#IoRestoACasa e leggo un saggio su La finestra sul cortile

Uno scritto di Mauro Marchesini per ricordare Sir Alfred Hitchcock

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Il 29 aprile 1980 se ne andava Sir Alfred Hitchcock. Per ricordarlo pubblichiamo un frammento del saggio La finestra sul cortile
di Mauro Marchesini. Nel film James Stewart, è L.B. “Jeff ” Jefferies, fotoreporter ficcanaso fidanzato con la bellissima Grace Kelly, bloccato su una sedia a rotelle con una gamba ingessata e un’invincibile tendenza a spiare le vite altrui:  infatti usa il teleobiettivo per entrare negli appartamenti che vede dalla finestra. Forse è testimone di un omicidio.

Mauro Marchesini, giornalista e critico cinematografico, ha dedicato tre volumi ad Alfred Hitchcock. “La finestra sul cortile” (Ed. Cineforum, 2016) è il penultimo. Il brano che segue è tratto dal capitolo Sette enigmi da camera. Contiene una domanda: perché la porta di casa Jefferies resta sempre aperta? Tra gli spiati signorine sole, tipe esuberanti, giovani sposi, coppie anziane e una certa signora Thorwald che a un certo punto sparisce. Poi si vede il marito con una pesante valigia sotto la pioggia…

SETTE ENIGMI DA CAMERA

Non chiudete quella porta

In fondo, si tratta solo di rispettare la regola del contrappasso. Anzi, per dirla tutta: è una cosa logica che un film costruito in gran parte sulle immagini rubate dal davanzale di una finestra riservi, scenograficamente parlando e non, un ruolo basilare ai passaggi. Perché nella nostra storia i verbi entrare-uscire (dentrofuori le vite altrui) sono importantissimi. E perché l’occupazione fondamentale di Jeff consiste proprio nel valicare, con un’urgenza più o meno motivata e un distacco quasi mai cristallino, le soglie degli appartamenti vicini. Questa variegata dinamica ci fa quindi conoscere tante porte diverse.
Innanzitutto, quelle invisibili. Cioè, non percepibili dalla posizione dell’occhio del protagonista. Da notare che esse sono una garanzia di no trespassing; e che in apparenza tutelano, nonostante l’onnipresente “controllore”, l’intimità di personaggi tra loro assai dissimili. Per esempio, la signorina Cuori Solitari, la coppia anziana o lo stesso Lars Thorwald, perlomeno fino al momento in cui Lisa gli piazza sotto l’uscio il velenoso messaggio Cosa ne hai fatto di lei?.

Un discorso differente merita invece l’ape regina Miss Torso. Affetta da narcisismo, la danzatrice utilizza un passaggio magico che favorisce l’ininterrotto flusso dei corteggiatori. Un’entrata un po’ speciale di cui esiste, tuttavia, anche una versione blindata che si attiva quando i pretendenti si fanno troppo audaci. Ma pensandoci bene anche i neosposi godono di un accesso fuori ordinanza. Come sappiamo, il loro progetto (comune?) si chiama sesso nonstop. Dal momento, però, che condividono l’inquadratura soltanto in tre brevi occasioni, il ricorso al rituale beneaugurante (l’uomo prende possesso dell’appartamento insieme con la consorte e, una volta uscito il proprietario, oltrepassa di nuovo l’adito tenendo la partner sollevata tra le braccia) ha un sapore beffardo. Difatti l’idillio (cfr. il finale del film) conoscerà presto i primi dissapori.
Esclusi i personaggi citati, chi intrattiene il rapporto più complicato e frustrante nei confronti delle porte è il fotografo. E se tutti gli inquilini, come scriveva Claude Chabrol, sembrano roditori chiusi dentro le rispettive conigliere, Jeff è un prigioniero che non accetta la condanna alla clausura. Anche in tal caso, nondimeno, è essenziale lo scarto di fondo. Mentre fuori la gente si agita e si connette, anzi cammina, il voyeur produce movimento facendo girovagare, lungo la traiettoria finestra-dirimpettai-e ritorno, la sonda curiosità/lungimiranza/deduzione. Cosa che gli procura un certo piacere e una gratificante concretezza, pur non garantendogli, è ovvio, un contatto effettivo con l’esterno.
A bilancio compiuto, perciò, gli unici supporti che trasferiscono dentro casa Jefferies un soffio di realtà sono il telefono e la porta d’ingresso. Il primo trascina con sè voci (quasi sempre) amiche; la seconda introduce i vari visitatori. Da registrare, le singole modalità nell’aprirechiudere il “varco”. Esplorando le 13-14 tappe contemplate dalla storia, possiamo individuare almeno tre distinti approcci.
Intanto esiste la maniera teatrale (v. Lisa: quando accoglie il cameriere del Club 21 o diserta la scena dopo il litigio con il fidanzato; ma non dimentichiamo anche la sua irreale apparizione: la prima sera la troviamo addosso al fotografo senza che nessun indizio ne abbia preannunciato la comparsa). Su un’altra corsia abbiamo gli arrivi & partenze dell’infermiera Stella. Sono gli spostamenti che una cinquantenne pragmatica come pochi esegue con disinvoltura e sicurezza.


