didio, il cantautore napoletano che canta la sua generazione (intervista)

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didio
@Marco Cattaneo

Nato a Napoli 40 anni fa, ma cresciuto in lungo e largo per il mondo. Osvaldo Di Dio, in arte didio, ci parla del suo passato e del suo futuro, del desiderio di cantare le paure e le speranze di una generazione, quella dei quarantenni, che ora sembra essere in un mare senza scogli musicali ai quali aggrapparsi.

Osvaldo, qual è stato il tuo primo approccio con la musica?
Sono stato precoce! Sin da piccolo mi incuriosivo ogni volta che vedevo un pianoforte. Poi, a 15 anni, ho scoperto la chitarra, anche  grazie a Pino Daniele. Da lì ho intrapreso un percorso musicale che oggi mi porta qui, a raccontare me stesso e la mia generazione.

Nato e cresciuto a Napoli, una città ricca di influenze musicali. Hai citato Pino Daniele: vorrei sapere le altre.
Tutta la scena cantautorale napoletana, come ad esempio Edoardo Bennato. Napoli è una città particolare; avendo una grande base americana, i cantautori partenopei sono riusciti a venire a contatto con il rock, il blues e, da qui, hanno costruito un panorama musicale diverso da quello della canzone napoletana tradizionale, ma ugualmente interessante.

Da Napoli a Londra. Come si vive da musicista in una delle città più importanti della storia della musica?
Londra è un mondo diverso! Puoi incontrare il manager dei Rolling Stones o Brian May e discutere con loro di musica, da “colleghi”. Questo è bellissimo perché diverso da ciò che si è costretti a vivere in Italia, dove il sistema musicale è estremamente gerarchico. Londra mi ha permesso di conoscere e confrontarmi con leggende della musica, discutendo alla pari con loro.

L’esperienza XFactor, come chitarrista, ti ha mostrato un’altra faccia del mondo della musica. Che idea ti sei fatto dei talent?
Sono parte di un processo televisivo e, come tale, va tutto preso con le pinze. Citavo prima Brian May; lui è diventato leggenda costruendosi un percorso lungo anni, partendo dai club ed arrivando a Wembley. Il problema con i talent è che i ragazzi che vi partecipano vengono strappati dalle loro camerette e catapultati in un mondo troppo distante e caotico da loro, al quale non sono preparati. Ciò genera meteore musicali che rare volta hanno vita lunga.

Passiamo al tuo presente e al tuo futuro. Sei tornato a cantare in italiano, sei partito da zero, affrontando un progetto nuovo che permettesse a tutti di vedere che, oltre la chitarra, c’è un cantautore. Ti senti parte di quel processo che potremmo chiamare “Rinascimento Italiano”?
Io credo che il “Rinascimento” della musica italiana sia quello visto con De André, De Gregori, Battiato, Paolo Conte e gli altri. Poi quel mondo è scomparso e, dagli anni ’90 ad oggi, il panorama musicale italiano ha subito un letargo che solo ora, grazie a Brunori Sas e qualcun altro sta tornando in vita. Mi sento parte di questo processo e sono contento di poter dire la mia, raccontando le mie emozioni.

Il primo singolo, Mi gira la testa, fa le pulci alla rete e racconta di un mondo iperconnesso dove è impossibile fermarsi. Ho visto delle similarità con il brano Altrove degli Eugenio in Via di Gioia. È cosi?
La rete è un mondo nuovo, capace di staccare la musica dai talent e dai “giudici” dietro le quinte. Permette di far esplodere fenomeni come Gazzelle e dare realmente al pubblico il potere di portare in alto le canzoni più apprezzate. D’altro canto è uno strumento delicato, che ha cambiato la nostra vita; ieri ascoltavi un album su vinile ed oggi basta un click su una playlist. Dobbiamo essere bravi nel saper usare la rete, altrimenti rischiamo di perderci.

Anche in Naufraghi vedo trasparire questo sentimento di smarrimento, è quello che cerchi di raccontare?
Io cerco sempre di raccontare la canzone che vorrei sentire, quella che mi rappresenta e quella che rappresenta la mia generazione, quella generazione che è cresciuta con i vari De André e Battiato ed ora non ha un’isola musicale verso la quale dirigersi. In Naufraghi parlo dello stress della nostra generazione, dal lavoro alla convivenza, di quei dubbi che ci toccano. Cerco un pubblico ben definito, ho chiaro in mente cosa voglio comunicare e ogni giorno è sempre più chiaro.

Dopo i primi due singoli ne arriverà un terzo, il 12 marzo. Cosa puoi anticiparci?
Sarà un ritorno alle origini, un brano più analogico dopo aver sperimentato l’elettronica. Un brano duro, che canta di me, di noi quarantenni. Vedo questo pezzo come il prosieguo de La verità di Brunori.

Hai citato più volte Brunori. Cosa ne pensi?
Lui è la dimostrazione che contano le canzoni. Me lo diceva Battiato anni fa. Franco confidava sul ritorno di chi sapeva raccontare storia attraverso le canzoni, di un ritorno al brano come priorità assoluta, soprattutto in Italia, dove il testo ha un’importanza assoluta ed alla quale io stesso presto maniacale attenzione. Brunori è così, un esperimento riuscitissimo di nuovo cantautorato.

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