La Scapigliatura: la sostenibile identità dell’indie…pendenza (intervista)

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© Gaia Dellera Ferrario

La Musica, purtroppo lo sappiamo bene, è stata costretta a rallentare forzatamente il battito del suo cuore, rappresentato dai concerti e dalle esibizioni live. Ma la creatività degli artisti non si è spenta con lo spegnersi dei riflettori, né ha conosciuto soste il loro desiderio di adoperarsi per fare di questo tempo immobile un laboratorio e insieme una piazzola di rifornimento in preparazione a nuovi, mai così attesi viaggi. Lo scorso agosto abbiamo intervistato il duo La Scapigliatura in occasione della pubblicazione di Ios Mykonos, singolo che rappresentava l’inizio del viaggio alla volta della pubblicazione del secondo album, Coolturale, prevista per quest’estate: in una lunga e piacevolissima chiacchierata ci avevano raccontato ispirazioni, modelli culturali e artistici, punti di vista sulla evoluzione del presente che tanto assomiglia a una involuzione del passato. Oggi, dopo averci regalato il featuring con Arisa nella romantica e moderna Rincontrarsi un giorno a Milano, uscita il 24 gennaio scorso, Niccolò e Jacopo Bodini tornano con L’insostenibile leggerezza dell’indie (su tutti gli store digitali dal 27 marzo), brillante festa elettronica che castigat ridendo vizi e vezzi di un genere ritrovatosi, col tempo, a perdere le sue connotazioni d’originalità, e a trasformarsi in una versione peggiorata di quel pop commerciale dal quale aveva così fortemente voluto emanciparsi.

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Abbiamo di nuovo sentito telefonicamente Niccolò, e, a distanza di mesi, è andata confermandosi una piacevole, preziosa e alquanto rara attitudine a confrontarsi e raccontarsi senza scontatezza né retorica alcune. Ecco le sue parole.

 

LA NOSTRA INTERVISTA

Partiamo dal vostro singolo con Arisa: quando vi siete incontrati, e su quali basi è nata questa collaborazione?
Io e lei ci conosciamo da tanto tempo, da quando lavoravo con Elisabetta Sgarbi, quindi ci siamo incontrati nel 2010/2011, e siamo subito andati d’accordo. Poi ci siamo ritrovati a X Factor proprio nel 2011, quando lei ha fatto la sua prima stagione come giudice, il programma dalla Rai era passato su Sky e Morgan tornava dopo l’esclusione da parte della Rai per quella questione della droga (il cantautore fu escluso da Sanremo 2010 per alcune controverse dichiarazioni sul tema, n.d.r.). Era tutto felice di riprendere quel ruolo e mi aveva chiesto di accompagnarlo, di seguirlo in questa avventura e di fargli un po’ da “assistente intellettuale”, anche se in realtà facevo anche molte cose pratiche. Lei non si aspettava di rivedermi e da lì è nata una bella amicizia, anche una sorta di solidarietà in quel contesto: io ero un ragazzino, lei era appena approdata in trasmissione e mi vedeva un po’ come quello che collaborava con Morgan che era il “monumento” della trasmissione, quindi la ricerca di una complicità con lui si è tradotta in una complicità anche con me. Ci siamo poi frequentati per qualche anno anche con il suo ragazzo, suonavamo tanto insieme con la chitarra, cucinavamo, guardavamo i film, ci vedevamo spesso, ecco. E poi, come capita spesso nei rapporti tra le persone, per un paio d’anni ci siamo un po’ persi. Per caso l’estate scorsa, tra fine agosto e inizio settembre, ci siamo incrociati a Milano, sui Navigli, e ci siamo raccontati cosa stavamo facendo, così le ho detto che io e mio fratello stavamo completando il disco e si è innamorata delle canzoni, in particolare di questo pezzo. Lei mi ha detto entusiasta «mi piace tantissimo, vorrei cantarla con voi», e da lì è nato il progetto.

