Ricordando Carosone, l’ironia al potere

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In tempi di prudenza, riordinare gli archivi è buona cosa. Saltano fuori cose dimenticate, come una raccolta di spartiti di Renato Carosone. Ho avuto modo di conoscerlo di persona a Sanremo anni fa, quando aveva deciso di lasciare un ultimo segno di sé data l’età avanzata che non gli impediva di girare ancora l’Italia con il suo pianoforte. Carosone è stato uno dei giganti della nuova canzone italiana, quella che prese vita alla prima luce del secondo dopoguerra, quando Napoli iniziava a risorgere assieme ai soldati americani e il piano Marshall. Napoli era la Liverpool italiana, dove gli scambi musicali avvenivano al porto, dischi e sciuscià, musica americana e cioccolata. Carosone interpretò alla perfezione quel momento raccontando la “Napoli americana” e integrando alla perfezione ironia, musica napoletana e ritmi d’oltremare in un mix straordinario, complice Nicola Salerno, detto Nisa, che sapeva trovare le parole giuste per completare il quadro, un occhialuto chitarrista olandese che si dilettava di astrologia, Van Wood, e Gegé Di Giacomo, un batterista che aveva lo spirito e fantasia di un altro ragazzo che una dozzina di anni dopo si sarebbe unito a un gruppo di Liverpool, Ringo Starr.

Gegé rispose all’invito di Carosone per un provino, su suggerimento di un proprietario di night che voleva inaugurare il suo locale con un trio. Arrivò puntuale ma senza batteria. Van Wood e Carosone si guardarono delusi, pensando “ma questo che vuole fare, ci prende in giro?”. Ma Di Giacomo risolse subito la cosa con pura inventiva napoletana prese una sedia di legno, un vassoio, tre bicchieri di grandezza diversa, due pioli, un fischietto e disse: “Ecco la batteria, suoniamo!” Fecero le prove e il Trio Carosone fu formato: “Canta Napoli!” sarebbe stata da allora in poi l’esclamazione introduttiva di Gegé ai loro brani.

Mio padre adorava Carosone. Quando in tempi rock gli facevo ascoltare gli assoli di Jon Hiseman e Carmine Appice, mi rispondeva sorridendo: “Eh ma avresti dovuto vedere Gegé…”
“Tu vuo’ fa’ l’americano”, uno dei suoi cavalli di battaglia, fu il frutto della sua prima collaborazione con Nisa. L’allora direttore della Ricordi, Rapetti, padre di Giulio “Mogol”, commissionò loro dei pezzi per una gara radiofonica. Nisa aveva degli appunti per i testi in tasca e fra questi ce n’era uno che faceva Tu vuo’ fa’ l’americano. “Mi sedetti al pianoforte – raccontò Carosone – misi il testo sul leggio e cominciai a suonare con la mano sinistra, mentre Nisa e Rapetti aspettavano che succedesse qualcosa. la canzone nacque in un quarto d’ora, di getto, una vera bomba, eravamo tutti come impazziti. Capimmo immediatamente che sarebbe stata un grandissimo successo”.

L’idea del napoletano che vuol fare l’americano, riprendeva in qualche modo quella del famoso film Un Americano a Roma di Steno con un leggendario Alberto Sordi,virata alla partenopea.

Nel ’58 nacque ‘O sarracino, altro cavallo di battaglia dopo Maruzzella  e Torero. L’idea venne a Carosone una mattina. Telefonò a Nisa: “Ho un’idea per una nuova canzone. Immagina, all’orizzonte nel golfo di Napoli, si vede spuntare una nave tutta bianca, si avvicina, e sopra un uomo di colore, pure vestito di bianco. Un tipo orientale, di quelli che fanno impazzire le ragazze, insomma un “saraceno” ma americano, alla Harry Belafonte”.

Salerno ci pensò un po’ su, poi propose: “Ma perché proprio americano? Può essere benissimo napoletano ‘sto sarracino!”. Carosone trasalì: ” Nicò, se mi togli il negro americano finisce la canzone…”. Ma Salerno insistette: “Renà, non ti preoccupare, lo abbronziamo, ma deve essere napoletano”.

E così fu, come racconta il verso ‘nu bello guaglione coi capelli ricci e ‘o sole ‘nfaccia.

Carosone rivendicava sempre la paternità delle idee sulle sue canzoni perché secondo lui Nisa era un autore con molte idee ma un po’ pigro, che andava stimolato. Gli davi un’immagine, un tema, e lui si illuminava e cominciava a scrivere. Così fu per Caravàn Petròl. Renato disse a Salerno che voleva fare una canzone sul petrolio. Nisa fu schifato all’idea e protestò: “Ma io ho sempre fatto canzoni sulle belle femmene…”

Ma cominciarono a ragionare sulla storia di un napoletano che diventa pazzo e va cercando il petrolio a Napoli. Nisa trovò la prima frase: M’aggio affittato ‘nu cammello, m’aggio accattato ‘nu turbante…. “’A Rinascente! – aggiunse Carosone – m’aggio accattato ‘nu turbante ‘a Rinascente”. Continuarono così divertendosi come matti fino al ritornello Comme sì bello ‘ncoppa ‘stu camello

Renato disse che per la metrica musicale era corto. Propose: a cavallo a ‘stu camello. Nisa sbottò: “Renà, o jamme a cavallo, o jamme a camello. Ti devi decidere!”.

La sua ultima apparizione in gara a Sanremo, nel 1989, non mi entusiasmò per niente. Aveva scelto una canzone romantica di Claudio Mattone, Na canzuncella doce doce perdendo secondo me la grande occasione di rivendicare nei tempi giusti la geniale ironia paradossale delle sue prime canzoni, quella che segnò la strada a una schiera di artisti che vano da Arbore, a Rino Gaetano, agli Skiantos, a Elio e le Storie Tese, e che rappresenta uno dei momenti più originali della moderna canzone italiana.

A chi sarebbe mai venuto in mente, ben prima di Prisecolinensinainciusol di Celentano, di chiudere il ritornello di una canzone con il verso alle palline ‘e glicerofosfato bromotelevisionato grammi zero zero tre e in una raffica di 25 sedicesimi?

Però mi feci fare un autografo sulla sua foto, cosa che non chiedevo mai a nessuno. Per sventura mi cadde dalle carte in una pizzeria in cui non sono più tornato. Spero l’abbiano trovata e ora sia incorniciata e appesa a qualche parete accanto al forno, tra profumi di pomodoro, mozzarella e pasta cresciuta. In fondo quella è casa sua. Ué.

Giò Alajmo

(c) 2 marzo 2020

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.

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