Dente racconta il nuovo album: «Io tra 100 anni»

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Dente

A tre anni di distanza dal suo ultimo lavoro Canzoni per metà, Dente torna con un nuovo album, intitolato semplicemente col suo nome, che esce domani, 28 febbraio. Il cantautore fidentino ha risposto alle nostre domande, raccontandoci la costruzione del suo ultimo disco e parlando del sé stesso attuale e di quello dei primi live, ormai 10 anni fa.

Nuovo album, stesso Dente? A me questo è sembrato un  lavoro diverso dagli altri, ma parto da lontano: cos’è cambiato in te dal 2006 ad oggi?
Dal 2006 è cambiato moltissimo, per prima cosa l’attitudine. Quando iniziai a lavorare al mio primo disco non sapevo bene a cosa stessi andando incontro; non avevo idea di che lavoro stessi strutturando, per quale pubblico e di sicuro non pensavo ad una possibilità di successo o guadagno. Ecco, l’unica convinzione era quella che non avrei guadagnato nulla dalle mie canzoni. Era un disco libero da idee e strutture, un disco fatto per farlo, per dar spazio solo alla musica, forse in una forma diversa rispetto a tanti altri album d’esordio.

Hai deciso di abbandonare la chitarra, forse per la prima volta, come mai?
Partiamo dal presupposto che non sono uno strumentista. Uso gli strumenti come mezzo per strutturare le mie canzoni. Questa volta ho deciso di seguire un percorso diverso, di partire dall’arrangiamento davanti a un pianoforte. Volevo vedere se, escludendo la chitarra, un pilastro della mia produzione, il risultato reggesse ugualmente ed ho visto che tutto era stabile e funzionale.

Hai sempre parlato molto di te nei tuoi brani, ma qui siamo ben oltre. Dal titolo al tuo volto in copertina, questo disco è così introspettivo da apparire come una seduta psicoterapeutica con te stesso.
Assolutamente sì. Ho sempre parlato molto di me, forse perché ho sempre cercato di trasformare in musica quello che avevo dentro, tirando fuori qualcosa di intimo, anche quando parlavo di altri. Questo album accentua ulteriormente la cosa perché tratta meno le relazioni con gli altri e molto di più quella con il me del presente, del futuro e del passato.

Come in 100 anni?
Assolutamente! Sono consapevole del fatto che non ci sarò tra 100 anni ma quel brano tratta proprio il quesito che chiunque componga musica si pone perennemente, e cioè se le mie opere possano avermi reso, in qualche misura, eterno. Come un graffito in una roccia.

Il singolo Cose dell’altro mondo racconta la provincia, i suoi protagonisti e le sue storie. Vedi nella provincia una forte fonte di ispirazione?
Certamente. La provincia, non dimentichiamolo, è il 90% del paese. Vivere in provincia mi ha aiutato moltissimo, perché cresci in un contesto dove hai meno e quindi sei costretto ad ingegnarti di più, a sognare di più.

In un articolo di un paio di settimane fa, fantasticavo su quello che potesse essere il mio festival di Sanremo ideale, e tu eri tra i 24 partecipanti ipotetici. Che rapporto hai con il festival e pensi di parteciparvi, un giorno?
Devo ammettere che per molto tempo non ho guardato il Festival. Non me ne interessavo. Poi, negli ultimi anni, complice la partecipazione di alcuni miei amici, sono tornato a guardarlo ed una volta ho rischiato di andarci. Non escludo una mia partecipazione in futuro ma sai, credo che conti molto arrivare su quel palco preparati, con il giusto brano e con la giusta consapevolezza del contesto nel quale si opera, altrimenti si rischia un enorme effetto boomerang.

Wikipedia paragona il tuo stile a quello di Lucio Battisti. Onorato, schifato o indifferente?
Onorato! Battisti è per me un maestro, uno degli artisti con il quale sono cresciuto e che ascolto ancora. Un grandissimo della musica italiana che mi ha permesso, in adolescenza, di sognare.

Tra poco partirà il tuo prossimo tour. Vorrei sapere quali sono stati il concerto emotivamente più bello ed il più brutto fatti fino a ora.
Il più bello è stato sicuramente quello della chiusura del tour 2010, con molti ospiti, in un teatro stracolmo. Quel live mi rese davvero felice, perché rappresentò un punto altissimo di una carriera che era iniziata da poco. Di concerti orribili ne ho fatti moltissimi, soprattutto all’inizio, suonando nei bar, in pizzerie e in locali dimenticati da Dio, davanti a 5 persone. Suonavo dovunque, bastavano una chitarra e una sedia. Quei concerti mi davano rabbia ma, ripensandoci ora, mi sono serviti.

Chiudo chiedendoti qual è la canzone alla quale sei più legato.
Un brano dell’ultimo album, “Anche se non voglio”. Una canzone alla quale mi sono subito sentito molto legato ed alla quale tengo già molto.

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