Arisa ha contribuito anche al testo e all’arrangiamento, o vi ha unicamente regalato la sua splendida voce?
No, il pezzo era praticamente già così com’è ora, e ci sta, perché lei è meno musicista e più cantante, dunque è più abituata ad ascoltare e valutare i pezzi quando sono già completi, perché in questo modo capisce l’emotività che può trasmettere in certi momenti più che la direzione che l’arrangiamento potrebbe prendere. Abbiamo ascoltato insieme due o tre canzoni e la sua scelta è caduta su questa, anche perché era involontariamente scritta come un duetto perfetto, già diviso in parti. Si è quasi lasciata scegliere.

Una domanda un po’ nerd: non essendo nuovi a riferimenti alti, il verso “Non voltarti adesso o te ne pentirai” vi è stato ispirato, più o meno consapevolmente, dal mito di Orfeo ed Euridice?
Ti ringrazio per averla estesa all’immagine mitologica e sì, era anche un po’ di spocchia che abbiamo provato a trasmettere con un minimo di riferimento alto (ride, n.d.r.).

L’insostenibile leggerezza dell’indie è ricchissima di riferimenti sonori e metaforici a tutti quegli stereotipi che dell’indie hanno un po’ alterato, in negativo, la natura. Come li avete selezionati?
In realtà, questo pezzo secondo me è importante che venga ascoltato perché è ambivalente: chi percepisce che manchi qualcosa in questo tipo di musica, se ne accorge ascoltando il pezzo; chi invece già la apprezza, ritrova comunque lo stesso genere. In qualche modo, è come se “L’insostenibile leggerezza dell’indie” avesse il piede in due scarpe: la nostra idea era quella di flirtare con qualcosa che più di tanto non ci appartiene, e come tutte le cose diverse ti attrae. Sono sempre convinto che dietro le grandi paure, dietro certe difficoltà ad approcciarsi alle cose ci sia spesso una forma di attrazione, e in questo caso c’è, ha a che fare con un modo di essere e di fare molto distante dal nostro. La canzone nasce come una sorta di sintesi tra pesante e leggero, che era un po’ il dilemma di Kundera, il quale si chiedeva appunto se fosse più importante la leggerezza o la pesantezza: noi abbiamo provato a dar spazio a entrambe le componenti, pur partendo da una matrice in qualche modo “pesante” se parliamo di modo di essere.

Nel pezzo non si fanno sconti all’aspetto volutamente intellettualoide di un certo far musica: la presenza di un verso in francese voleva sottolineare come spesso di usi questa lingua come simbolo forzato d’eleganza, o si tratta di una parte del testo venuta naturalmente?
Mi hai fatto venire in mente quella scena di “Django Unchained” nella quale c’è Mr. Candie, DiCaprio, che ama farsi chiamare “Monsieur Candìe” (ride). In realtà questo disco l’abbiamo scritto sulla base di suggerimenti che sono stati divulgati da personalità molto importanti, dai The National che dicono di scrivere sulla musica, a Mogol che ha sempre composto testi e parole sulla musica, e l’identità dell’indie sta proprio nelle parole. L’idea era quella di andare a trovare le parole che si trovano già tra le note: quando tu ascolti la musica, dentro ci ascolti specifiche parole che hanno un suono, che quasi sembra vengano pronunciate prima ancora di essere messe per iscritto. In questo caso, nel ponte che è un passaggio armonico tra un si bemolle e un do, le parole son venute spontaneamente in francese. Testo e musica sono stati composti insieme da me e mio fratello, e questa frase l’ha canticchiata lui sulle note, così come gli è venuta, buona la prima, anche se, lo ammetto, ci siamo interrogati sul suo significato. Ma ci stava così bene che non potevamo cambiarla! (ride)

Dal punto di vista di un autore, dove si marca, nella scrittura di un pezzo, il confine tra leggerezza e superficialità o retorica spicciola?
Mi verrebbe da dirti che il confine tra l’arte e la banalità è la critica alla borghesia, ma non so se posso al giorno d’oggi, nel 2020! (ride) Questo pezzo non critica in modo esplicito, palese, anzi si pone dentro a un modo di essere per poi sovvertirlo dicendo “è insostenibile la tua leggerezza”. Sicuramente sono in pochi quelli che sono riusciti a fare della grande letteratura, intesa anche come canzone, con sentimenti positivi. Pontiggia era uno di questi, in grado di trasformare la disabilità del figlio da un racconto strappalacrime e patetico, nel senso di “pathos”, in una storia bellissima di vita e di scoperta di tutte le abilità che ti concede nonostante apparentemente te ne abbia privato. Cosa ci vuole? Ci vuole un grande talento.

