Una proposta per la musica ai tempi del lockdown

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Premesso che faccio parte di una generazione che per la musica dal vivo ha fatto di tutto: da adolescente aver esaurito la paghetta settimanale con un solo concerto, da maggiorenne aver sfidato manganelli e lacrimogeni sfondando i cancelli, poi averci lavorato come facchino, tecnico del suono, come addetto stampa e infine come promoter e organizzatore di concerti e festival e non da ultimo come direttore artistico di rassegne e music club.

Premesso che ho diviso i camerini con Fabrizio De Andrè, Iggy Pop, Depeche Mode, Suzanne Vega, Gil Evans, Sting, Alpha Blondie, Frank Zappa, Laurie Anderson e decine di altri artisti italiani e internazionali.

Premesso che, passato alla televisione, sono stato autore e capoprogetto di format tv di sola musica live su quasi tutte le reti, da Videomusic a Italia Uno, da TMC a Rai Uno.

Premesso che ho collezionato decine di LP dal vivo da quelli ufficiali ai Bootleg. Ho lavorato con Franco Mamone, Trident, D’Alessandro e Galli e tanti altri…e infine che ho passato più tempo sopra e sotto un palco che in cucina o in bagno.

Premesso tutto questo, odio il lockdown che costringe ad azzerare la musica dal vivo per almeno otto, dieci mesi ma odio anche quella insulsa e insostenibile corrente di pensiero che vede nel silenzio e nell’immobilismo la terapia da seguire. Sui social qualcuno scrive «Non ci resta che aspettare il vaccino, poi tutti a far la fila per ore agli stadi come prima», aggiungo io magari spendendo soldi che non avremo, magari armati di smartphone pigiati come sardine, magari a spendere 5 euro per una bottiglia d’acqua dopo aver fatto la fila per due ore perdendo metà concerto, magari dopo aver ingrassato qualche farabutto delle multinazionali del secondary ticketing, magari anche dopo aver visto un concerto di merda (ci sta pure) senza accorgersi che era fatto di suoni campionati e di voci in playback, perché è anche questo a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. E sottolineo ANCHE, non solo, a scanso di equivoci.

Dunque che fare al momento in cui quasi tutti i lavoratori della musica sono fermi e senza reddito? Qualche artista in buona fede non trova di meglio che chiedere allo Stato il classico fondo cassa, senza pensare che la cassa dello Stato è già a fondo di suo e non è che i soldi si stampino come nella tipografia de La banda degli onesti con Totò e Peppino.

Quindi tocca armarsi di iniziative e proposte e ricominciare a mettere in moto la musica live con altre soluzioni e idee, almeno in una fase temporanea, in attesa che il Rock’n’roll circus riparta con i suoi anacronistici gigantismi.

Siamo in un’epoca in cui la tecnologia sempre più avanzata può aiutarci. Certo non ci sembra vero, dato che in tv vediamo collegamenti via Skype con una qualità audio-video pessima, con esperti, vip, e star che si immobilizzano all’improvviso in stop frame o che aspettano dieci secondi prima di rispondere a una domanda. La tv lockdown sembra più arretrata di quella degli anni Ottanta, dove i primi cromakey disegnavano l’aureola sulla testa dei cantanti, e i discografici portavano i nastri mono nelle regie tv.

Tutto questo accade perché l’innovazione e la tecnologia interessa a pochi e in Italia molti ne hanno paura. Basta leggere articoli e post sui social in cui si condanna il 5G come responsabile di oscure stragi di stormi di uccelli nel cielo di Roma.

Tornando alla musica live, i fieri antagonisti e oppositori dello streaming magari si mettono in cucina con la chitarrina e ci opprimono con le dilettanti dirette facebook allo sbaraglio pensando che queste siano le uniche possibili alternative alla music lockdown.

Ora sembra che persino il ministro Franceschini e il suo ministero stiano sinceramente pensando a una piattaforma per la cultura, la musica e le arti in genere. Una sorta di Netflix online che possa anche attirare investitori e sostegni economici per dare lavoro e occupazione a molti lavoratori dello spettacolo e della musica, che altrimenti resterebbero disoccupati per un anno intero.

E se ci arriva pure il Governo con incomprensibile ritardo, potrebbero arrivarci anche gli inesauribili nostalgici delle riserve analogiche e delle file indiane davanti ai cancelli dei Palasport. A costoro, che sicuramente nel corso degli ultimi decenni hanno downlaudato di tutto, collezionato DVD di concerti live, trascorso intere nottate su youtube a vedere concerti live, scaricato a gratis interi concerti live senza minimamente pensare a quelli che ci lavoravano, farebbe bene leggere qualcosa a proposito di olografia, telepresenza, olofonia, aggregatori di Sim dedicate in grado di portare la latenza vicino allo zero, encoding, modalità immersive, strumenti in grado di farci vedere la musica live e di fruirla ovunque e in qualsiasi momento, come mai vista e sentita prima. Si può fare.

Una piattaforma del genere sarebbe un buon antidoto alla tv jurassica generalista, darebbe lavoro a un sacco di operatori del settore, rimetterebbe la musica live in circolo e creerebbe un mercato parallelo alla musica live tradizionale, a patto però che sia dotata delle tecnologie evolute di ultima generazione, altrimenti non servirebbe a nulla.  

Esistono in Italia centri di produzione, studi attrezzati con palchi veri, tutti a norma di sicurezza sanitaria, sanificati ogni giorno dopo l’utilizzo, dotati di eccellenze tecnologiche che consentono di produrre e trasmettere musica live a impatto ambientale vicino allo zero.

Lo streaming è una frontiera con cui necessariamente bisogna fare i conti, così come li abbiamo fatti nei confronti di tutte le innovazioni tecnologiche visive e sonore prodotte nella storia. La tecnologia non è statica, è dinamica per definizione. Imparare a usarla e bene è l’unica possibilità che abbiamo.

Ora si dirà, come mai queste meraviglie tecnologiche non si vedono ancora? Semplice, perché non c’è ancora una cultura che le sostenga, direi che non c’è nemmeno la sufficiente curiosità per esplorarle. Discografici, produttori, artisti e purtroppo anche la stragrande maggioranza degli appassionati guardano all’innovazione con pregiudizi e sospetti, con la classica puzza sotto il naso che ormai sa di muffa. Ma è solo questione di tempo, la nuova frontiera dello streaming è come il panettone, prima o poi arriva, e qualcuno ha già cominciato a prenotarlo.

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Roberto Manfredi
Ha iniziato a lavorare nella discografia nel 1975, collaborando tra gli altri con Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Roberto Benigni, Skiantos e Roberto Vecchioni. Per la TV, è stato capoprogetto e autore di innumerevoli programmi musicali e produttore esecutivo di molti format. Ha scritto per Antonio Ricci, Piero Chiambretti, Gene Gnocchi, Serena Dandini, Simona Ventura, Mara Maionchi e tanti altri. Inoltre ha pubblicato sei libri, tra i quali Skanzonata (Skira editore), Talent shop – dai talent scout a Talent show (Arcana), Cesate Monti, l’immagine della musica (Crac Edizioni) e Artisti in galera (Skira). È anche regista di video clip, film e documentari biografici. Ha vinto un Premio internazionale con il film Il sogno di Yar Messi Kirkuk . Attualmente è regista del tour teatrale Love & Peace di Shapiro-Vandelli. Scrivere è la sua passione.

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