Infine, sul versante numero tre, spiccano le incursioni del poliziotto Thomas J. Doyle. Entrate-uscite che si contraddistinguono per la loro lentezza. Tanto che, anche quando l’uomo è coinvolto in accesi diverbi, il suo modo di presentarsi (o di prendere commiato) non cambia passo. L’esistenza, secondo lui, non può comportare accelerazioni. Da ricordare ancora che, eccettuati gli stili disomogenei (c’è chi chiude con pignoleria, è Lisa mentre rientra dopo la missione speciale; e chi armeggia frettolosamente, è Stella allorché torna dal sopralluogo effettuato nel cortile), il ponte tra il voyeur e la vita che scorre altrove regala notizie omologate. Ovvero, durante gli incontri tra il recluso e gli ospiti scatta di rado l’effetto sorpresa.
Esiste, per concludere, un unico particolare che provoca nello spettatore una vaga perplessità.  I conoscenti di norma varcano la soglia dell’appartamento senza usare la chiave. Insomma, si fanno avanti aprendo semplicemente il battente. Significa che la loro permanenza si consuma sotto il segno della fratellanza, leggi complicità. Vale per l’amante, per l’infermiera, per l’amico sbirro.
Di questa stranezza, forse irrilevante, ce ne accorgiamo soprattutto quando si attiva il match tra il protagonista e il dirimpettaio. Dal momento in cui Jeff si rende conto che il vicino sta per penetrare nel suo bilocale, organizza una difesa (fortifica il buio, si munisce di flash, occupa la postazione meno vulnerabile) ma trascura l’accesso. Quel passaggio, il pubblico avverte la cosa con un microscopico soprassalto, è incustodito. Anzi, deve essere incustodito.
Solo adesso, realizziamo in ritardo che nel corso della vicenda la porta è sempre rimasta aperta. Cioè non è mai stata sigillata, non ha mai conosciuto il benchè minimo giro di chiavistello. Ed è giusto così. Come avrebbe potuto un uomo ridotto su una sedia a rotelle salire e scendere i tre gradini che separano l’ingresso dal soggiorno?
La spiegazione razionale, in effetti, convince parzialmente. Perché la domanda circa l’apertura resta irrisolta anche qualora riflettiamo sul confronto finale. D’accordo, senza la cosiddetta entrata agevolata Thorwald non avrebbe raggiunto il terreno convenuto né guadagnato l’arena. Logica a parte, però, la gratuità della sua comparsa ci perseguita. Sappiamo che essa è “impropria” e che il luogo dovrebbe avere l’adito interdetto. Eppure, accettiamo lo stesso la presenza del dirimpettaio, perché viviamo la situazione come una fatalità. E’ appunto tale circostanza che ci suggerisce una lettura, se non più corretta, perlomeno più avvincente.
Jeff, come il protagonista di un bellissimo film firmato Robert Bresson, Pickpocket, ha ingaggiato una lotta contro il tedium vitae assecondando al meglio le invenzioni, le astuzie e le scorciatoie del destino. Tale quale il ladro Michel (Martin Lassalle), che molto volentieri lascia accostato l’uscio di casa, il fotografo tiene sguarnita la propria soglia 24 ore su 24. Perché secondo lui, se non oggi domani, capiterà uno straniero capace di sabotare l’implacabile marcia dell’orologio.
Comunque, peripezia avanzando questa lampada votiva fa lievitare anche la sensazione di colpevolezza da cui è posseduto l’invalido. Cultore del vizio spionistico, il fotoreporter intuisce l’imminente castigo. Tuttavia, non gli basta sottovalutare il futuro, tenta addirittura di anticiparne l’arrivo.
Lo spazio open, quindi, è assimilabile a un rito autoflagellante. Fin dall’inizio il guardone sa che una figurina presunta virtuale si staccherà dal coro per dimostrargli di essere carne, ossa e sangue quanto lui. E che l’intruso, per ottenere lo scopo, dovrà derubarlo con ogni mezzo del suo territorio. Ecco perché quando Thorwald si palesa, il pubblico, in qualche modo contaminato, ne avalla subito la presenza. Scoprendo, tra l’altro, che il momento topico è ormai giunto: l’identità tra predizione e agnizione è cosa fatta.

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