#IoRestoACasa con Spettakolo: “Begin Again”

0

Il Cinema racconta la vita. È questo che ogni appassionato della Settima Arte alza come pilastro d’ogni conversazione che valga a spiegare l’amore nei confronti delle storie narrate per immagini. Racconta la vita, sì, anche quando la vita la inventa. E lo fa costruendo intorno a un cuore pulsante di personaggi e pensieri un universo nel quale personaggi e pensieri finiscono per risiedere, plasmandolo o lasciandosi plasmare, imprimendo una traccia emotiva — più o meno profonda  più o meno consapevole, più o meno percorribile  — nell’anima dello spettatore. Ciascun regista a quell’universo dà la forma delle proprie suggestioni, delle proprie ispirazioni, del proprio istinto. Il film che oggi vogliamo invitarvi a guardare è stato definito “molto personale” dal suo director, John Carney: si tratta di Begin Again, (tradotto in italiano come Tutto può cambiare), del 2013, con Mark Ruffalo, Adam Levine, Keira Knightley, Catherine Keener, Hailee Steinfeld e James Corden.

Mondi a immagine e somiglianza della creatività che li costruisce, si diceva: epici, come insegnano George Lucas o Steven Spielberg, Gore Verbinski e Peter Jackson; fitti di ideali, ce lo dicono Oliver Stone e Spike Lee; arricchiti da complicati giochi d’incastro tra scienza e paradossi, vedere alla voce Nolan; non intimoriti dalle ombre del cuore, citofonare Fincher; spietatamente liberi, alla Almodóvar; crudi e sarcastici, fratelli Coen e Tarantino; causticamente introspettivi, con la firma di Woody Allen… giusto per citarne qualcuno. Ma possono anche essere piccoli, curati, delicati: sprazzi umili di un quotidiano qualunque, non eccezionale, ma unico tanto quanto è unico chi lo vive. Ecco, Begin Again appartiene a quest’ultima categoria: un gioco di tre scatole, ciascuna delle quali contiene, a matrioska, un amore progressivamente più grande… o più piccolo, a seconda di come si sceglie di procedere nell’aprirle. Non c’è nulla di sensazionale, in questa storia: Dan (Ruffalo), un produttore musicale utopisticamente puro, utopisticamente convinto che anche in un campo progressivamente più contaminato dallo smog dell’incasso a ogni costo si possa preservare il valore del talento artigianale, e perciò licenziato dall’etichetta che lui stesso ha contribuito a creare, cerca come tanti le risposte alla sua crisi professionale e familiare in un bicchiere, e sul fondo ci trova la voce di Gretta (Knightley), giovane cantautrice anticonformista e allergica all’abito sartoriale da star compiacente e compiaciuta, che invece prova a rammendare con le stringhe della sua chitarra le ferite causate al cuore dal suo ex compagno di vita e di palco Dave (Levine), ben più solleticato dal successo e dalla pubblica acclamazione. E poi? Passo dopo passo…

Una storia semplice. Raccontata decine di volte, e condita con ogni possibile salsa, da A star is born (quello del 1937… con tutto il rispetto per Lady Gaga e Bradley Cooper) in poi. Begin Again è una matrioska a tre scatole, però, si diceva all’inizio: due coppie (Dan è separato dalla moglie, e ha una figlia adolescente e recalcitrante) da osservare, indagare e forse provare a salvare; poi, la Musica. A far da collante, da sfondo, da suggeritore di battute e percorsi, da pista di decollo e d’atterraggio, da amico immaginario e complice reale, da nemesi da maledire e da diario segreto, da panchina sulla quale rimuginare e da silenzio nel quale (ri)trovarsi. Tanta Musica, e viva, generata materialmente durante la narrazione, come se ogni passo marcasse una nota. Come se si passeggiasse sulla stessa tastiera gigante sulla quale un giovanissimo Tom Hanks si divertiva a saltellare in Big. E a contenere questa danza fra sentimenti in subbuglio e suoni in divenire, la scatola più grande e più preziosa: New York.

Chi sta redigendo questo articolo ammette di amare l’insonne NYC più di quanto parole più numerose e ben più sofisticate sarebbero mai in grado di raccontare, ma sfida chiunque a vedere Begin Again e ad arrivare ai titoli di coda senza aver conservato negli occhi il pizzicore di una bellezza nascosta: già, perché il film non mette in vetrina solo Manhattan e il Village, Central Park e gli scenari alla Sex and The City, ma i quartieri popolari, tra palazzine fatiscenti e il decadente fascino di una tettoia trasformata in palco tra gli strepiti dei vicini, tra innamorati sospesi che si confrontano sulle celebri front stoops e bambini che giocano a fare i coristi, lì dove tutto è possibile e un arresto per schiamazzi diventa fonte di fascinazione, perché «That’s what I love about music. One of the most banal scenes is suddenly invested with so much meaning, you know? All these banalities are suddenly turned into these beautiful, effervescent pearls. From music», questo dice Dan a Gretta alla fine della loro lunga passeggiata notturna, seduti su un marciapiede, alle spalle i bagliori di Times Square e i riverberi della luna sull’Hudson, cuffia nelle orecchie e mondo negli occhi. Eccole, tutte e tre le scatole che diventano una: gigante, stordente, caotica, contraddittoria, accecante, romantica, invincibile, eppure così fragile, come in questi giorni New York sta dimostrando, purtroppo, d’essere.

Quanto alle interpretazioni, Mark Ruffalo si conferma un attore dalla impareggiabile capacità di rivestire di una morbida gentilezza gli spigoli degli uomini dei quali indossa abiti e vite, generando una naturale empatia nello spettatore; altrettanto, purtroppo, non si può dire della Knightley: al di là degli scontri, poi (apparentemente) rientrati, col regista, che in fase promozionale contro ogni logica di convenienza commerciale ha denunciato grandi difficoltà nel lavorare con lei e con il suo team, resta l’impressione che per quanto si impegni, la nostra eroina non riesca a infondere verosimiglianza ai suoi manierismi espressivi, troppo spesso eccessivi e marcatamente studiati. Deliziosa, come sempre, Catherine Keener, ben lontana dall’inquietante Missy di Get Out, mentre ad Adam Levine il ruolo del musicista superficialotto e playboy calza come una seconda pelle. Menzione d’onore per James Corden: il comedian inglese ha poche scene a disposizione per mostrare il suo talento, ma è un comprimario luminoso e ironico.

In una colonna sonora che meriterebbe d’essere integralmente citata, non posso che invitarvi ad ascoltare Lost Stars, interpretata da Levine e candidata agli Oscar 2015 come Migliore Canzone Originale. Non solo perché si tratta di un testo particolarmente intenso e perfettamente in sintonia con lo spirito dell’intera pellicola, ma perché nell’ambito della narrazione rappresenta l’immateriale centro di gravità intorno al quale si muovono tutti i protagonisti, per poi raggiungerlo e da lì, come un effetto rimbalzo, ripartire ciascuno per la propria, nuova direzione. Vi proponiamo la versione acustica, più meritevole d’ascolto, a nostro parere, dell’arrangiamento finale (e, senza spoilerare, forse anche qualcuno dei personaggi del film la pensa come noi…):

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Google Youtube abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

But are we all lost stars trying to light up the dark… non è forse così che ci sentiamo un po’ tutti, in questo difficile arrancare nell’incertezza? Stelle smarrite che cercano una scintilla per illuminare la strada? Sì, ma non possiamo fermarci. E da quella scintilla ripartirà il nostro viaggio. Trovandoci, si spera, al binario con un bagaglio di consapevolezze ben più nutrito, e insieme più essenziale.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome