Springsteen ai tempi del Covid-19, una canzone al giorno: “Dream Baby Dream”

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Pandemia 2020, giorno 33. Non c’è una sola volta in cui vedendo il video e ascoltando la canzone di oggi, io non mi commuova. E pensare che non è nemmeno un pezzo scritto da lui. È Dream Baby Dream, una canzone scritta nel 1979 da Martin Rev e Alan Vega, ovvero i Suicide, e prodotta gratis da Ric Ocasek, leader e voce dei Cars. I Suicide si formano all’inizio degli anni ’70 a New York e incidono il loro primo omonimo album nel 1977. Un disco che è risultato fondamentale nella formazione di moltissimi gruppi e artisti negli anni successivi. Il loro stile scarno e ossessivo, l’uso dell’elettronica altrettanto scevro da qualsiasi sovrastruttura e i testi concentrici con frasi che si ripetono in un loop infinito, ne hanno fatto un gruppo di culto non soltanto negli USA ma anche in UK dove band come Siouxsie and the Banshees o i Primal Scream li hanno considerati  alla base della loro musica. La loro influenza spazia dal punk all’elettronica, dal rock alla house music, costituendo qualcosa di assolutamente unico nel panorama musicale degli ultimi quarant’anni. Tra gli artisti che hanno citato i Suicide tra le loro maggiori fonti di ispirazione ci sono Henry Rollins, i Soft Cell, Nick Cave, i REM, i Pet Shop Boys, i Mudhoney, i Tears For Fear, Bono Vox, i Radiohead, gli Ultravox, i Massive Attack e tantissimi altri che fanno e hanno fatto generi musicali diversissimi tra di loro. La lista è davvero lunghissima.  Lo stesso Bruce ha raccontato di aver guardato molto allo stile e al tipo di sonorità che utilizzavano i Suicide negli Anni ’70. Provate ad esempio a pensare a qualche brano di Nebraska (mi viene subito in mente State Trooper) e confrontatela con il ritmo ossessivo e le atmosfere cupe di Cheree dei Suicide, tanto per fare un titolo. Resterete stupiti.

Messo da parte tutto ciò, parliamo però della versione di Dream Baby Dream fatta da Bruce Springsteen. Una versione che è un atto d’amore di Bruce verso i suoi fans ma soprattutto una testimonianza inequivocabile di ciò che significhi essere un fan di Springsteen e quale sia il legame che unisce la gente a Springsteen e viceversa. Sono cinque minuti di video, editato e montato da Thom Zimny, che raccontano Bruce Springsteen e la vita stessa. Dentro ci siamo tutti, indipendentemente dall’età, dal sesso, dal colore della pelle, dall’orientamento sessuale, dal credo religioso. Ci sono i giovani e gli anziani, i rocker e i frikkettoni, i bambini e i genitori, le donne e gli uomini, gli innamorati e i single, i disperati e gli arrivati, i ricchi e i poveri, i nerd e i fichi, gli operai e i professionisti, gli studenti e i professori, i capi e i sottoposti, i preti e gli atei, i sognatori e i materialisti, le guardie e i ladri, i buoni e i cattivi. Tutti, dal primo all’ultimo. Ci sono le mani, gli anelli, i tatuaggi, i cappelli, le birre, la pioggia, gli impermeabili, i cappucci, lo stage diving, i cartelli, i braccialetti colorati, le macchine fotografiche, gli ombrelli, i capelli appiccicati sulla fronte. Ci sono l’attenzione, la fede, la speranza, gli occhi, le lacrime, l’emozione, lo stupore, la gioia, la felicità, le risate, i canti, i sorrisi, i balli, i saluti, i sogni, le urla, gli abbracci, i salti. C’è  la mia amica Paola di Napoli con la sua incredulità e il bambino incappucciato bagnato fradicio che torna al suo posto dopo aver suonato la chitarra con Bruce. C’è la musica, le chitarre, il violino, i fiati, la batteria, le tastiere, e percussioni. C’è l’amicizia, la vicinanza, l’affetto. C’è l’entusiasmo, la liberazione, la commozione, l’incoscienza, l’illusione, e la certezza, che nello spazio e nel tempo di quel concerto sia tutto perfetto. Ci sono perfino Danny e Clarence. E poi c’è, soprattutto, l’amore: quello negli occhi di Patti per il suo Bruce, quello degli sconosciuti che si baciano nella folla, quello di Bruce per la sua gente, quello nostro nei confronti di Bruce. C’è tutta la vita in questo video, tutto quello che ci manca di più in questo folle e assurdo periodo. E se vi state commuovendo anche voi in questo momento, significa che siamo ancora tutti vivi e che ce la faremo. Keep on rockin’

#stiamoacasa, #brucespringsteen, #letsplaythemusic

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

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