#iorestoacasa con Spettakolo, ascoltando i Pink Floyd e guardando Febbre da cavallo

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Prosegue la nostra iniziativa #IoRestoACasa, per farvi compagnia e cercare di addolcire in qualche modo e occupare le giornate di isolamento casalingo in cui tutti siamo costretti, sperando che quel traguardo che al momento è al 3 maggio non venga spostato ancora più in là.

Per la canzone di oggi ho voluto fare un parallelismo tra la situazione in cui siamo, ovvero richiusi tra quattro mura e quella in cui si trova Pink, il protagonista di The Wall, pietra miliare dei Pink Floyd (che trovate raccontata nel dettaglio qui), che dietro ad un muro ci si è chiuso volontariamente.

Nonostante Pink decida di chiudersi dietro un muro che lui stesso ha costruito per nascondere e proteggere i propri sentimenti, sente comunque il bisogno di chiedere aiuto: quei “can you feel me?” e “can you help me?” ci danno l’immagine di una persona che vuole rimanere chiusa in se stessa ma che allo stesso tempo ha bisogno di avere un contatto col mondo esterno, perché probabilmente nonostante voglia stare per conto suo in fondo sa che stare da solo non risolverà i suoi problemi, perché non riuscirà a uscire dalla sua situazione solamente con le sue forze (e infatti a fine disco il processo di “redenzione” sarà letteralmente brutale, ma questa è un’altra storia).

Questa necessità di chiudersi, di nascondersi dietro un muro ma allo stesso tempo batterci i pugni contro per cercare qualcuno che è al di fuori non è bipolarismo, è semplicemente la stranezza della mente umana, dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri, a volte contrastanti tra loro e incomprensibili anche per noi stessi.

E la frase che chiude la canzone, come in un lampo di lucidità e consapevolezza del protagonista, rispecchia, se vogliamo, il senso della vita: “together we stand, divided we fall”.
Nonostante tutti i muri che costruiamo per proteggere i nostri sentimenti, per difenderci dagli altri e perché no, anche da noi stessi, alla fine abbiamo sempre bisogno di stare insieme, perché da soli crolliamo, inevitabilmente.

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Per il film di oggi mi lego al fil rouge del titolo del film che vi ho consigliato la volta scorsa, essendo poi la cosiddetta febbre da cavallo uno dei sintomi di questo virus maledetto.
Ed è proprio Febbre da cavallo, film cult del 1976 diretto da Steno e con protagonisti Gigi Proietti nel ruolo di Fioretti bruno detto Mandrake (per via delle sue «innate doti trasformistiche» e per il «sorriso magico») ed Enrico Montesano che interpreta Armando Pellicci, detto “er Pomata”. Tra gli altri attori da segnalare ovviamente Francesco de Rosa, Mario Carotenuto, Adolfo Celi e Catherine Spaak.

Pellicola snobbata all’uscita da pubblico, con solo 200 milioni di incasso nelle sale, e critica, con giudizi pesanti da parte di tutti i recensori:
«”Febbre da cavallo” presenta il peggiore dei difetti attribuibili a Steno: non fa ridere […], almeno per la prima ora, e poi soltanto una certa dimestichezza può indurre a un poco di simpatia per il film.»  (Renzo Fegatelli su la Repubblica del 2 novembre 1976)
Il dizionario di Paolo Mereghetti lo definisce una «commedia sbrigativa», mentre il solo Morando Morandini ebbe a dire «una commedia divertente ben servita da un estroso Gigi Proietti.»

Negli anni ’90, grazie alla trasmissione del film sulle reti private è iniziata la fase di riscoperta della pellicola, tanto da farla diventare di culto e da aver creato anche dei neologismi, primo fra tutti la cossidetta “mandrakata”.
I motivi sono semplici, come dice lo stesso Gigi Proietti: «Il segreto? Semplicemente il fatto che faceva ridere». Perfino i critici cinematografici furono costretti a rivedere i propri giudizi, e il dizionario di Paolo Mereghetti, che all’uscita aveva stroncato il film assegnandogli 1,5 stelle su 4, ora lo descrive come «un sense of humor irresistibile» assegnandogli 2,5 stelle.

Fatto sta che le avventure di Pomata, Mandrake e Felice, dell’Avvocato De Marchis e la “tris di Gabriella” sono diventate negli anni come un rosario da recitare per i tantissimi appassionati che conoscono a memoria ogni battuta del film, e se davvero c’è ancora qualcuno che manca all’appello quest’isolamento è la scusa giusta per passare un’ora e mezza tra leggerezza e risate.

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