#iorestoacasa con Spettakolo

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Siamo nell’Anno Domini 2020, ad aprile inoltrato, nel bel mezzo di una primavera luminosa passata sui balconi. Oggi è domenica e anche la maggior parte degli smart worker avranno il loro giorno libero in cui godersi qualche film e un’ora di svago.

Ecco il menù di oggi: un film dalle evidenti analogie con la nostra assurda quotidianità e un brano che ci arriva direttamente dagli anni ’90.

Sì, mi sono accorta che vi propongo sempre dei brani e dei film “antichi”, ma è l’effetto nostalgia che permea la mia quarantena ad ispirarmi; non me ne vogliate.

Il film di oggi è Non ci resta che piangere, mitico capolavoro della coppia Benigni-Troisi, girato nell’84 ma ambientato a… “Frittole, quasi millecinque”. Il bidello Mario (Troisi) e l’insegnante Saverio (Benigni) si ritrovano catapultati nel 1492, prima che Colombo scoprisse l’America e con lei tutto il male che secondo Saverio avrebbe portato al declino del mondo odierno.

Inizialmente disperati all’idea di ritrovarsi in un mondo in cui la gente fa i bisogni dalla propria finestra, poi via via sempre più rassegnati a questa nuova vita, i due si spalleggiano in un susseguirsi di scene ormai diventate mitiche. Dalla lettera a Savonarola (“E noi zitti sotto”) all’incontro con un deludente Leonardo da Vinci, che non sa nemmeno come si gioca a Scopa.

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È superfluo tessere le lodi di questo evergreen della commedia, che tutti conosciamo. Ben più interessante, invece, scoprire quanto sia parte della nostra cultura popolare, tanto da diventare addirittura un meme animato che esorcizza la nostra situazione attuale da reclusi. Le rielaborazioni sul web si sprecano e così la scena della dogana “Alt! Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!”, diventa un perfetto riassunto di come ci immaginiamo la nostra quotidianità fra autocertificazioni e controlli selvaggi mentre andiamo al supermercato. L’avvertimento a Mario al ritmo di “Ricordati che devi morire!” diventa invece l’emblema cinico del nostro confronto quotidiano con i dati terribili della pandemia. E noi che vorremmo scacciare questa situazione surreale, tornando alla normalità, ci sentiamo un po’ come Mario che vuole comportarsi come se nulla fosse successo per poi aprire la porta e ritrovarsi attore involontario in una realtà a cui non vuole appartenere. Cerchiamo allora di ispirarci a Saverio, che una volta preso atto della nuova normalità, ci si butta a capofitto con rinnovato spirito di adattamento. Anche Saverio aveva capito che le cose non si sistemano recitando il mantra vacuo dell’ #andràtuttobene, ma seguendo il precetto del Quando si è in ballo bisogna ballare. E allora balliamo.

Balliamo sul mondo? Certo. Non è una domanda, ma un invito e ce lo fa Ligabue nel 1990. Si tratta di uno dei suoi primi singoli stampati. Prima intitolato Eroi di latta, in fase di produzione del suo primo album Ligabue, verrà intitolato proprio Balliamo sul Mondo.

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