Gli anni più belli

C'eravamo tanto amati 2.0. Un Muccino in simil Scola.

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Gli anni più belli
di Gabriele Muccino
con Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Francesco Centorame.
Voto romantico citazionista

Tre amici e una ragazza, crescono, s’innamorano, si prendono si lasciano, si amano, si odiano, mentre l’Italia dagli anni Settanta in su cambia. Diciamolo subito: Favino, che voleva essere “avvocato degli ultimi” e poi passa dalla parte dei politici e s’infila in un ricco matrimonio infelice, sarebbe Gassman; Rossi Stuart insegnante appassionato, povero ed eternamente innamorato della Ramazzotti sarebbe l’equivalente strapelato del portantino Manfredi, e Santamaria, che cerca disperatamente di fare il giornalista di cinema, dovrebbe ricordarci il critico Satta Flores (ma i due si scambiano alcuni elementi). La Ramazzotti sarebbe la Sandrelli della situazione, amata desiderata, sfiorata, persa e ripresa a turno. È un C’eravamo tanto amati 2.0. Gli anni più belli è un ricalco (dichiarato) ma non troppo del film di Scola. Ha un difetto di forma: l’originale iniziava con i tre amici adulti usciti dalla guerra e qui Muccino per arrivare ai giorni nostri deve costruire una giovinezza ai tre con una corsa dalle discoteche agli anni di piombo, all’amore, alla voglia di libertà che sembra il trailer esagitato di un altro film. Come di consueto nel suo cinema tutti gridano molto. Poi quando i protagonisti sono adulti la storia entra a regime, ma il paragone a chi ricorda l’originale risulta impietoso: il film di Scola aveva una struttura da commedia all’italiana alta tra comico e drammatico, quello di Muccino segue lo schema Muccino dei sentimenti un po’ esagitati in cui ancora si grida molto, a volte per riempire il vuoto. Sarà il segno dei tempi. Non si può dire che sia un  film “brutto”, forse dipende dalla memoria dello spettatore.

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