Torniamo per un attimo all’indie, che è passato dall’essere una modalità di produzione e distribuzione a un vero e proprio genere, con caratteristiche identitarie definite, come si diceva prima. Se ti chiedessi quali sono i punti deboli e cosa invece dovrebbe rappresentare, quale sarebbe la tua risposta?
Per quanto mi riguarda, sono contento che ci sia questa ondata indie, perché è una sorta d’iniezione di novità nella musica pop. Il problema è proprio quello: quando l’indie confonde la sua identità col pop. Non c’è nulla di male a essere l’uno o l’altro, ma nella società liquida di oggi, in cui non esiste l’identità o quanto meno gli operatori culturali la rifuggono cercando di ricondurre sempre tutto al commerciale, o meglio al facilmente commerciabile, c’è bisogno più che mai di identità. Quindi, dal mio punto di vista il difetto più grande dell’indie risiede proprio nell’aver tradito il suo proposito di indipendenza, nel non essere più una musica che ambisce a svilupparsi indipendentemente da ciò che fanno gli altri, ma una musica che, al contrario, punta a entrare nel giro, nel circuito, ad andare a Sanremo. Io sono cresciuto con Guccini che diceva “a me non interessa bruciare una canzone in tre o quattro minuti”, e infatti “L’insostenibile leggerezza dell’indie” ne dura cinque. Guccini era il capo degli indie, in questo senso, uno che usa una figura retorica elevandola a verso, uno che si è sempre distinto mantenendo con coerenza la sua identità anche in anni nei quali i riferimenti erano altri: ha iniziato a 27 anni, è diventato famoso a 40 ed è andato avanti fino a 70. Credo dunque nell’indie, ma bisogna avere il coraggio di chiamare le cose col proprio nome: di vera musica indipendente ce n’è tantissima in giro e pochissima nelle nostre orecchie, perché purtroppo non ha lo spazio per potersi esprimere.

Quindi, quali sono i temi dei quali oggi si potrebbe o si dovrebbe parlare per dimostrarsi davvero fuori dal coro?
Partiamo da questo presupposto: l’indie, genere che adesso viene chiamato IT-pop e si estende da Calcutta, a Gazzelle, ai Thegiornalisti, ai Canova, che fanno numeri impressionanti, è nato con una matrice sintattica ben precisa, che è la poetica del quotidiano. La bottiglia dell’acqua, la spesa, il messaggio vocale da dieci minuti, le tende con le mani, la Play… siamo ben lontani dal rocker che va in giro a vivere la sua vita spericolata. Il disagio di dover coesistere con la propria quotidianità è la parola d’ordine dell’indie, nato con gruppi Facebook molto potenti nei veicolare la cosiddetta “disagio wave”… perché questa è di fatto la parola chiave di una intera generazione, anche la mia. E adesso quel disagio è diventato, appunto, poetica. Lo si è sempre fatto, in realtà: magari prima ci si ispirava a cose più alte, si cercava di metter dentro riferimenti di un certo tipo… non a caso, Mina cantava Jannacci, non Tozzi o Venditti, e adesso Elisa canta Calcutta, come a cancellare delle differenze che prima sembrava importante mantenere. Poi, dipende dall’artista: per quanto mi riguarda, non scelgo un oggetto intorno al quale costruire un pezzo perché quell’oggetto, mi affascina, mentre Galeffi per esempio fa proprio questo: io cerco uno slancio diverso, ma solo perché altri generi di ispirazione non li sento dentro.

