C’è chi dice che ormai la musica soul non ha più senso di essere, superata com’è in ambito black dal rap e da tutte le sue correnti e riferita com’è a un’era sonora abituata a diverse orecchie e diverso sentire. Eppure basta ascoltare uno di questi cinque album, sia esso un esempio di soul jazz dei giorni nostri, una formulazione quasi tradizionale del genere, una rivisitazione della sua angolazione sudista oppure country, o ancora ne sia una nuova proposta angosciosa e scura per ritrovarci immediatamente in un climax emotivo che ci fa sentire a posto, in sintonia con quanto esce dalle casse, in piena adesione di corpo e mente.

Jazz Defenders

THE JAZZ DEFENDERS
Scheming (Haggis)
Voto: 8

Merita un bell’otto pieno questo album di debutto (peraltro edito dall’etichetta personale di un altro supergruppo funk jazz, gli Haggis Horns) dei Jazz Defenders, l’ensemble di George Cooper, uno dei pianisti jazz più formidabili del Regno Unito, che, a soli 31 anni, ha già accumulato collaborazioni con gente del calibro di Hans Zimmer, Nigel Kennedy, Slum Village, Abstract Orchestra, U2. E anche gli altri “difensori del jazz” non scherzano, dato che si tratta di formidabili sessionman già notati a fianco di big come Andy Sheppard e Pee Wee Ellis, Massive Attack e Nostalgia 77, tanto per citare.
Il quintetto, completato da Nick Dover (sax tenore), Nick Malcolm (tromba), Ian Matthews (batteria), Will Harris (basso), esprime non solo il dichiarato amore per il soul jazz à la Blue Note, la classica etichetta dal caratteristico sound dettato da immortali come Art Blakey, Herbie Hancock, Horace Silver, Lee Morgan, Wayne Shorter e via dicendo, ma quella passione sa aggiornare e sveltire, zampillare e liberare. Il risultato è perciò brillante e lucidissimo, con incroci strumentali assai efficaci, voli improvvisati senza confini, fraseggi dal solido groove, esplorazioni melodiche attente e curiose, vivacità libera da vincoli, riff articolati e contagiosi. Inutile aggiungere che il titolo del disco è del tutto azzeccato: “intrigante”.

Eminent Stars

THE EMINENT STARS
Bumpin’ On (Tramp)
Voto: 7/8

Vengono dall’Olanda il sassofonista Ben Mendes e il batterista Toon Oomen, titolari del progetto The Eminent Stars, ma assemblano un sound da club della New Orleans più funk e più soul. In questo loro secondo album, insieme con una manciata di collaboratori – fondamentale il contributo del roco cantante Bruce James, che collabora alla stesura di testi e musiche -, mettono in linea una serie di brani che spingono braccia e gambe a muoversi e battere il tempo. Il territorio è quello del soul alla Dr. John oppure alla Meters, che miscela blues, errebì e funk in un flusso senza soluzione di continuità. I ragazzi maneggiano con piena padronanza quello standard espressivo datato sixties e seventies, iniettandogli un’attualità pulsante dettata più dall’atteggiamento verso la realtà odierna che da divagazioni stilistiche.
Hanno atteso cinque anni prima di doppiare l’esperienza del debutto Sittin’ In, ma oggi suonano ancora più convincenti, caldi e a fuoco. Così, anche se qua e là avrebbero potuto premere di più sull’acceleratore (e lo si capisce dalle due riprese live di brani del precedente lavoro, in particolare dalla conclusiva e fulmicotonica “The Club & Tune In”), il loro ventaglio espressivo si amplia e corre variegato dalle ballate profonde e intense agli uptempo vibranti, dagli andamenti cinematici alle linee pianistiche che riprendono quelle del guru Allen Toussaint, dagli intrecci fiatistici vintage che più vintage non si può a impennate che le cronache ci dicono capaci di infiammare la nightlife della Amsterdam più trendy.

Shawn Lee

SHAWN LEE
Rides Again (Légère)
Voto: 8/9

Dopo 14 anni il Gandalf della musica mondiale propone un altro album di brani da cantautore “ispirato da artisti come Tony Joe White, JJ Cale, Glen Campbell, Rob Galbraith e Hoover, per citarne solo alcuni”. Si tratta dei maestri del country soul, quello che dal sud degli States ha contaminato i due generi a partire dagli anni 60 del secolo scorso. Lee, che è nato a Wichita nel Kansas, ma è esponente di spicco della più variegata scena londinese da oltre vent’anni, sia come solista sia come leader della Ping Pong Orchestra, sia come produttore sia come collaboratore di Alicia Keys, Natacha Atlas, Amy Winehouse, Money Mark, ha all’attivo una quarantina di album da protagonista, che esplorano universi sonori spesso inafferrabili e discontinui, altalenanti e fantasiosi.
Qui propone un ritorno alle origini, alla musica con cui è cresciuto, “un album riflessivo e personale: ho guardato indietro alla mia fanciullezza in Kansas e ho pensato a cosa sono diventato oggi e all’idea di un futuro non ancora scritto”. Un album che riesce a restare perfettamente in bilico tra country e soul, senza concessioni al sound più facile, anzi con un rigore inusuale per Shawn, che suona pressoché tutti gli strumenti (a parte la pedal steel lasciata allo specialista Joe Harvey-White e poche chicche di Carwyn Ellis, Andy Ross e Everton Nelson) e ha impiegato diverso tempo per assemblare il tutto. Canzoni riuscite e convincenti, che toccano il white soul e il doo-wop, ballad romantiche e persino attimi funky-disco, voli più ricchi di groove e di pop a cavallo tra soul e country. Sempre con una leggerezza e una focalizzazione di gran classe e con i toni agrodolci di un arguto stregone dei nostri tempi.

