Dal Salento a Carlos Santana. Intervista ad Alessandro Quarta

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Alessandro Quarta

Alessandro Quarta è un violinista e polistrumentista Salentino che nella vita non si è fatto mancare nulla. Partito dalla Puglia, in oltre 30 anni di carriere ha collaborato con artisti come Tom Jones, Tiziano Ferro, Carlos Santana, Lenny Kravitz, Il Volo e calcato i palchi dei teatri più importanti di tutto il mondo. Oggi, chiuso in casa (come tutti) si è prestato a rispondere alle domande della nostra redazione.

Alessandro. Dal Salento a Carlos Santana. Quando hai iniziato immaginavi di poter, un giorno, fare quel che hai fatto?Assolutamente no, anche perché, quando mi avvicinai alla musica, ero convinto di potermi costruire un futuro nel mondo della musica classica, non certo nel pop.

Hai iniziato a 3 anni. Come mai con il violino e non con i classici chitarra o batteria?
Perché mio fratello maggiore suonava il violino ed io, già all’età di 2 anni, mi mettevo dietro la porta della sua stanza ad ascoltarlo e ad imitarne i gesti. Vedendo questo, i miei genitori hanno capito che quella era la mia strada

Per te è stato complesso costruirti una carriera in un panorama musicale – quello italiano – dove la musica è troppo spesso legata al cantato?
Certamente! Questo perché in Italia manca la capacità di staccarsi da un certo tipo di preconcetto riguardo la musica. Dove c’è voce, c’è successo, questo è il pensiero di molti. Ma in realtà non è così. In un sistema del genere devi certo inventarti qualcosa ed ecco allora che le corde del mio violino hanno “cantato”, facendo le veci della mia voce, delle mie corde vocali.

Le critiche dal mondo classico non sono mancate…
Assolutamente si, ovvio. Questo perché, anche in quel campo c’è la convinzione che certi schemi, certi dettami, non possano essere toccati. Noi non abbiamo una registrazione originale di un’opera di Mozart ma abbiamo le interpretazioni di scuole artistiche che ti impongono di suonare quell’opera nel loro modo e questo non aiuta la crescita dell’arte.

Arte che tu hai vissuto in ogni sfaccettatura, ciò viene confermato dalla tua collaborazione con Roberto Bolle. Quanto è importante per te vivere l’arte a 360 gradi?
Fondamentale. Io vivo la mia arte come un pittore. Il mio violino è il pennello e le mie emozioni i colori. Questo però non basta; all’intero della tavolozza c’è bisogno di altro e Roberto è stato questo “altro”. Una collaborazione che mi ha dato moltissimo.

Altra collaborazione importante è quella con Il Volo. Raccontaci come è nata.
Mi ricordo che ero a casa e ricevetti una telefonata dai ragazzi che mi chiedevano di duettare con loro a Sanremo. Io accettai e mi presentai lì consapevole del fatto che molto del lavoro che avrei svolto durante l’esibizione sarebbe stato opera del momento. Provammo e poi ci esibimmo. Il pubblico fu entusiasta. Va precisato che io sono solito mettere nelle mie performance molti elementi improvvisati e questo mi ha ulteriormente inorgoglito; vedere quella platea in piedi mi ha davvero gratificato

In questo momento di quarantena, stai tenendo attivi i tuoi fan attraverso i social. Credi che Facebook ed Instagram abbiano aiutato il panorama musicale?
Certamente! I social hanno permesso ai ragazzi di conoscere nuovi generi oltre ciò che viene passato in TV o in radio. Purtroppo il nostro paese è vittima di una cultura monopolistica della TV, che decide chi deve essere famoso in base allo share, anteponendo lo “spettacolo”, lo show televisivo all’arte. Vedi i Talent. Sono un gioco, non un concorso musicale e non va visto come quest’ultimo. Siamo così abituati al sistema di music business della Tv da non essere in grado di utilizzare la parolina magica: “anche!”. Una parola meravigliosa, che ti permette di spaziare, di poter scegliere “questo genere musicale” ma anche quest’altro. All’estero accade di continuo, qui no. Ma internet sta cambiando le cose.

Internet però è anche il mondo dove si è sviluppata la Trap, l’ultima rivoluzione musicale.
La Trap è il risultato di una pochezza culturale che pervade gli strati dello spettacolo. Una pochezza culturale fatta di parolacce e pochissima arte. La Trap si atteggia a figlia del Rap ma non c’è nulla che la lega a quest’ultimo, un movimento nato dalle comunità black, dalle canzoni che criticavano la schiavitù. La Trap è il risultato di un imbarbarimento della musica.

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