Vorrei soffermarmi sul discorso delle note che suggeriscono parole: vi è mai capitato che le suddette suggerissero parole del tutto differenti dall’idea di partenza e che quindi vi abbiano costretto a riscrivere tutto il progetto nel suo complesso?
Sì, certo: ci sono parole che ti ribaltano tutto. Una canzone che deve ancora uscire, per dire, era nata con tutt’altra melodia e parole completamente diverse, e la stessa “L’insostenibile leggerezza dell’indie” inizialmente aveva un ritornello cantato in modo diverso, ma poi le parole sono venute così naturali, così imprescindibili, che abbiamo cambiato tutta la canzone. Inizialmente voleva essere più una canzone culturale, che riprendesse il titolo del disco,”Coolturale” proprio a esprimere, come dicevamo prima, il desiderio di mettere insieme leggerezza e profondità, ma poi capita che una parola, quella giusta, quella dettata dalla musica, come in un cruciverba finisca per svelarti anche tutte le altre parole che non immaginavi finissero dentro al pezzo.

Siamo di nuovo al tema indie: so che vi siete formati su un cantautorato un po’ più distante da quello che andava per la maggiore in senso strettamente commerciale, e allora ti chiedo chi sono, secondo te, i maestri più indipendenti della storia della nostra musica, tanto nei testi quanto nell’attitudine.
Sicuramente Piero Ciampi, e infatti l’ha pagata cara, dal momento che è stato scoperto e rivalutato solo trent’anni dopo la sua morte; lo stesso Guccini, che in televisione c’è andato dopo i settant’anni quando lo ha chiamato Fazio, di certo non ha costruito la sua carriera sulla TV, sebbene non ci sia niente di male: faceva le canzoni come gli pareva a lui, senza dover cercare di vestirle bene, mentre per esempio Gaber, pur essendo stato anch’egli un emblema della sinistra come lo è stato Guccini — anche se solo idealmente perché di fatto uno non votava e l’altro votava socialista — era molto legato a un certo tipo di stile, e sì, con Luporini ha cambiato tanti generi, dalla canzonetta al teatro-canzone, ma era più “da sistema” rispetto a Guccini; De André, che tendeva anch’egli a scappare dai riflettori, può considerarsi indie. Lo stesso De Gregori a suo modo può essere definito tale, mentre Dalla lo era meno. Non significa che non siano grandi artisti, così come io io non penso che Calcutta, Tommaso Paradiso o i Canova non siano grandi artisti che hanno fatto delle belle canzoni, ma mi viene da chiedermi se nel pubblico non ci sia la voglia di scoprire qualcosa in più, come quelli che adesso guardano solo Netflix. Per carità, Netflix è bella, ma ci sono duecento film nell’archivio della Rai a disposizione di tutti, e se li si guardasse ci si arricchirebbe. Quello che mi spaventa non è chi non fa indie, ma chi fa finta che quello che è anche solo leggermente diverso sia indie per non guardare a ciò che diverso lo è davvero, perché fa paura, perché non si sa come venderlo, perché la cultura influenza la natura delle persone. La monocultura è il vizio della società di oggi: se uno cambia i fattori culturali, anche le scelte della vita quotidiana cambiano. I miei genitori sono cresciuti guardando sulla Rai l’Odissea con i dialoghi originali riadattati per il grande pubblico, un vero capolavoro sul quale si investivano milioni. Adesso in TV si propone, per intrattenere, “Tale e quale”, cioè gente mezza famosa che per farsi notare deve reintepretare qualcuno di famoso… e c’è sempre, soltanto quello. Ecco cosa finisce per cambiare gli orizzonti.

