Springsteen ai tempi del Covid-19, una canzone al giorno: “Freedom cadence”

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Pandemia 2020, giorno 11. Tutti i giorni in TV e in radio sentiamo parlare di questa pandemia come di una guerra, tutti i giorni leggiamo sui giornali bollettini di guerra. Sì, probabilmente questa è la nuova forma che ha assunto la guerra, e allora oggi parliamo di guerra. E perdonate le ripetizioni ma bisogna ficcarselo bene in testa che la guerra, qualsiasi essa sia e qualsiasi forma assuma, è la cosa più orribile che l’uomo abbia mai concepito. Bruce Springsteen, pur avendo scampato il servizio militare che lo avrebbe portato dritto in Vietnam, ha sempre avuto il massimo rispetto per tutti coloro che sono andati (o sono stati mandati) in guerra, non ha mai lesinato aiuti concreti, da anni partecipa al concerto di beneficenza organizzato da Bob Woodruff per i veterani (lui stesso è un veterano vivo per miracolo), e ha scritto alcune delle più belle canzoni anti-militariste della storia (da Born in the USA a The Wall, solo per citarne due). Eppure continua a essere frainteso o tirato per la giacca da qualche repubblicano miope.

Freedom cadence, la canzone di oggi, Bruce l’ha scritta per un film uscito nel 2017, Thank you for your service, diretto da Jason Hall (già autore di American Sniper) e tratto dall’omonimo libro di David Finkel, giornalista del Washington Post. Racconta la storia, vera, di  alcuni ragazzi che nel 2007 tornano a casa, in Kansas, dopo una missione durata quindici mesi in Iraq, tutti vittime del cosiddetto PTSD (post traumatic stress disease) ovvero il disagio da stress post traumatico. Ognuno di loro, il Sergente Schumann, il soldato specializzato Solo Aieti e il soldato semplice Billy Waller, ognuno a suo modo, torna a pezzi dall’Iraq. Schumann non riesce a perdonarsi di essere caduto per le scale mentre metteva in salvo un suo compagno colpito alla testa (che però gli sarà sempre grato per avergli salvato la vita) e di non essere morto al posto del suo superiore (la cui moglie però gli dice che lui al suo posto avrebbe fatto lo stesso). Aieti ha dei vuoti di memoria che gli impediscono di tornare al fronte (è convinto che l’esercito gli abbia migliorato la vita) e lo costringono all’abuso di farmaci sempre più potenti. Waller, dopo aver scoperto che sua moglie se n’è andata con la figlia svuotandogli la casa e il conto in banca, si spara in testa davanti a lei. In un crescendo sempre più drammatico la tragedia della guerra si amplifica a dismisura  quando si torna a casa, perché non c’è più lavoro, non c’è più solidarietà (se non quella di facciata), non c’è più l’illusione di aver fatto la cosa giusta. La testa è scoppiata, il fisico è (spesso) a pezzi. Soltanto alla fine del film Schumann e Aieti faranno pace con la loro coscienza, ma quanto durerà?  Springsteen compone Freedom cadence appositamente per questo film: accompagna i titoli di coda e ha un ritmo ossessionante proprio come una marcia militare:

«Avevo un fratello in Iraq, non è mai tornato, mi chiedo perché i soldati debbano morire… Mio padre è morto in Vietnam, lo hanno ammazzato a Khe Sahn, mi chiedo perché i soldati debbano morire Alcuni dicono che la libertà è gratis, ma io non sono d’accordo, io dico che la libertà si conquista con  il sangue del figlio di qualcuno…»

Springsteen riprende uno dei personaggi di Born in the USA (avevo un fratello a Khe Sahn che combatteva i Vietcong), uno degli oltre 52.000 soldati americani morti nel conflitto in Vietnam, che non è molto dissimile dalla guerra in Iraq. Il risultato è sempre lo stesso, il prezzo da pagare non cambia, anche perché a rimetterci la vita, la testa e il resto del corpo sono sempre i più deboli, i più disagiati, i più poveri. In guerra a morire, o a impazzire, ci mandano sempre loro. È una canzone triste, dura, che non lascia margine alla speranza: fino a che si penserà che una guerra sia l’unico modo per risolvere le questioni tra  gli stati , i risultati saranno sempre questi.

#stiamoacasa, #brucespringsteen, #letsplaythemusic

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati “Ben Harper, Arriverà una luce” (Nuovi Equilibri, 2005, scritto in collaborazione con Ermanno Labianca), ”Gianna Nannini, Fiore di Ninfea” (Arcana), ”Autostop Generation" (Ultra Edizioni) e ben tre su Luciano Ligabue: “Certe notti sogno Elvis” (Giorgio Lucas Editore, 1995), “Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue” (Arcana, 2011) e il nuovissimo “ReStart” (Diarkos) uscito l’11 maggio 2020 in occasione del trentennale dell’uscita del primo omonimo album di Ligabue e di una carriera assolutamente straordinaria. Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

2 COMMENTI

  1. Patrizia, complimenti per la ricerca così approfondita nel catalogo di Bruce, da grande appassionato e decano come mi ritengo, inizialmente credevo a un errore di attribuzione, invece questo brano era davvero sconosciuto ai più. Merito quindi per averlo tirato fuori dall’oblio, sebbene al suo ascolto, se ne capisce il motivo.

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