Diodato fa rumore: «Essere me stesso è il mio successo più grande» (videointervista)

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Diodato

Potrei citarvi Si può dare di più dell’indimenticabile trio Morandi-Ruggeri-Tozzi o Perdere l’amore di Massimo Ranieri. Adesso tu di Eros Ramazzotti, Luce (Tramonti a nord est) di Elisa e diverse altre che ora non mi vengono in mente, ma sicuramente ci sono.

Vi sto parlando delle cosiddette “istant song” sanremesi, quei pezzi che sentiti la prima volta te ne accorgi subito che hanno una marcia in più. Che inevitabilmente faranno la storia. Non capita tutti gli anni, sebbene Soldi di Mamhood nel 2019 avesse il suo bel perché. Però, siamo obbiettivi, Fai rumore di Diodato viaggia spedita ad altre altitudini. È decisamente di un’altra categoria. È un pezzo raro per quanto semplice e immediato nella sua struttura di ballad pianistica in crescendo, ottimamente orchestrata.

E il motivo è uno solo: Fai rumore, nella notte tra l’8 e il 9 febbraio scorsi. ha unito per una volta tanto l’Italia, questa litigiosa Penisola. Ha vinto meritatamente Sanremo 2020 sull’onda di un’approvazione popolare inarrestabile che ci ha ricordato l’exploit di Uomini soli dei Pooh. Anche in quel caso (Sanremo 1990, esattamente trent’anni fa) le contendenti alla vittoria erano tante (ricordate Vattene amore della coppia Minghi-Mietta?), ma in quel caso come si poteva non premiare il dio delle città e dell’immensità?

Anzi, vi dirò di più: Fai rumore , ascolto dopo ascolto, rischia di diventare la risposta italiana più credibile a Someone like you di Adele, con tutte le differenze del caso per quanto riguarda streaming e visualizzazioni. Il mood straziante, però, è esattamente quello. Anche se là canta una donna inglese mollata sull’altare e qui un ragazzo di 38 anni che si è comportato da signore nei confronti della sua ex. E poi, nel frattempo, c’è stata anche la Brexit; quindi Adele lasciamola pure tranquilla alla sua dieta e concentriamoci invece su Antonio Diodato, nato per caso ad Aosta ma legatissimo alla sua città d’origine, vale a dire quella Taranto che si piega ma non si spezza.

Diodato

Diodato che, passata la buriana sanremese, si appresta a pubblicare il suo terzo album d’inediti Che vita meravigliosa (quarto se aggiungiamo alla lista anche le cover anni ’60 di A ritrovar bellezza) e a puntare ad un luminoso presente di cantautore meno prevedibile di quel che sembra. Anche perché nel suo nuovo disco, ricchissimo, ci sta un po’ di tutto: le ballate romantiche, ok, ma anche l’Itpop di questi anni, la vicenda cupa di La lascio a voi questa domenica, l’elettronica pregna di synth di Alveari, il flamenco della titletrack, i Beach Boys di Non ti amo più e tante altre squisitezze che, un giorno, lo potrebbero anche condurre negli stadi.

Ma per quelle destinazioni oceaniche ci sarà tempo e modo. Ora è solo il tempo dell’umiltà e della video-intervista di Spettakolo che trovate qui sotto. Dell’assoluta consapevolezza che, abbracciando la verità, si possono raggiungere risultati apparentemente impensabili. Tipo vincere un Festival in termini plebiscitari.

Complimenti, Diodato. Questo dolcissimo rumore che ci sta accompagnando da giorni è tutto merito tuo. E della tua eleganza nel raccontare un piccolo grande amore che, forse, non c’è più.

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