#IoRestoACasa con Spettakolo: “Extremely Loud & Incredibly Close”

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Le storie di formazione, il coming of age, rappresentano la narrativa più amata dal pubblico, proiezioni su schermi o pagine di rettilinei svolte improvvise, dossi e fermate che caratterizzano il cammino di ciascuno di noi alla volta del sé a lungo immaginato o ambito, o, il più delle volte, del sé scoperto inaspettatamente lungo la strada, rimodellato, adattato agl’imprevisti e alle probabilità offerti dalla vita pur mantenendo un core identitario imprescindibile. Extremely Loud & Incredibly Close, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer pubblicato nel 2005, appartiene appieno a questa categoria di racconto, ed è il film che vi consigliamo oggi.

Diretto da Stephen Daldry, già regista degli acclamati Billy Elliot e The Reader (Premio Oscar a Kate Winslet come Miglior Attrice Protagonista nel 2009), EL&IC vede tra i protagonisti Tom Hanks, Sandra Bullock e il giovanissimo Thomas Horn, e racconta la storia del piccolo Oskar, brillante e curioso ragazzino newyorkese affetto dalla sindrome di Asperger, che gli rende particolarmente complesso rapportarsi con agio a persone al di fuori della sua cerchia familiare. Proprio per stimolarne le capacità relazionali, suo padre (Hanks) crea continuamente per lui nuove sfide d’intelligenza che lo portino a superare, progressivamente, i confini domestici e i muri emotivi che ne ostacolano la crescita. La tragedia delle Twin Towers lascia Oskar orfano del suo principale punto di riferimento e, per allontanarsi dal proprio tormento e da quello della madre (Bullock), divenuta per ovvie ragioni iperprotettiva, fa di una chiave ritrovata per caso in un vaso il punto di partenza di una nuova caccia al tesoro, da condurre per la prima volta in totale autonomia.

Il piccolo si troverà così ad affrontare, con il suo inseparabile tamburello, unico suono in grado di riportare i suoi tempi imperfetti a un ritmo regolare e rassicurante, tutti quei mostri di vetro, pelle e rumore che da sempre lo terrorizzano: nelle strade di una New York piegata e persa, lì dove un motore che s’accende all’improvviso prende la forma di un aereo che taglia come burro cieli e palazzi e un ponte diventa un cerchio di fiamme da superare a occhi chiusi e cuore stretto, Oskar trova guide e compagni di viaggio che lo lasceranno, dapprima con diffidenza, poi con quella empatia che solo nasce dal riconoscere negli occhi altrui quello stesso, istintivo timore del vuoto che ci rende tutti “uno”, entrare nel loro mondo incrinato, e cercare in esso le parole che possano aiutarlo a decifrare il suo. Viola Davis, John Goodman, Max von Sydow, Jeffrey Wright, tutti in stato di grazia, sono gli indizi viventi di una caccia al tesoro fatta di oggetti più che di parole, di sguardi tagliati e silenzi complici, più che di confronti aperti. Qual è la meta di Oskar, l’ultima, inestimabile sorpresa del suo papà? Non ve lo sveliamo, ma possiamo dirvi che il giovanissimo protagonista chiuderà il proprio cerchio narrativo nel modo più tenero, sincero e “bambino” possibile, tesaurizzando al massimo un amore che non conosce assenza.

Candidato all’Oscar come Miglior Film nel 2012, e oggetto di pareri critici estremamente discordanti da parte degli addetti ai lavori, Extremely Loud & Incredibly Close è stato tacciato, dai suoi più aspri detrattori, di esercitare l’emotional blackmailing, il ricatto emotivo. Accusa della quale, oggettivamente, è piuttosto arduo definire i margini: se i film sono, per loro stessa natura, messe in scena universali di parabole individuali, fittizie o reali poco importa, e pertanto non possono prescindere dal raccontare anche le cadute, le sconfitte, i disorientamenti che di quelle vite, di ogni vita, sono componenti imprescindibili, chi stabilisce soglie e modalità accettabili di trasposizione delle ombre oltre le quali si cade, appunto, nello strappalacrime? Non è forse più pericoloso e offensivo pretendere che sul grande schermo ci sia spazio solo per storie eroiche, a lieto fine, che dipingano le nostre piccole e grandi miserie quotidiane come moleste ma trascurabili interferenze in un melodico procedere col vento in poppa? Del resto, non sta a noi giudicare: per quanto ci riguarda, Extremely Loud & Incredibly Close è un poetico, dolente e insieme sognante sguardo di bambino su un mondo che non ci risparmia affanni e traumi, ma che talvolta ci permette di cercare e trovare, nel sale di una goccia che riga il volto, il sapore di una nuova speranza dalla quale ripartire.