Il video che accompagna L’insostenibile leggerezza dell’indie è decisamente originale: com’è nato il concept?
Siamo usciti con un pezzo che trasmettesse un po’ di “Scapigliatura” in un momento nel quale magari non c’è neanche troppa attenzione, per cui è anche difficile fare promozione, ma non essendo una canzone speculativa sull’attualità, volevamo comunque partecipare all’intrattenimento delle persone durante la quarantena. Chiaramente non potevamo girare un video in strada, dunque abbiamo pensato di fare un lyric video e ci siamo rivolti a questo carissimo amico che è un musicista e ha suonato tanto con noi, Alessandro Gabini, che ha fatto due dischi come “Gaben” ed è anche un artista visivo, e gli abbiamo chiesto di inserire elementi da tropicalismo, come le palme, il cammello, le piramidi, che sono parte dell’iconografia hipster, un po’ alla Battiato, e lui ci ha costruito questo scenario tra Mediterraneo e “2001 Odissea nello Spazio” (ride).

Hai citato Battiato, che so essere un vostro punto di riferimento e che trent’anni fa ha rivoluzionato la musica introducendo elementi che ancora oggi suonano originali. Di cos’ha bisogno, secondo te, una canzone per sfuggire agli insulti del tempo?
Ha bisogno di una urgenza comunicativa: le canzoni belle si possono fare anche per mestiere, ma le canzoni bellissime, quelle che restano, devono avere una urgenza comunicativa che è figlia del loro tempo, perché comunque sicuramente la noia, che come diceva Leopardi è la molla della vita, è diversa di epoca in epoca. Adesso dicono tutti che i giovani di oggi non si annoiano e che con questa quarantena stanno sperimentando un po’ della noia delle generazioni precedenti, ma a me sembra il contrario, cioè che le persone stiano continuando a fare esattamente ciò che facevano prima, ma senza uscire. Quindi è la stessa noia, ma in forma diversa.

Ho avuto modo di riascoltare anche il vostro primo album, che mi appariva più prettamente intimista, rispetto ai singoli recenti che invece mi sembrano più focalizzati sulla realtà “esterna”: il prossimo lavoro discografico conterrà entrambi gli sguardi?
Senz’altro conterrà entrambi gli sguardi: ci sarà la componente d’amore, appunto quella più intimista, più introspettiva, e la componente più “esibizionista”, che però sarà dosata, quindi mi auguro non trascenda in trash o in cose che non ci appartengono.

Veniamo all’attualità: se la vita è la sorgente alla quale l’artista si abbevera, in un momento di forzato isolamento dal mondo a cosa si attinge per creare?
È un grande dilemma, perché ci sono persone che magari hanno un’esigenza artistica diversa, di mestiere, e quindi si nutrono molto bene, e poi ce ne sono altre che hanno una forte esigenza artistica che si nutrono poco. Per quanto mi riguarda, se me ne stessi chiuso in casa a pensare di scrivere canzoni, non saprei proprio di cosa scrivere: in generale, per creare c’è bisogno di vivere la vita. E vivere vuol dire stare in mezzo agli altri. Purtroppo, la notorietà che è la conseguenza che tante persone che sanno fare bene questo mestiere devono subire, ti costringe, se vuoi garantirti una intimità e una serenità, ad allontanarti dalle persone, però è disfunzionale, perché gli altri devi sempre e comunque frequentarli e viverli. È vero, un viaggio in un posto lontano e sperduto può riaccenderti dentro delle emozioni o delle riflessioni sui tuoi valori, ma nel nostro caso, nel quale i valori sono sempre ben presenti e rappresentano una guida talvolta persino fin troppo stringente nelle scelte del quotidiano, sporcarsi le mani, stare in mezzo alla gente, misurarsi con prospettive più umili accende quelle urgenze, che non sono necessariamente l’intrattenere le persone con tormentoni estivi, ma il dare un contributo, l’alzare un po’ l’asticella lì dove ci sembra che l’aureola del poeta versi nel fango, come diceva Baudelaire.

