La domanda è inevitabile: il rock ormai è diventato una musica per vecchi? Se lo chiedono un po’ tutti: appassionati, critici, musicisti, addetti ai lavori. E solitamente la risposta è sì. Lo dice per tutti Stefano Gilardino, autore, insieme a Roberto Caselli, dell’articolato, ricco e brillante volume intitolato La storia del rock in Italia (Hoepli, pgg. 360, € 29,90). «Il presente del rock in tutto il mondo — afferma il critico — è quello di una musica, tra virgolette, da vecchi, perché intercetta molto poco i bisogni e le istanze dei ragazzi di 14 anni, che la vedono sorpassata, poco rispondente alle proprie esigenze. Sicuramente c’è meno interesse e il rock è meno rivoluzionario, ci sono musiche più fresche. È in qualche modo museizzato, è diventato un classico da molti anni e quindi continuerà a esistere in qualche forma fino alla fine dei tempi» .

Little Tony

Proprio per illustrare a tutti questa “classicità” che rimarrà nel tempo e, ci sia concesso, nel costume e nel modo di pensare delle generazioni attuali e future, i due hanno scritto un libro molto ben articolato nella scaletta narrativa, brillante, completo e che «non vuole parlare soltanto dei musicisti e della storia delle canzoni che sono state fatte qui da noi» . Lo spiega Caselli:  «vuole considerare il contesto più ampio in cui sono state scritte, vedere il costume che ne è derivato, chi erano e da chi erano stati influenzati i gruppi e gli artisti che le proponevano, com’era tutto quel mondo importato da noi sostanzialmente dalla fine della guerra e poi con grande fatica filtrato e selezionato fino a diventare cosa nostra» .

Adriano Celentano

Di fatto, a partire dal mitico concerto al Palazzo del Ghiaccio di Milano del 18 maggio 1957 —  «voleva essere una gara di ballo organizzata dal campione europeo di rock’n’roll, ma non c’è r&r se non c’è qualcuno che lo suona» : i Rock Boys di Celentano, Tony Renis, Little Tony, Betty Curtis, Tony Dallara, Clem Sacco, Ghigo per l’occasione — fino all’attualissima Milano poliziottesca dei Calibro 35, il rock italiano ha attraversato fasi disparate. Dagli urlatori e il beat degli esordi e dei favolosi anni ’60 si è passati alla musica ribelle per arrivare al progressive e al punk della fine dei ’70. Poi è stata la volta dell’edonismo e del “lato oscuro” degli anni ’80 per poi tornare a una nuova età dell’oro che avrà il culmine nell’era berlusconiana, con il successo come mito totale, cui fanno seguito oggi le “tecniche miste di sopravvivenza” utilizzate dagli ultimi adepti. Un percorso che sembra quasi concluso ormai, ma che certamente è stato punteggiato dall’opera di eroi a tutto tondo, alcuni dei quali tuttora in attività, diciamo almeno Nomadi, Vasco, PFM, Nannini, Banco.

Vasco Rossi

Un percorso epico che va riletto, se non proprio riscoperto, come evoluzione di una musica che coinvolge le persone e le mette in correlazione, come autentica cultura giovanile capace di innescare nuove idee e nuove passioni. Dall’Italia della ricostruzione, del boom economico e delle grandi contestazioni, fino ad arrivare ai giorni nostri, sono trascorsi sessant’anni di protagonisti, di canzoni, di concerti, di eventi, di grandi dischi. E Caselli e Gilardino ce li raccontano facendoci partecipare, stimolandoci a capire e molto spesso invogliandoci quasi a emulare quelle gesta.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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