Piero Pelù: “Sono un VamPiero che da 40 anni succhia buon rock” (videointervista)

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Piero Pelù
@Bagnoli

L’occhiale è una specie di Ray-Ban scuro che a quest’ora, le undici del mattino, sa di rock devastato dei bei tempi. Quello dei Led Zeppelin, ad esempio, omaggiati forse dal ciondolo “Cornucuore” che porta orgoglioso al collo e il cui nuovo design ricorda uno dei quattro simboli alchemici di Led Zeppelin IV. Chiamatelo Piero-Zoso, se vi va. O applauditelo per l’ennesima volta come Piero Pelù, splendido 58enne reduce da un Sanremo esplosivo dove ha presentato una bomba pop (finalmente a fuoco) come Gigante. E giunto fino a qui per parlarci di un album solista (il sesto in carriera, Litfiba a parte) compatto e pesante come pochi. Ma pesante sul serio. Fate conto che dentro ci sono brani tipo Ferro caldo o Canicola, che scomodano il modern metal americano e che avrebbero potuto tranquillamente essere firmati dagli Alter Bridge. Oppure la cover di Cuore matto (esatto, il numero rock-beat portato al successo nel 1967 da Little Tony) che, suonata così, potrebbe quasi essere scambiata per un inedito dei Rammstein.

Il disco, per la cronaca, si intitola Pugili Fragili (bell’ossimoro) e il suo autore è carico come una molla nel raccontarcelo: «Anche perché, arrivato alla mia età, o ti diverti ancora oppure vai a fare l’orto. Senza nulla togliere agli orti, per carità. Esistono degli ortaggi di assoluta prelibatezza…». E, mentre lo dice, lo sai già che sul suo volto gli sta spuntando il ghigno diabolico perfezionato in quaranta anni esatti di palchi.

Piero Pelù

Le domande dei giornalisti si sprecano, Pelù si denuda mostrando un bel “No Comment” (scritto a pennarello sul petto) perché un collega gli domanda dei suoi recenti contenziosi legali con Matteo Renzi, un altro gli ricorda della borsetta “scippata” durante la serata finale di Sanremo 2020 («Era una Gucci e costava cinquemila euro!», ghigna lui) e, in mezzo a tanto giornalismo sensazionalista, noi di Spettakolo vorremmo solo riportarlo a parlare di musica.

Perché Pugili Fragili — nonostante il pop di Gigante, il calore della title track, certa elettronica martellante e un po’ di grunge — è davvero un disco che, se parliamo di standard italiani, richiama più Rob Zombie che il solito rockettino da cartolina. Come ti è riuscito, Piero? «Il fatto è che io non ho mai smesso di ascoltare e collezionare buona musica. Ne ho la casa piena di buona musica. Ora abbiamo tutto dentro ‘sti dannati telefonini, ma vuoi mettere sentire a palla nello stereo Iggy & The Stooges? O i Black Sabbath di “Paranoid”? Ecco, io lavoro così: inglobo di tutto e non mi chiudo in un unico genere di riferimento. In questo disco c’è il metal e l’hard rock ma anche il blues, i sintetizzatori, il punk, il duetto con Appino in “Fossi foco”. Più una canzone a cui tengo molto come “Nata libera” che insegna a noi maschi a uscire dalle relazioni con una certa maturità e senza dare addosso alle nostre ex compagne. Il femminicidio è un abominio schifoso e spero che il mondo rinsavisca una volta per tutte».

Il resto lo trovate nella videointervista qua sotto, ma credo che fin d’ora vi sia ben chiara una cosa. Che il peso medio Piero Pelù non andrà mai al tappeto. Quarant’anni di riprese e di gong, d’altronde, sono qui a dimostrarcelo. E i Litfiba? «Stanno in salute, grazie. E prima o poi torneranno anche loro». Intanto quest’estate tocca al bandido fiorentino. Si parte il 3 luglio da Legnano e si va avanti, con un bel po’ di date piene zeppe di hit, almeno fino al 3 settembre in quel di Verona. Sempre col fuoco nei motori.

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