Come auspichi che la vita ci trovi, una volta ripresentatici sui blocchi di ripartenza?
Più umani: non smetto di credere nell’uomo, nella sua capacità di elevarsi. Sai che c’è tutto questo dibattito tra specisti e non specisti, e io sono vegetariano da quando avevo 12 anni, quindi figurati se non attribuisco un valore assoluto alla vita degli animali e di qualsiasi essere vivente, però secondo me l’uomo ha qualcosa in più, che sta proprio nell’arte, nell’arte della tecnica, della politica, della scienza. Spero che, dovendosi confrontare con la caducità e con la fragilità dell’esistenza, si renda conto che forse ha perso tanto tempo a guadagnare e a pensare di fare delle cose quando avrebbe potuto e dovuto farne altre. Confido in una umanità che sia più attenta al prossimo.

In questo periodo si discute molto in merito al ruolo che la musica dovrebbe avere: c’è chi dice che sia de preferire un silenzio rispettoso e chi, invece, la considera un’ancora di salvezza. Qual è, secondo te, il compito al quale oggi dovrebbe assolvere?
Il compito della musica è eterno, non saprei definirlo con poche parole. Penso che fare musica sia un privilegio, e ascoltarla anche: se dovessi per caso incorrere nell’impossibilità di ascoltare musica, mi troverei privato di una linfa fondamentale. È un privilegio del quale bisogna essere consapevoli. Per tante persone, poi, la musica è svago, è un modo per non pensare, per distrarsi, ma ritengo possa essere anche qualcosa di più: tutti potremmo fare musica, tutti la facciamo in un modo o nell’altro, tutti abbiamo dentro una scala armonica; io dalla musica ho imparato tantissime cose: Piero Ciampi l’ho scoperto quando avevo 17 anni da un pezzo dei Baustelle, e a loro sono grato perché mi hanno aperto un altro mondo. Nella musica ci sono tanti riferimenti, tante cose che se uno ha tempo e voglia da dedicar loro, può assorbire alimentando così la sua crescita. Nel disco che dovrà uscire, per esempio, c’è un pezzo che si chiama “Montale” che a un certo punto riprende il verso introduttivo della sua poesia “I limoni” , che abbiamo modificato per adattarlo a ciò che intendevamo esprimere, e io ci leggo dentro una prospettiva, un aggiungere qualcosa in più rispetto a ciò che magari si ascolta di solito, a ciò che di solito si trova nelle canzoni. Ecco, questo mi auguro che la musica possa fare, anche la nostra.

Spostiamoci dall’orizzonte dell’umanità al vostro, a quello più soggettivo: cosa vi augurate di trovare, dal punto di vista professionale, dall’altro lato di questa montagna?
La speranza è quella di riuscire a trasformare la musica in un mestiere concreto, che significa essere in grado ampliare la platea delle persone che già oggi ci ascoltano, almeno avere l’opportunità di essere ascoltati e giudicati, perché oggi il problema è questo: o ti si ascolta, o non ti si sente proprio, perché le opportunità di mostrare ciò che si fa sono davvero poche. Diciamo che quando immagino il mio futuro, tendo a essere ottimista, perché immagino l’idea platonica, un mondo più aperto, nel quale gli spazi creativi e di interazione aumentano, diminuisce la pressione lavorativa, diminuisce la delegazione della propria essenza… sono molto marxista in questo, immagino davvero un mondo utopico, però quando la gente mi fa notare che la realtà va tutta in un’altra direzione, io non riesco a non dire che ho bisogno vitale delle utopie perché, per quanto irraggiungibili, mi spingono sempre un po’ più in alto. Quindi vivo in una proiezione utopica della realtà, dove quello che faccio si esprime al meglio perché l’impegno che metto nelle cose che faccio è pari a quello che metterei se avessi molte più responsabilità, molto più pubblico e molto più peso specifico di quelli che ho. Posso dire che, anche se non arriverò dove spero di arrivare, sarà comunque più in alto di dove sono adesso. E in chiusura, mi viene in mente un’altra riflessione: è vero che noi rispetto all’indie siamo un po’ come le aragoste servite alla Festa dell’Unità, però è giusto che alla Festa dell’Unità si possa mangiare anche l’aragosta. Ed è in questo che la gente sbaglia: a catalogare senza pensare che uno possa avere dentro la voglia di tante cose diverse e non sempre e solo della stessa. Però è altrettanto vero che le definizioni servono, quindi se la definizione “indie” deve includere persone che guadagnano centinaia di migliaia di euro all’anno per aver fatto due dischi con le multinazionali, allora ti viene da dire “no, non puoi chiamarlo indie”, perché a prescindere dalla modalità, dai soldi e da tutto il resto, che davvero non contano, il contenuto mira ad avere dei canoni che sono quelli del pop, con differenze strutturali molto marcate ed esigenze di scrittura diverse. Il pregiudizio sta nel catalogare, ma senza sapere effettivamente fare delle distinzioni.

