#IoRestoACasa con Spettakolo: “Saving Mr. Banks”

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La tata più amata e nota al mondo. Autorevole, ma non autoritaria. Elegante, e adorabilmente eccentrica. Che vola col suo ombrello, che porta con sé una borsa dalla capienza infinita, che con un sorriso e uno schiocco di dita muove oggetti, regala sorrisi e cambia destini. Di chi parliamo? Naturalmente, di Mary Poppins. E noi, bambini di ogni età, tra una marachella e un nuovo gioco, mentre scoprivamo il mondo e ci accorgevamo che non c’è sole senza ombre, quante volte abbiamo sognato che venisse a trovarci, e a ricordarci che con un pizzico di dolcezza non c’è pillola amarognola, materiale o figurata, che non si riesca a buttar giù?

Di fatto, la pellicola della Disney, uscita negli States il 27 agosto del 1964, rappresenta a tutt’oggi un capolavoro senza tempo, e per molteplici ragioni: certo, ci sono tutti i marchi di fabbrica della “Mouse House”, dalle melodie accattivanti e indimenticabili a uno sguardo a misura di bambino mai banalizzato né ridotto a manipolazione fumettistica della realtà. Ma non solo: Mary Poppins ha probabilmente aperto la strada alla fantasmagoria della CGI contemporanea, in grado di trasformare in realtà tutto ciò che si riteneva impossibile tradurre nel virtuale, e l’ha fatto quando nessuno qui da noi immaginava di poter ibridare con successo animazione e live action rendendo credibile persino la danza di un artista di strada/spazzacamino (un Dick Van Dyke inestimabile) in smoking e quattro pinguini col papillon:

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A fronte di 13 candidature agli Oscar, il film portò a casa cinque statuette, ma poco importa: a distanza di sessant’anni, non c’è davvero nessuno che non abbia almeno una volta fischiettato Cam Camini’, o non abbia litigato con un amico sullo spelling di Supercalifragilistichespiralidoso.

Ma com’è nata la protagonista di questa deliziosa favola? Ce lo racconta Saving Mr. Banks, del 2013, il film che oggi vi proponiamo per il nostro speciale “#IoRestoACasa con Spettakolo”. Pamela Lyndon Travers, scrittrice anglo-australiana, inventò il personaggio nel 1933 per il primo dei suoi otto romanzi sulla amatissima Mary, e il lungometraggio, diretto da John Lee Hancock, ci racconta del suo burrascoso rapporto con Walt Disney, qui interpretato da un Tom Hanks che mescola, con la consueta grazia, un carisma appena sporcato d’arroganza e una affabilità dal retrogusto malinconico.

I panni della Travers sono indossati da Emma Thompson, attrice straordinaria che riesce, straordinariamente, a mostrare, lavoro dopo lavoro, inedite sfumature di colore di una palette che appariva ricchissima già dai suoi primi lavori cinematografici d’impronta shakespeariana sul finire degli anni ’80. Qui è una donna rigida e imperturbabile, sarcastica e schizzinosa come nel più classico stile di una thatcheriana lady di ferro. L’incontro/scontro con Disney, magnate americanissimo tutto business e amichevolezza, che da vent’anni sta cercando in ogni modo di ottenere la concessione dei diritti d’autore così da trasformare Mary in un personaggio da grande schermo, la porterà a compiere un lungo viaggio nel suo passato, quando, bambina dagli occhi pieni d’incanto, ancora si chiamava Helen, e aveva come unico eroe il suo papà Travis Goff, il più grande amore della sua vita, al quale lo legava un rapporto simile a quello del Guido di Benigni in La vita è bella con il suo piccolo Giosuè.

Travis, sognatore impenitente, soffre in realtà di una drammatica dipendenza, ma, con una dolcezza che commuove nel profondo, dipinge in pastello ogni dolore che lui e la sua famiglia si trovano ad affrontare, perché anche quando tutto dovesse essere perduto, chi lo ama possa conservare un arcobaleno al quale aggrapparsi per non lasciarsi sporcare dal terreno. Un giorno quell’arcobaleno — non vi diremo come — si sgretolerà tra le sue dita come zucchero colorato, e Pamela indurirà il cuore, trasformandosi in una adulta che ha convintamente riposto lì, nel cassetto più in alto, dove non può più ferire a morte, l’immaginare che si possa salire su una nuvola e sorvolare ogni male. E proprio per questo, quando Walt le esprime il desiderio di voler fare della sua rigorosissima tata su carta una donna che canta, danza e induce i bambini a fantasticare, la Travers rifiuta disgustata anche la sola possibilità di contemplare un simile tradimento delle sue intenzioni letterarie. E ancora di più quando le si prospetta l’introduzione dell’animazione nella costruzione scenica. Animali antropomorfi, parchi a tema, un mondo nel quale ai sogni vengono cancellati i confini? No, inaccettabile. Disney è un folle, un superficiale, mentre Mary Poppins è inflessibile, è concreta, non ha grilli per la testa né ombrelli volanti. Regole, i bambini hanno bisogno di regole, perché le regole lasciano fuori le illusioni, e le illusioni lì fuori non possono spezzarci.

Ma Disney non è solo un affarista e un calcolatore, Los Angeles non è solo un cartonato illuminato da un costante riflettore a forma di sole, e insegnare ai più piccoli che trovar rifugio nella propria fantasia può rendere il mondo meno cupo non è così sbagliato: Pamela lo capirà ascoltando, aprendosi passo dopo passo, e riabbracciando con indulgenza quella bambina innamorata che, forse, imparerà a perdonare un papà imperfetto anche grazie a una tata magica che vola e incanta. Saving Mr. Banks è una vera perla tanto dal punto di vista tecnico, quanto da quello attoriale: ogni dettaglio, dagli abiti alla gamma di colori base, rispecchia la più iconica e collettiva idea degli anni a cavallo tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60, e il duo Hanks/Thompson è supportato da colleghi in stato di grazia, dall’autista nobile d’animo Paul Giamatti a un Colin Farrell/Travers mai così in parte. Poco valorizzato dall’Academy (una sola candidatura agli Oscar in una stagione, quella del 2013/2014, particolarmente prodiga di titoli di grande valore) e, a quanto pare, non estremamente fedele agli eventi — nel film, la Travers sembra positivamente colpita dalla resa del suo personaggio sul grande schermo, mentre nella realtà pare non lo fosse affatto, al punto da assicurarsi che Disney non adattasse mai più un suo romanzo —, Saving Mr. Banks resta, secondo il parere di chi scrive, un elegante e delicatissimo giro di giostra nel parco dei divertimenti del sentimento, lì dove ogni barriera è lecito che cada, e ogni emozione può scorrazzare libera e pura.

Una canzone da suggerire? No, oggi no. Oggi scegliamo l’intera colonna sonora tanto di Mary Poppins quanto di Saving Mr. Banks, perché entrambe ci svelano un altro dei superpoteri di musica, cinema e letteratura: trasporre il proprio sentire, da autore o da spettatore, spesso riempie i crepacci creatisi tra aspirazioni e realtà, trasformando il sentiero accidentato del passato o del presente in una strada verso il futuro forse irregolare, ma percorribile con uno spirito differente. E se quel trasporre rende gli occhi un po’ più umidi, li rende senz’altro più lucidi, come un filtro correttivo che smussa gli angoli di un errore, alleggerendone il peso.

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Buona visione e buon ascolto a tutti… e se vi verrà la nostalgia del correre con un aquilone su una bella spiaggia, chiudete gli occhi e lasciatevi andare. Anche questa è libertà, la più sacra che ci sia.

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