Marco Ligabue: «Per i miei 50 anni vorrei fare un disco che sia una raccolta delle cose migliori che ho fatto»

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Marco Ligabue

In queste settimane di lockdown, uno degli artisti più attivi sui social è Marco Ligabue. Impegnato ormai quotidianamente nelle sue iconiche dirette, Marco ha anche composto un nuovo brano, Dentro, dedicato alla figlia e a questo particolare momento. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui.

La prima cosa che vorrei chiederti è: “Come stai?”, visto che ti vediamo molto impegnato.
Tendenzialmente sto molto bene. Nel senso che mi sto godendo queste settimane di quarantena perché negli ultimi sette anni ho fatto qualcosa come 600 appuntamenti live, più tutta l’attività che faccio al fianco di Luciano, più mia figlia in Sardegna, insomma sono sempre via. E l’idea di farmi qualche settimana a casa in realtà forse mi serviva anche. L’unica difficoltà che sto avendo dal punto di vista degli affetti è la distanza di mia figlia. Io sono un genitore separato, mia figlia è con la madre in Sardegna, e quindi da quando sono andato a trovarla l’ultima volta a marzo, non posso fare altro che videochiamate su videochiamate.

Proprio a tua figlia hai dedicato Dentro, il tuo ultimo brano. Ci racconti la sua genesi?
Io ho visto mia figlia l’ultima volta il 9 marzo, poi abbiamo cominciato a sentirci in videochiamata, ma ad un certo punto le videochiamate non bastano più, sentivo proprio una mancanza fisica di mia figlia, di fare le cose che facciamo solitamente. C’è stato un momento proprio durante una videochiamata che mi ha iniziato a fare l’elenco suo dei propositi del dopo la quarantena: i Tik Tok, andare da Bershka (che è il suo negozio preferito), prendere semplicemente un gelato insieme. E lì mi sono sciolto. Ho preso la chitarra in mano e ho scritto questa canzone. Ci avevo provato tante altre volte a scrivere un pezzo per mia figlia ma mi sembrava sempre un po’ banale, retorico o comunque riduttivo del nostro rapporto. Invece “Dentro” mi ha convinto da subito e l’ho inviata al mio produttore, Corrado Rustici, che vive a Berkeley e produce tutto da casa.

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C’è un approccio diverso nel lavorare a distanza?
Io sono già un po’ abituato a lavorare a distanza con Corrado. All’inizio ero andato da lui a Berkeley, così ci siamo conosciuti meglio e abbiamo lavorato un po’ insieme, in modo anche da sincronizzarci. Ma visto che viviamo dall’altra parte del mondo, abbiamo trovato questa routine già da un po’ di tempo dove io faccio la stesura del brano voce e chitarra, registro due o tre tracce con l’acustica (una la ritmica e una con i fraseggi che mi piacerebbe inserire) e la canto in modo che lui possa riarrangiarla. Poi lui mi manda il brano riarrangiato e io ricanto sulla base che ha fatto lui, in base alle dinamiche che ha creato. E devo dire che in realtà, pur avendo fatto tanti anni di studio di registrazione (si tratta di un’esperienza che mi pace ma di cui non ho l’esigenza), con Corrado ho trovato questa chiave che per certi aspetti mi piace perché ha un effetto sorpresa incredibile, perché quando vai in studio crei il brano passo dopo passo e quindi non ti arriva la botta alla fine.

Ascoltando il brano, nonostante le immagini siano dure, leggo dietro una forte positività.
L’intenzione era proprio questa. Anche io in questa fase di difficoltà ci vedo degli aspetti positivi, come quello ambientale. Ma penso anche che a volte nella vita di tutti i giorni siamo un po’ frenetici e viviamo come delle palline da flipper, ma non abbiamo il tempo di scavare un po’ dentro noi stessi. Ecco, questo è un momento che mi mancava, anche semplicemente stare tanto tempo a riflettere sui miei sogni e su quello che ho combinato in questi anni e di cui son contento. L’ho voluto chiamare “Dentro” perché stiamo dentro quattro mura ma è anche il momento per scavare dentro le cose, dentro le nostre coscienze.

Ti ho sempre visto come una persona con un occhio a 360° gradi sulla musica live: da un lato vivi quotidianamente i grandi eventi grazie a Luciano, dall’altro conosci molto bene una realtà ben radicata sul territorio e di cui non si parla spesso: le feste di piazza.
Questa è un questione molto tosta e difficile da capire. La musica live è cresciuta tantissimo negli ultimi anni, questo vuol dire che la gente vuole la musica dal vivo. Se la musica dal punto di vista del supporto fisico è stata sostituita dallo streaming, dal punto di vista dei concerti ha sempre più richiesta. Pensare che anche nei prossimi mesi difficilmente avremo dei live è dura. Immagino che i grandi eventi saranno tutti rimandati al prossimo anno, ma mi auguro che sia soltanto un rinvio. Per quanto riguarda le feste di piazza è un vero peccato. Io dovevo partire con il tour il 20 marzo, quest’anno avevo una richiesta smodata di piazze e feste e mi rendo conto che ci sono paesi che vivono per quei due/tre giorni l’anno, perché si tratta di un momento in cui tutta la comunità si riunisce. Spero che da luglio si possa dare un via libera per recuperare un po’ il tempo perso.

Cosa pensi della soluzione del “Drive-in”?
Per me va bene la fantasia per arrangiarsi, ma se per il cinema può essere una chiave, la musica dal vivo ha la magia della condivisione. Tu vai ad un concerto per gli abbracci per il saltare e il cantare. Un concerto vissuto dentro una macchina non può essere una strada da seguire, ma una trovata da titolone.

Qualche giorno fa tuo fratello ci ha raccontato un aneddoto su vostro nonno, un partigiano. Ti va di condividere anche te un pensiero su di lui?
Mio nonno è morto quando avevo 3 anni, perciò l’ho rivissuto attraverso i racconti di famiglia. Posso dirti che ha sempre avuto la figura dell’eroe perché i partigiani sono quelli che ci hanno liberato da una guerra ingiustissima. Mi dicevano, dai vari racconti, che mio nonno era uno dei pochi al quale non riuscivano mai a togliere la bandiera dalle mani, ha avuto anche una certa mitologia e quindi ho sempre vissuto il 25 aprile come un giorno fantastico per ricordarlo e per ricordare che se siamo liberi è grazie proprio ad eroi come mio nonno e a tantissimi altri che ci hanno messo tutto il loro coraggio e la loro voglia di libertà.

Vorrei chiudere con una data: 16 maggio 2020. Compirai 50 anni. È un bel traguardo. Avevi in mente qualcosa di speciale?
Stavo preparando un super festa in piazza a Correggio, ero andato dal sindaco nei primi giorni dell’anno per organizzarla, volevo fare un concerto con un po’ di ospiti e, avendo tanti amici sparsi per tutta l’Italia, volevo fare una grande festa emiliana. Ovviamente non si potrà fare, sicuramente farò un festa intima e vediamo se riesco a rimandare questa a settembre. Però devo dire che c’è un regalo che mi vorrei fare: mi piacerebbe realizzare un disco che sia una raccolta delle cose migliori che ho fatto in questi cinquant’anni: come cantautore, alcune cose live, magari ripescando qualcosa dai Rio, che sia uno specchio di questi cinquant’anni.

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Mattia Luconi
Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.

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