Chi non ama Caravaggio? Chi pensa sia un pittore “minore”? Chi considera l’aver reso la quotidianità del sacro, la verità del dolore, la deferenza al vero, la magia naturale opera di scarso valore? Chi considera la sua rivoluzione della luce, la pregnanza dei suoi chiaroscuri, l’icasticità delle composizioni segno di scarsa abilità tecnica? Nessuno.

Eppure, dopo il tracimare per tutta Europa del caravaggismo durante buona parte del Seicento, del Merisi si sono perse le tracce nella storia dell’arte maggiore per oltre due secoli. Già a metà 600 un pittore noto come Francesco Albani “non poté mai tolerare, che si seguitasse il Caravaggio, scorgendo essere quel modo il precipitio, e la totale ruina della nobilissima, e compitissima virtù della Pittura”. Nei manuali del 700 scrivevano: “Il Caravaggio non aveva né varietà né correzione; e perciò era tutto cattivo nel disegno”. Fino alla riscoperta di inizio secolo scorso.

Di peggio è successo al più grande di tutti i pittori che ne seguirono lo stile, il francese Georges de La Tour, capace di dare alla lezione del maestro milanese una modernità travolgente e un taglio internazionale, meno “italiano”. (Italiano non suoni come diminutivo, è un po’ come dire di uno judoka che ha uno stile giapponese, ovvero del Paese dove inventarono quello sport e vissero come lutto nazionale la prima vittoria di uno straniero  ai Campionati del mondo: l’olandese Anton Geesink, nel 1961, categoria massimi).

i giocatori di dadi, 1651 circa – Stockton on Tees, Preston Park Museum

Del pittore nato nel 1593 in Lorena, dove morì nel 1652 insieme alla moglie e al loro cameriere per un’epidemia di “pleurisia”, si perse praticamente da subito quasi ogni traccia, benché in vita fosse famoso in ambito locale, dove ritornò dopo una parentesi parigina come pittore di corte di Luigi XIII, e piuttosto ricco. Le nove opere sicuramente autografe – di cui solo tre datate – erano considerate un corpus minore, mentre varie di quelle non firmate erano attribuite a pittori di fama come gli spagnoli Zubaran e Murillo, il francese Le Nain, l’olandese Paulus Bor, e persino a Vermeer e allo stesso Caravaggio. Ma per avere un’idea della sottovalutazione di entrambi ricordiamo che la Rissa dei musici fu venduto nel 1750 per 28 lire come Caravaggio, quando le opere del loro contemporaneo Nicolas Poussin costavano dalle 1122 alle 1415 lire, circa 50 volte di più.

La rissa dei musici, 1625-30 – Los Angeles, Paul Getty Museum

Causa della “sparizione” fu il figlio Etienne. Arricchitosi, lasciò la bottega del padre e scalò le classi sociali fino a procurarsi patenti di nobiltà, grazie alle ascendenze materne e a un matrimonio riuscito. Nel nuovo ruolo l’attività del genitore, ritenuta plebea, doveva essere ricoperta dall’oblio. Vi riuscì talmente bene che fino al 1915 Georges de La Tour non esisteva, praticamente nessuno lo conosceva.

Lo “fece nascere” un giovane studioso tedesco, Hermann Voss, che ritrovò alcuni documenti d’archivio e gli attribuì un capolavoro assoluto della storia dell’arte, il Neonato del Museo di Rennes, il Suonatore di ghironda e L’angelo appare a San Giuseppe, di fatto aprendo le porte a una serie di pubblicazioni che vedevano la mano del maestro lorenese in troppe opere.

Il suonatore di ghironda con cane, 1622-25 – Bergues, Musée du Mont-de-Piété

Di questo artista dai molti lati ancora da chiarire (soprattutto sulla sua formazione e su un probabile ma non documentato viaggio in Italia), il catalogo ancora forse incompleto comprende oggi una quarantina di opere attribuitegli con una certa sicurezza – nessuna conservata in Italia -, a fronte di un gran numero di repliche (lui stesso dipingeva “doppi” o “serie”), copie, derivazioni. Di queste ben 16 sono esposte al Palazzo Reale di Milano fino al 7 giugno nella sua prima monografica italiana Georges de La Tour. L’Europa della luce. A loro fanno da corollario altrettante opere pregiate di contemporanei come Gherardo delle Notti, Trophime Bigot, Hendrick ter Brugghen, che dimostrano il clima e le influenze che La Tour visse e portò nel panorama artistico coevo.

Nel magnifico allestimento, per minimalismo architettonico e perfezione illuminotecnica, realizzato dallo studio Cerri per la coproduzione Comune di Milano e MondoMostre Skira, i capolavori offrono un impatto emotivo senza tempo, che propone suggestioni e intuizioni che appartengono a stili e linguaggi molto più vicini a noi rispetto al periodo in cui visse La Tour: dal realismo magico persino al surrealismo. Pittore della sintesi e del dettaglio, della poesia e del crudo realismo, di delicatezza e brutalità, ambiguo tra sacro e profano, tra la luce della candela e il nero delle tenebre, il lorenese dà vita a un popolo di santi senza aureola o attributi iconografici, angeli presi dalle strade, mendicanti e suonatori di ghironda. A partire dall’anticlassica Maddalena penitente della National Gallery di Washington (una delle 28 istituzioni museali prestatrici di 11 Paesi, da Polonia a Ungheria, da USA a Ucraina, Francia e Città del Vaticano, a volte con opere mai concesse) che apre la mostra.

L’educazione della Vergine, 1650 – New York, The Frick Collection

Il percorso si dipana tra lavori giovanili (la Rissa tra musici di cui sopra, finita al Getty di Los Angeles, un vero capolavoro con la donna che piange in un angolo) e opere della maturità, caratterizzate da un linguaggio sempre più personale e rarefatto, di assoluta concentrazione formale (l’immensa e modernissima Educazione della Vergine di una poesia eterna), che lo porta a spingere la pittura “ai bordi del nulla”, secondo la nota definizione di Jean Pierre Cuzin. Il Caravaggio francese, anch’egli persona collerica e rancorosa, amante della caccia e dei cani randagi, sempre in disputa con i vicini, ci propone tutta la sua indiscutibile grandeur in una rassegna che l’ambasciatore francese definisce “così bella che vorrei vederla a Parigi”.

N.B.. Se proprio non potete raggiungere Milano in questi mesi – l’esposizione vale certamente un viaggio – non mancate di procurarvi il ponderoso catalogo edito da Skira, che non si limita alle opere esposte, ma propone tutta la riconosciuta opera del maestro, con approfondite disanime critiche e pregevole grafica.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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