di meccanismi che sono comunque universali indipendentemente da quello che tu racconti?

Verdone: Anche io rido ancora oggi rivedendo Stanlio e Ollio, che vuol dire? Però io adesso mi metto da parte perché sono l’ultimo degli ultimi, ma trovami oggi uno che possa veramente rappresentare il personaggio tipico…

Foglietta: C’è Checco Zalone, che col suo personaggio comunque ha incarnato l’uomo medio.

Verdone: Ma Checco Zalone fa una corsa per conto suo, e non direi proprio che rappresenta l’uomo medio. A lui non piace che si dica questo, però il suo personaggio rappresenta quel politicamente scorretto che spesso è mancato nel cinema italiano e ha fatto di questa “scorrettezza” la sua arma vincente, è stato bravo. Dal suo punto di vista ci ha azzeccato in pieno, visto che vanno tutti a vederlo, in più è un ragazzo preparato, colto, è un finto cafone, perché in realtà è molto intelligente.
Io dico che è difficile ma non impossibile, altrimenti sarebbe morta la commedia, invece le commedie si fanno e si continueranno a fare.
Anche nel 1945 si facevano le commedie, era appena finita la guerra eppure si provava a continuare a far ridere la gente nonostante le macerie e le miserie.
Alla fine noi dobbiamo essere sempre attenti ad essere dei “pedinatori di italiani” e dobbiamo sempre sforzarci di trovare delle cose che fanno parte dell’oggi, però è più complicato rispetto a prima, perché oggi c’è meno poesia. Un sacco bello è venuto bene perché faceva ridere il personaggio però vedevi lo zoo deserto, quella Roma vuota e anche quello dava un grande fascino al film, in qualche modo. Oggi vedi, siamo dovuti andare in Puglia per trovare un po’ di pace e di serenità, e come siamo andati via da Roma ci siamo detti «siamo più leggeri». Non perché odiamo Roma, perché noi Roma l’amiamo, però ogni tanto bisogna lasciarla là e andarsene per altre strade, perché ti dà anche più creatività, più leggerezza.

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