A questo punto, mi viene naturale chiedertelo: quale ritieni sia la ragione per la quale un artista decide di cambiare così bruscamente strada, non solo in termini di scrittura, ma anche di visione del proprio percorso?
Diciamo che c’è una componente di inconscio che prende il sopravvento: quando sono anni che ci provi e ti ritrovi ad avere successo con le tue canzoni, con il successo arriva anche tutta una serie di pressioni da parte di gente che non ti ha mai preso in considerazione e adesso ti elegge a re proponendoti di fare questo e di fare quello perché sanno che possono fare soldi con te e tu sai che puoi farne con loro. Ma le canzoni che ti vengono fuori sono magari più di mestiere, più scritte pensando al contratto da firmare che non a una emozione da raccontare. Le urgenze cambiano, ma ti senti legittimato a cambiarle perché senti di aver fatto tutta la gavetta necessaria e quindi di aver meritato il diritto di tirar fuori qualcosa che funziona commercialmente a prescindere dal valore. Una volta entrato con tutti gli onori in quel sistema che ti sembrava inizialmente impenetrabile, come fai a uscirne? Il problema è a monte: ti interessa entrare in quella roba lì?  Se fossimo in Francia, per esempio, noi avremmo l'”intermittence”, che ci permetterebbe di percepire dallo Stato, nei mesi nei quali siamo a casa a scrivere e non suoniamo, lo stesso compenso di quando suoniamo, che è un sistema che dà una prospettiva molto maggiore a un artista rispetto all’Italia, dove o fai i miliardi o fai la fame. E allora a questo punto, come si diceva prima, il problema è a monte: devi cercare un altro modo per fare arrivare la tua musica, o finisci per scrivere solo per fare in modo che il grande direttore artistico della radio passi il tuo pezzo dieci volte al giorno. A questo punto, piuttosto mollerei tutto e andrei a fare l’avvocato! (ride) La responsabilità di questo tipo di cambiamento, va detto, non è del pubblico: un cantante x che passa dal fare musica indie intimista al pezzo leggero e commerciale lo fa perché dentro aveva anche quella parte, così come le persone che fruiscono di musica, che non sono per forza operatori culturali, hanno dentro tutti gli istinti, alti e bassi. Se tu, da artista, decidi di stimolare solo quelli bassi, la colpa è unicamente tua. Le persone hanno tutto dentro: quando scrivi, tu vai a evocare specifici tasti, e basandoti anche un po’ su te stesso stabilisci quali debbano essere, se creare un equilibrio tra le vibrazioni o spingere forte sull’acceleratore. È questo il punto: improvvisamente, e questo vale per una gran parte di persone, il successo ti toglie il senso del pudore, della responsabilità, anziché farteli aumentare in proporzione al pubblico che ti ascolta e ti segue. Diventi meno pudico, meno repressivo, e vai a stimolare istinti bassi che poi si manifestano nella società in altre forme. Per me l’artista ha una grandissima responsabilità, ed è un privilegio, ma il bilanciamento di questo privilegio non può essere una casa con la piscina: dev’essere il tormento di dire delle cose che condizionano gli altri in un certo modo. Il giornalista può indicare un modello culturale, l’artista lo costruisce: non è qualcosa di cui ci si può dimenticare.

QUESTA è la pagina Facebook ufficiale del duo, alla quale vi rimandiamo per scoprire news e produzioni.

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