Fabio Cinti, nuove canzoni velate di malinconia

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Fabio Cinti

Due anni fa usciva La voce del padrone – un adattamento gentile, un chiaro omaggio a Franco Battiato che è valso a Fabio Cinti la Targa Tenco 2018 nella categoria Interprete di canzoni. L’artista, nato nei dintorni di Frosinone e oggi residente nel Veneto, è pronto con un nuovo album Al blu mi muovo  ovvero «Come evitare di diventare giovani». Ne abbiamo parlato con lui.

È tempo questo di uscire con un disco di canzoni nuove?
Perché no? Non lo trovo sbagliato. Del resto l’ufficio stampa aveva iniziato a febbraio a lavorare al primo singolo “Giorni tutti uguali”, ma in ogni caso proprio in un momento come questo è bene offrire il frutto della propria arte. Scrivo canzoni con l’intento di scavare e seminare qualcosa, di divertire e regalare un pezzetto di anima, di descrivere i dettagli di un mondo sempre mutevole e sorprendente. 

Come è cambiata la sua attività quotidiana da quando è arrivato il virus che ha costretto tutti a casa?
Non più di tanto. Già vivevo in una dimensione molto appartata, attorniato da una natura che semmai invoglia a un contatto ravvicinato. Certo è che non ho potuto fare le cose che si fanno quando si esce con un album nuovo. Non ho potuto fare presentazioni nelle librerie, ma non ho voluto aspettare, perché mi sembra giusto così. Anche con i negozi di dischi e librerie chiuse il disco è recuperabile da mio sito, ormai la musica «liquida» è quella che va per la maggiore, però resto molto legato al vinile, infatti l’album esce anche in questo formato e dirò di più: chi acquista l’album in vinile riceverà in omaggio un altro album dalla mia discografia. 

Nelle note di copertina si leggono alcuni nomi che in qualche modo hanno contribuito alla realizzazione dell’album. Chi sono?
Premesso che l’album è stato interamente composto e suonato dal sottoscritto. Avevo però bisogno di qualcuno che ascoltasse i vari brani durante la lavorazione dell’album. Per questo mi sono rivolto a Lele Battista che ho chiamato «L’ascoltatore». Essendo egli stesso un cantautore e gestendo una sala di registrazione, è stato per me prezioso nel cogliere eventuali sfumature da ritoccare, capire se la direzione fosse quella giusta e coerente con l’intero progetto.
Altra persona importante è stata Raffaele Stefani che si è prestato a missare l’intero lavoro, pur trattandosi di materiale realizzato in maniera casalinga.
Infine c’è Gianni Lisi, a cui dedico l’album. Mi veniva spesso in mente quando stavo scrivendo le canzoni. È stato importante per la mia formazione musicale. Al mio paese era quello che sapeva informare, intelligente, colto e sagace. È mancato lo scorso anno ed è stato lui che mi ha fatto conoscere i Pink Floyd, Battiato e i dischi di Panella-Battisti che ho sempre trovato straordinari.

Queste canzoni nuove le aveva nel cassetto o sono nate nell’ultimo anno?
Ne avevo nel cassetto di provini, ma per capire se fossero adatti per diventare una canzone li ho fatti ascoltare ad alcune persone di mio riferimento. Ciascuno ha risposto in maniera diversa, ovvero nessuno ha segnalato interessante una stessa canzone, segno che non erano adatte. Mi sono così messo all’opera per costruire nuove canzoni. A dire la verità, dopo aver fatto uscire “Forze elastiche”, avevo intenzione di non realizzare più dischi, ma alcune chiacchierate telefoniche con Battiato, a fine 2016, mi hanno spinto a credere di nuovo nel mezzo discografico. Perché, sosteneva, uno non deve fare cose per piacere agli altri o per raggiungere i successo, deve invece combattere la sua battaglia per un’emancipazione individuale, che di conseguenza significa anche emancipazione della società. Mi faceva l’esempio dell’eremita che se ne sta sulle montagne a meditare e tiene sulle spalle il mondo intero. Con questi presupposti è nata “Tra gli alberi combatto”, la canzone che apre l’album, dove me la prendo con quelli che vogliono diventare giovani: mi fanno pena. Io ero già vecchio da giovane, adesso ne ho 42 di anni e ricordo che agli esordi, quando andavo a chiedere di suonare in un locale a Roma nei pressi di Piazza Navona, mi sono sentito rispondere che le mie canzoni sembravano scritte da uno ben più vecchio.

Nell’ascolto dei vari brani, ho notato che si arriva alla fine quasi senza accorgersene, come se durassero due minuti, invece sono lunghi anche il doppio. C’è un piano d’ascolto che mi induce a credere ciò?
Sono contento di questa impressione. In effetti c’è un rigore nella composizione, battuta per battuta, che certamente aiuta lo scorrere del tempo. Un tempo che in questo periodo sembra non esaurirsi, come la canzone “Giorni tutti uguali” che qualcuno può pensare che l’abbia scritta dopo l’avvento della pandemia. Invece è qualcosa che avvertivo già, infatti vorrei vederli tutti uguali e fermare l’attimo della felicità nella ripetizione nella consuetudine. Di questo ne avevo cantato nel primo disco con “La distrazione”, nel senso che quando facciamo qualcosa di meccanico non siamo più rapiti da quello che stiamo facendo ed è lì che scatta qualcosa. 

Scorrendo i vari brani cosa troviamo?
Per esempio “Vieni con me” dove ravviso che siamo in troppi a voler emergere, invece sarebbe più opportuno andare in in profondità. Poi c’è “Che cosa succede” che doveva essere un altro singolo, quindi “Amore occasionale” di cui esiste una versione con un altro arrangiamento. Un brano che era piaciuto ai produttori e così ne ho realizzato un singolo con tanto di video, ma alla fine non ha funzionato e ho preferito ritirarlo e farlo uscire con l’arrangiamento originale, in linea con il resto dell’album. 

Incuriosisce la copertina dell’album. Di che si tratta?
L’ha scattata Ewa Szymczak, una mia amica che ama viaggiare, nell’occasione si scorge suo figlio che non si capisce bene se stia saltando o cadendo. Potrei essere io, almeno mi ricordo così quando ero ragazzo, anche perché, con quei vestiti senza tempo, nemmeno si capisce che si tratta di una foto recente. 

E per i prossimi mesi, quali previsioni?
Continuerò a muovermi nel blu, nel sentimento della malinconia che mi ispira come artista. Per quanto riguarda l’attività live ho capito che si dovrà aspettare, ma non lo vivo come oppressione, bisogna essere pronti al cambiamento. Le cose sono cambiate e invocare che tutto torni come prima non ha senso. Nella vita non ho fatto solo l’artista e questo mi aiuta. 

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Giordano Casiraghi
Nato in Lombardia, prime collaborazioni con Radio Montevecchia e Re Nudo. Negli anni 70 organizza rassegne musicali al Teatrino Villa Reale di Monza. È produttore discografico degli album di Bambi Fossati e Garybaldi e della collana di musica strumentale Desert Rain. Collabora per un decennio coi mensili Alta Fedeltà e Tutto Musica. Partecipa al Dizionario Pop Rock Zanichelli edizioni 2013-2014-2015. È autore dei libri Anni 70 Generazione Rock (Editori Riuniti, 2005 - Arcana, 2018) e Che musica a Milano (Zona editore, 2014).

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