#IoRestoACasa e leggo Woody Allen: A proposito di niente

Ecco l'autobiografia bloccata negli Usa da Hachette

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A proposito di niente
esce in cartaceo il 9 aprile per
La Nave di Teseo.
Adesso si può leggere
in e-book a 15,99 €

Si chiama Apropos of Nothing, da noi esce come A proposito di niente. È l’autobiografia di Woody Allen che negli Usa la casa editrice Hachette ha mandato al macero: a) per la protesta di alcuni dipendenti che hanno collegato al #Metoo la storia (chiusa) delle presunte molestie alla figlia adottiva Dylan e b) per la minaccia di Ronan Farrow (figlio di Mia Farrow  e di Allen, premio Pulitzer con i suoi articoli sul caso Weinstein) di boicottare la casa editrice per cui aveva pubblicato Catch and Kill (sul Metoo). Il libro poi è stato pubblicato dalle edizioni Arcade e negli Usa è guerra di religione: sul Washington Post per esempio è uscita una recensione intitolata con finezza Se avete finito la carta igienica ricordatevi che l’autobiografia di Allen è fatta di carta
Visto che  il titolo è A proposito di niente,  della guerra con Mia Farrow non scriverò niente, perché, francamente,  non me ne importa niente.

Piuttosto, è  bella l’autobiografia  di Allan Stewart Konigsberg, in arte Woody Allen? Potrebbe essere un monologo di Allen, un racconto per il New Yorker, un libro di Allen, un film di Allen in cui un personaggio di Allen racconta quello che si dice di Woody Allen. Potrebbe essere un mélange come Stardust Memory che, però, parla ufficialmente di Woody Allen. Il tono della scrittura ricorda lo stile spiccio delle storie metropolitane di Damon Runyon, e si basa su un meccanismo che Allen stesso svela: con grande (falsa?) modestia avverte che non è un intellettuale, ma uno che sa fare le citazioni giuste senza aver letto gli autori che cita. Sul serio? Intanto apre così: “Come il giovane Holden, non mi va di dilungarmi in tutte quelle stronzate alla David Copperfield”, due citazioni in una riga,  poi continua a rinviare l’inizio dell’autobiografia al suo venire al mondo. Chi aveva usato questo espediente? Laurence Sterne nel Tristram Shandy. Meno male che non l’ha letto.
Poi ci spiega che nella giovinezza -in cui voleva diventare un prestigiatore, innamorato di mitologie di gangster e di film in cui coppie in abito da sera  chiacchierano, stappano champagne e danzano in case luminose e ampie- le uniche cose intellettuali che lo attirano sarebbero le ragazze struccate coi capelli sciolti e vestite di scuro che fanno note ai margini dei libri di Kafka. È un dispositivo: in due diverse edizioni di Saperla lunga (poi ribattezzato Rivincite) quelle ragazze vagavano nei musei e annotavano prima testi di Kant e, quando era venuto di moda, di Marx. Il giovane Allen, il cui papà ha fatto parte di un plotone d’esecuzione e la cui mamma somigliava davvero a Groucho Marx (e stavano insieme come il boss di Bulli e pupe con Hannah Arendt) già da piccolo ha chiaro che non ama studiare, non ama la natura (gli animali sono uomini falliti), vuole uscire dalla povertà e farsi una casa a Manhattan:  in progressione diventa un buon pokerista, un discreto prestigiatore, un bravo battutista, uno stand-up comedian di successo, uno scrittore, un autore  per  teatro, tv e  cinema, il regista che sappiamo.
Come ci arriva? Si batte e si sbatte, adora lo sport, non ama in apparenza i film che amano quelli che guarderanno i suoi film (mica vero) e tutte le volte che si avvicina a una spiegazione “seria» la ribalta con una battuta un momento prima di autocelebrarsi. Per esempio, dopo la morte di Hemingway dice: “andiamo a bere qualcosa e cominciamo a fare discorsi romantici sul suicidio. Louise dice di preferire le armi da fuoco mentre io avrei messo la testa nella lavapiatti e premuto il programma di lavaggio completo”. Una battuta di quelle che potrebbero stare su un palco, su un copione, in suo libro, in questo libro, in un suo film. In pratica ti racconta che ha avuto un successo strepitoso per caso, sarà il quoziente intellettivo che gli han misurato (alto, di cui non può parlare), sarà che è un misantropo nevrotico (e in analisi ci va e tanto, ma poi spiega che non bisogna confonderlo col personaggio dei suoi libri e dei film), che non si aspetta un aldilà e chiede di essere cremato e sparso accanto a una farmacia.  Un po’ ipocondriaco e politicamente scorretto.
Lo stesso meccanismo è applicato agli appartamenti e alle ville che acquista, che nel tempo crescono di livello e grandezza e che molla per rifugiarsi sempre in città, e per le donne, che non sono mai conquistate (apprezzate sì, amate anche, rifiutate mai) ma che lo conquistano e spesso ne fanno un felice spezzatino. Sono tante e raccontate con tenerezza. Il tributo alla moglie Soon-Yi è  totale. Mia Farrow appare per la prima volta nel libro mentre vanno al ristorante e Woody si ferma un momento nella camera ardente del jazzista Thelonius Monk. Et voilà, un presagio di morte. Quello che segue, chi ha letto una qualsiasi biografia di Allen, in sostanza lo sa già: in questo libro elenca più nomi dell’elenco telefonico di New York (e di Hollywood) per spiegare le amicizie e il numero sterminato di suoi film raccontati attraverso gli attori (apprezzati, simpatici, difficili, indifferenti). Annotazioni tecniche zero (“So che bisogna togliere il tappo dell’obiettivo prima di riprendere qualcosa”). Polemiche con i produttori una sola, dolorosa. Astio no. Delusione (comprensiva) per chi l’ha rinnegato. Emozioni? Alla morte di Kennedy e al primo Oscar vinto dedica tre minuti e poi riprende a lavorare. È il futuro che conta. È vero? Posa? Per la storia d’amore con Louise Lasser (seconda moglie) cita il sonetto 57 di Shakespeare (L’amore è tale sciocco che, dei tuoi capricci, qualsiasi cosa tu faccia, egli non pensa male). Rivelazioni? Diane Keaton fa i migliori film con lui quando non sta più con lui. Però aveva un appetito da boscaiolo e mangiava per tre. Sulla questione Farrow la versione di Allen ricorda, in variante meno tragica, il cabarettista Lenny Bruce quando iniziò a fare spettacolo usando i verbali dei suoi processi: quando uno fa spettacolo sui suoi guai legali senti la tristezza impotente del perseguitato.
Il suo epitaffio, in parole sue, sarebbe:  “procacciatore di amenità, di trite barzellette, mestierante di seconda fila promosso regista per una combinazione di sudore della fronte, fortuna sfacciata e capacità di essere al posto giusto nel momento giusto. Baciato anche da un discreto successo. Che cosa significa tutto ciò, se la tua aspirazione è creare opere che possono affiancarsi a quella di Eschilo, o Neil, Strindberg, Tennessee Williams?”.
Fa ridere? Forse la confessione è qui.

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