Francesco Magni, il nuovo album dall’erba voglio a Maramao

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©Giordano Casiraghi

Andiamo indietro di parecchi anni, quando nel 1980 al Festival di Sanremo, con Roberto Benigni nell’insolita veste di presentatore, si affaccia alla ribalta Francesco Magni con la canzone Voglio l’erba voglio, con la quale vince il Premio della Critica. Il primo posto in quell’edizione tocca a Toto Cutugno, ma quella volta esordivano insieme a Magni altri artisti tra cui Enrico Ruggeri con i Decibel e Stefano Rosso. Due anni prima, Magni fa uscire l’album Il paese dei bugiardi marcando uno stile a cui manterrà fede, facendosi accompagnare da musicisti appartenenti all’area del folk, con l’utilizzo di strumentazioni etniche. Nel 1980 fa uscire l’album Cocò, sempre per Ariston. Negli anni si diradano le uscite, dopo Magnetico tic (1983), arrivano album dalla forte influenza indiana. Alternando dialetto brianzolo e milanese con l’italiano escono Scigula, Balada del balabiott e Renzo e Lucia.  Sono passati quarant’anni e Francesco Magni è tornato al disco con nuove canzoni. Lo ha chiamato Maramao, perché una cosa non gli è mai mancata: l’ironia e un sorriso, nonostante tutto. 

Era questo il titolo originario dell’album?
No, l’avrei chiamato “L’erba voglio era nell’orto” e sarebbe uscito in allegato a un libro che porta quel titolo uscito nel 2017. Ho voluto scrivere una disagiografia di un cantautore, di solito si fa l’agiografia, nel libro invece ho espresso il disagio, ovvero le disavventure di uno che si prefigge di essere cantautore come mestiere. Con le canzoni però non ero pronto, così siamo arrivati a Maramao, un titolo che sa di rivincita, perché mi ritrovo redivivo e risorto, dopo un incubo per motivi di salute durato alcuni mesi. Sostanzialmente il disco era già pronto, ma mancavano un paio di canzoni. Nel libretto allegato ci sono note per ogni canzone e in un caso dico che l’onestà intellettuale viene prima di tutto per me. Insomma, non volevo mettere insieme due canzoni mancanti prendendo spunti da racconti di letteratura con l’abbinamento di musiche rubate qua e là. 

L’uso del dialetto continua, come costante fin dall’inizio, cominciamo con il primo brano, Dona Tristee: cosa vuole dire?
Rigorosamente in dialetto con un ritmo 5/4 sudamericano, è una storia suggerita da un mio amico che un bel giorno si ritrova senza moglie e figli. La sua donna gli comunica che non l’ama più. Così in breve si è trovato anche senza casa, perché ha dovuto lasciarla a moglie e figli. Ho voluto porre una questione in merito al fatto che in ogni occasione si parte dalla difesa dell’infanzia e poi dalla difesa della donna, ma all’uomo nessuno ci si pensa. C’è un’interpretazione delle regole che a volte andrebbe discussa. Preferisco sia una cosa giusta, anche se non secondo regola.

Avanti con i brani, addirittura un omaggio ai Beatles, e poi?
Beatles sì, ma alla mia maniera, infatti “Yesterday” diventa “Ses Turtei”, quelli della filastrocca crapa pelada che piace molto ai bambini. Poi arriva una canzone in italiano, “Io sono te”, con musica di Franco Parravicini, chitarrista che era già con me ai tempi della partecipazione sanremese. È un brano che avevo proposto ai Matia Bazar nel 2002, quando c’era ancora Antonella, ma alla fine non lo incisero. Dal mio primo disco ho voluto riprendere “Che pirla papà”, perché è la prima canzone che ho scritto, quando ancora vivevo il conflitto generazionale con mio padre.

C’è una canzone che parla di inquinamento, Capitale di fumo, quando già in quel primo disco del 1978 c’era La mia tera la va in malura. Un argomento non nuovo quindi?
No, per niente. Che poi “Capitale di fumo” è una canzone del 1972, ristrutturata e rivista per l’occasione. Una mia amica venuta a trovarmi, qui in campagna dove vivo, me l’ha fatta ricordare. Non l’avevo incisa, ma mi è tornata tutta in mente. Anche per dire che per me questo è un argomento che viene da lontano. Mi fa altroché piacere che le nuove generazioni si stiano interessando ai cambiamenti climatici. Da poco più che ragazzi ci abbiamo provato anche noi a sensibilizzare i potenti. Occorreva già allora invertire la marcia, si parlava di ecologia, ma abbiamo ricevuto legnate. Poi sono arrivati quelli delle P38 che hanno portato tanta violenza cancellando i buoni propositi.

Avanti nell’ascolto, c’è ironia e melodia con Bambulè, ma poi arriva una canzone intimista e riflessiva. Due modi di intendere la vita?
Sì, “Bambulè bum bum” me la sono immaginata come una storia di una donna lombarda che va in India a meditare, più precisamente abbraccia la meditazione trascendentale tantrica. Non tornando, il suo uomo la raggiunge al telefono e gli dice di tornare. Solo che, quando torna, la donna è incinta e partorirà poi un bel bambino. Risulta nero ma nonostante ciò, dopo una prima perplessità, l’uomo davanti a questo bel bambino si intenerisce e lo accetta come figlio. Un po’ si ride, mentre l’altro brano, “Volare volando”, risulta essere il più commovente dell’album. È la canzone a cui sono più legato. È stata scritta in un momento particolare, immagino di volare via sopra le disgrazie di un mondo che non mi piace. Infine arriva “Maramao”, per chiudere con un sorriso, scritta e registrata in diretta, con un telefonino e lasciata così, della serie buona la prima. Tanto poi, se va bene, tutto l’album lo si ascolta su uno smartphone.

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

1 COMMENTO

  1. Il disco è molto bello! Musica raffinata e testi mai banali anche quando si sorride. Provate ad ascoltarlo, per molti potrebbe essere una graditissima sorpres!

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