Il trailer ufficiale di Extremely Loud & Incredibly Close era accompagnato da Where the streets have no name, ed era lecito aspettarsi che questo straordinario pezzo degli U2, pubblicato nel 1987 ed estratto ll’iconico album The Joshua Tree, facesse parte della colonna sonora: così non è, ma vogliamo ugualmente che sia il suggerimento musicale di oggi. La versione che vi proponiamo, però, non è quella interpretata da Bono Vox, ma una cover live che porta la firma di Jared Leto e dei Thirty Seconds to Mars, il gruppo rock che l’artista ha fondato insieme al fratello Shannon nel 1998. Il pezzo, com’è noto, fu scritto da Bono durante un viaggio umanitario in Etiopia con sua moglie, e, sebbene il cantautore irlandese l’abbia più volte definita uno sketch di pezzo sul quale avrebbe avuto intenzione di tornare per dargli una forma più compiuta, è in realtà una accattivante, sentita espressione della speranza utopica che la strada nella quale si nasce e si cresce non rappresenti più il simbolo di una condizione, e quindi il suo limite, ma che un mondo di strade senza nome si elevi a metafora di un universo senza barriere, né ideologiche, né pregiudiziali, nel quale ogni sogno abbia la stessa quantità di benzina per arrivare al traguardo della sua piena realizzazione. I want to run, I want to hide, I want to tear down the walls that hold me inside… tutto sommato, anche l’espressione del nostro attuale desiderio di tornare a viaggiare, con la mente o con chi amiamo, rompendo i muri della paura e dell’incertezza che oggi ci costringono alla prigionia.

Tornando alla cover, i 30STM furono protagonisti, nel lontano 2011, di un intenso MTV Unplugged nel corso del quale proposero alcuni dei loro più amati successi in una rilettura esclusiva costruita ad hoc con la collaborazione dello strepitoso Vitamin String Quartet e del The Late Show’s Gospel Choir; è proprio quest’ultimo ad accompagnare Leto in una splendida performance che chi scrive non ha vergogna d’ammettere d’avere ascoltato e riascoltato più spesso di quanto sarebbe probabilmente saggio fare, perché ogni sottolineatura di passaggi, ponti e accenti attraverso un vocalizzo o una amplificazione sembra elevare musica e parole su un piano differente, più intimo e insieme più universale, in un crescendo in perfetto equilibrio tra chitarra, batteria e soul che spiazza e commuove, fino a una chiusura che fa partire uno spontaneo amen! laico, espressione sintetica e sincera di catarsi, di gioia e di soddisfazione di fronte a una bellezza che solo l’Arte è capace di portare in superficie con tale evidenza.

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Jared Leto — lo ricordiamo qui, dove melodie e Settima Arte s’abbracciano strette —  è un artista nel senso più ampio del termine: oltre che cantante, musicista e regista (i video dei 30STM sono stati da lui firmati con lo pseudonimo di Bartholomew Cubbins, e tanto ci sarebbe da dire su simboli e riferimenti alti che ne fanno dei piccoli capolavori di cinematografia, ma non è questa la sede), è anche un ottimo attore il cui carisma cammina a braccetto con una personalità dalla matrice decisamente eccentrica della quale non mette conto indagare i discutibili eccessi; protagonista a inizio anni duemila di una serie di pellicole che solo in parte svelano un talento ossessionato dallo studio meticoloso e totalizzante (noti sono i suoi estremi cambiamenti di peso in funzione dei ruoli, che non di rado gli hanno cagionato problemi di salute), nonché raro per la sua peculiare plasticità — da Requiem for a Dream, allucinazione filmica guidata con mano da maestro da Darren Aronofsky, al crudo, struggente Lonely Hearts con John Travolta e James Gandolfini che si fanno strada a fatica nel grigio del male incarnato dalla fumosa palette fotografica anni ’50, da quel Chapter 27 che è ritratto asciuttamente spaventoso di Mark David Chapman, l’assassino di John Lennon, al sottovalutatissimo Mr. Nobody, dal claustrofobico Panic room firmato David Fincher al terrificante Alexander di Oliver Stone, del quale è, insieme alle scene di battaglia, probabilmente l’unica nota non stonatama che finiscono perlopiù per perdersi, schiacciate da produzioni più mainstream o trainate da nomi più illustri, nel 2014 porta finalmente a casa un meritato Oscar come Miglior Attore Non Protagonista vestendo, in Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, i panni di Rayon, transessuale fragile e sfacciata che, dopo un primo incontro tutt’altro che amichevole con l’omofobo, rozzo cowboy Ron Woodroof (realmente esistito, a differenza del personaggio di Leto) di Matthew McConaughey (anch’egli premiato con l’Oscar), diventa inaspettatamente sua alleata nella battaglia che Woodroof combatte per anni al fine di veder riconosciuto ai malati di AIDS, come lui stesso e Rayon, il diritto di curarsi con ogni rimedio disponibile al di fuori dei lacci e lacciuoli imposti — talvolta per precauzione, talvolta per interesse — da FDA e case farmaceutiche. A quel ruolo “di una vita”, che esponeva a molteplici rischi tutti azzerati da talento e rispettosa grazia, sono seguiti blockbuster e ruoli ben più reboanti, come Suicide Squad e Blade Runner 2049, ma sarà impresa ardua ritrovare sullo schermo uno sguardo così sognante e smarrito, così perduto e nobile, così tremante e luminoso come quello con il quale Rayon, farfalla multicolore dalle ali spezzate, ha conquistato, senza chiedere scusa, la sua piccola fetta di mondo e d’amore.

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Eh sì, pare proprio che, dopotutto, oggi i film consigliati saranno due: vorrete perdonarci, ma in fondo cosa c’è di meglio che perdersi tra immagini e storie quando il mondo lì fuori ne mostra e racconta di così poco gioiose? Buona visione e buon ascolto…

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