#IoRestoACasa con Spettakolo: “Romeo + Juliet”

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Insiti nella nascita e nella fruizione dell’opera teatrale sono realismo e vividezza: a differenza del Cinema, che costruisce universi paralleli anche quando essi siano trasposizione di frammenti di Storia, spesso facendo ricorso  a una scaltra iper-drammatizzazione degli eventi e affidando alla tecnologia il compito ossimorico e non sempre grato di conferire una plausibilità non troppo artefatta all’implausibile, il Teatro è vita inspirata e espirata, come un ricordo trattenuto e poi lasciato andare senza barriere, ed è capace come nessun’altra arte di conferire eternità a vette e cadute dell’uomo astraendolo dalla cornice sociale e temporale nella quale si muove, fissandone i caratteri più connaturati al suo essere, appunto, uomo, e rendendoli plastici. Non è un caso, dunque, che le pièce di William Shakespeare abbiano conosciuto migliaia di adattamenti per la scena, nonché per piccolo e grande schermo; negli anni ’90 due titoli su tutti, vestendo alcuni tra i più popolari antieroi nati dalla penna del Bardo di abiti inediti, hanno colpito profondamente pubblico e critica: Riccardo III (1995), con un monumentale Ian McKellen tramutato in un dittatore hitleriano folle e glaciale, ingobbito dalla sorte e dal Male, e Romeo + Juliet, di Baz Luhrmann, uscito negli States nel novembre 1996.

Proprio quest’ultimo è il film che oggi vi consigliamo di vedere, qualora facciate parte della presumibilmente esigua schiera di coloro che ancora non l’hanno fatto: cinque anni prima d’affermarsi a titolo definitivo come stella di prima grandezza nel firmamento del Cinema contemporaneo grazie a Moulin Rouge!, il regista australiano confeziona una rilettura eccentrica e punk della più nota delle tragedie shakespeariane che ancora oggi viene considerata dai più una operazione tanto rischiosa quanto riuscita. Luhrmann, infatti, non si limita a trasportare meccanicamente i suoi protagonisti nel mondo di oggi gettando le basi per un aspro attrito con annesse scintille di disastro, ma, mantenendo inalterati versi e dialoghi, monta intorno a essi una scenografia che preserva con cura quei connotati di snodi narrativi e personaggi da sempre impressi nella memoria collettiva, così che nessuno fra essi si snaturi, pur lasciandosi contaminare e contaminando la propria nuova realtà.

Una realtà radicalmente nuova: la nostra Verona diventa l’artificiale e generica Verona Beach, cittadina costiera non meglio collocata nello scacchiere geografico a stelle e strisce; i Montecchi e i Capuleti si distinguono nel look tanto quanto nelle attitudini: i primi sono bulletti da spiaggia rozzi e caotici, con camicie e decappottabili sgargianti; i secondi incarnano appieno la (strabusata, ammettiamolo) iconografia dei criminali latinos al cinema, tra capelli impomatati, rigidi abiti scuri e piglio arrogante, un po’ Tony Montana e un po’ Narcos; gli imperi familiari assumono nemmeno troppo velati tratti mafioseggianti, e i raffinati intagli sulle else delle spade diventano calci di pistole automatiche personalizzate che mescolano con sfacciato esibizionismo sacro e profano, madonne e lacrime, gocce di sangue e simbolismo religioso.

Romeo e Giulietta sono interpretati da Leonardo DiCaprio e Claire Danes: il primo, volto da adolescente e occhi azzurri dalla lucida intensità, è la perfetta incarnazione del topos romantico per eccellenza, fragile e disperato, incantato e smarrito, e s’appropria impunemente del cuore di milioni di spettatori d’ogni età, cuori che farà definitivamente suoi un anno dopo grazie al Jack Dawson di Titanic; la Danes è anch’essa una Giulietta impeccabile, dolce e al contempo sfacciata, ribelle e ragazzina, ingenuamente ma tenacemente aggrappata al suo sogno d’amore contro ogni macchinazione del destino. Ma, almeno secondo il parere di chi scrive, a rubare la scena sono i personaggi secondari, e, in particolare, due character actors molto noti oltreoceano: Harold Perrineau, tra i protagonisti della serie Lost, che interpreta Mercuzio, il migliore amico di Romeo, e John Leguizamo, attore, autore e stand-up comedian, qui nei panni di Tebaldo, cugino di Giulietta.

Il Mercuzio di Perrineau, intensissima figura dai contorni queer, è una sciabolata rosso vivo di carnalità e poesia, che controbilancia alla perfezione il buio vendicativo e cieco del Tebaldo di Leguizamo. I due personaggi si seguono e s’inseguono sullo sfondo dei quadri principali per una buona metà del film, alimentando un crescendo che trova il suo tragico sbocco in una delle scene più indimenticabili e potenti dell’intera pellicola, quel duello su una spiaggia nel quale ogni dettaglio si fa verso, dalla tempesta di vento e sabbia alle camicie svolazzanti, dalle nuvole alle onde, dai volti popolareschi, distorti in espressioni di stupore e paura, delle comparse alle costruzioni fatiscenti, memorie di una gioia già perduta. A plague… o’ both your houses, ansima Mercuzio: ed è un grido che rimbomba nella pioggia più potente di ogni tuono.

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La colonna sonora di Romeo + Juliet è, di fatto, un compendio, per quanto incompleto, del miglior sound di fine anni ’90: dai Garbage ai Radiohead, da Kym Mazelle a The Cardigans, chi volesse approcciarvisi troverebbe tra quelle note foto e pagine di Smemo stropicciate, tagli di capelli improbabili e collezioni cult, grandi sogni in colori fluo e finestre su un millennio che ci sembrava un salto nel futuro più elaborato che quegli Spielberg e quegli Zemeckis coi quali la generazione ’75-’85 è cresciuta potessero disegnare. E sarà un bellissimo sfogliare, in questi tempi di tetri fermo-immagine. Come pezzo simbolo, non possiamo che consigliarvi (I’m) Kissing You di Des’ree, che accompagna il primo, quasi puerilmente dolce e insieme appassionato incontro tra le nostre due stelle cadenti, scandendo prima l’innamoramento a prima vista, poi l’incipit di una tragedia che trasformerà quell’amore in una colpa da espiare nel più crudele e irreversibile dei modi. Des’ree, lo ricordiamo, sembrava avviarsi a diventare uno dei nomi più apprezzati del pop mondiale a cavallo degli anni 2000 anche grazie a questo pezzo, ma ha purtroppo finito per perdersi nel mare magnum della rivoluzione musicale postmoderna, lasciando di sé una traccia di nostalgica dolcezza solo nel cuore di chi viveva in quegli anni la propria stagione di passaggio all’età adulta.

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Buona visione… e buon ascolto.

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