Ephemerals

EPHEMERALS
The Third Eye (Jalapeno)
Voto: 9/10

È un album fantastico, emozionante e profondo, diretto e intellettuale, acuto e intenso, sorprendente e sincero, questo quarto del duo composto dalla compositrice Hillman Mondegreen e dal cantante Wolfgang Valbrun. Un capolavoro che sta al soul così come Closer dei Joy Division stava al rock, un album che segnerà un momento e sarà di ispirazione a molti. “Hillman ha aperto la porta di sé stessa in questo lavoro, che è un viaggio che la maggior parte delle persone vorrebbe, ma non trova mai il coraggio di fare, perché ha paura della verità che potrebbe scoprire”, dice Wolfgang.
È la vista di noi stessi che ci offre il “terzo occhio”, l’occhio che guarda all’interno e che scopre il nostro vero io, quella che disegnano gli Ephemerals, facendoci ritrovare dentro un labirinto scuro, gelido, inscalfibile, quasi lugubre. Questo soul del futuro ha il sapore metallico delle intelligenze artificiali che dominano già – e domineranno sempre più il pianeta – e insieme possiede la fiamma della consapevolezza, che è rivolta, coraggio, sogno, immaginazione, vita.
Distillando il loro amore per Alice Coltrane e il suo spiritual jazz, cui hanno dedicato il precedente cd Egg Tooth, la ricerca di una psichedelia innovativa e lontana dall’hippismo d’antan, i colori di un bianco e nero lirico quanto intriso da una disperante voglia di abbattere catene troppo avvolgenti, le parole pesanti come pietre di uno spoken word dai presagi cupi che parla dell’alienazione che si prova a essere transgender, ci offrono una musica dell’anima, una soul music che va ben oltre le diverse coniugazioni del genere proposte in ambito indie, dalle atmosfere rarefatte (l’arpa che conduce “Avatar” e i violini di “Instagram”) ed essenziali immerse in un clima ossessivo e a volte persino dissonante (“Thiefin”). Un album che non ha quasi più nulla del soul ortodosso del loro primo cd, Nothing Is Easy del 2014, ma che di quel modo di sentire la musica è figlio diretto, è seguito d’eccellenza.

Omar

OMAR
The Anthology (Freestyle)
Voto: 9

Omar Christopher Lye-Fook, che può fregiarsi del suffisso MBE perché “cavaliere” dell’Ordine dell’Impero Britannico che premia i contributi alle arti e alle scienze, è uno dei musicisti di riferimento del nu soul anglosassone anni 90. Un vero pezzo da novanta, del calibro di D’Angelo oppure di Erikah Badu, che vanta ormai una carriera che sta per raggiungere i 35 anni di longevità: il suo singolo di debutto fu “Mr. Postman” nel lontanissimo 1985. Questa doppia Anthology è una carrellata sui successi scritti e cantati da Omar, non di rado in coppia con star del calibro della Badu (“Be Thankful”) e di Stevie Wonder (“Feeling You”), di Leon Ware (“Gave My Heart”) e di Caron Wheeler dei Soul II Soul (“Treat You”), per citarne alcuni.
“Mi sento benedetto”, dice. “Cerco di mantenere le mie canzoni in movimento e in evoluzione. E quando finisco un album voglio essere sicuro di averci messo dentro il mio cuore e la mia anima. Lo guardo dal punto di vista di un estraneo, perché non mi vedo mai davvero impegnato a fare musica. È come se fossi una nave di cui qualcun altro ha il controllo, anche se sono colui che riceve gli elogi per quello che fa.” Elogi che inevitabilmente meritano anche questi 33 brani, che iniziano con l’inedito “Pas It On”, un deciso retro soul proposto al fianco della pulsante Terri Walker e con la sua ballad superhit “There’s Nothing Like This”. E continuano con le collaborazioni cui abbiamo accennato, con hit rimaste nella memoria sia se di puro soul secondo tradizione come “Last Request” e “I Love Being With You”, sia più electro oppure hip-hop come “I Don’t Mind Waiting” e “This Is Not A Love Song”, con qualche chicca meno nota al grande pubblico (ma da riscoprire come la deliziosa “I Guess”) e con l’altro inedito “Long Time Coming”, stavolta con il supporto vocale di Vannessa Simon e della sorella Samia.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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