Roberto Razzini: «In Italia la musica non è cultura. Si pensa a noi come a un mondo di lustrini»

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Roberto Razzini

Questa mattina, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, presentando alla Camera e al Senato le iniziative del Governo per la ripresa delle attività economiche nella cosiddetta Fase 2 dell’emergenza, per la prima vola ha parlato del sostegno del Governo al settore dello spettacolo.

I danni economici ingenti della filiera, ferma per il lockdown, hanno investito di fatto tutto il comparto, in particolare i cosiddetti “invisibili”, ossia tutte le maestranze che operano dietro le quinte, e che non beneficiano di alcun sussidio.

Abbiamo parlato con Roberto Razzini, Amministratore Delegato di Warner Chappell Music Italiana, dei problemi del settore; dalla creatività che tuttavia non si ferma, allo stop della musica live, fino al punto più importante: la musica in Italia non è considerata cultura.

Siete riusciti a lavorare in questo lungo periodo di lockdown?
La mia azienda è in smartworking dall’11 marzo; collegati da remoto siamo operativi comunque al 95%. Ci siamo organizzati subito. Gli uffici sono chiusi ma non ci siamo mai fermati. Ci manca chiaramente il contatto diretto con le persone; il nostro è un lavoro basato sulle relazioni personali, e non potersi vedere è un limite. Ci sono sicuramente difficoltà nel chiudere progetti, anche se proprio in questi giorni abbiamo firmato un contratto di collaborazione, di cui sono molto felice, con Giovanni Truppi.

La creatività non si ferma; la dimostrazione la danno proprio due vostri artisti, che in queste settimane fanno uscire nuove pubblicazioni, Ghemon e Nek.
Le pubblicazioni di Filippo e di Ghemon hanno una loro valenza; il mercato non può fermarsi, è corretto che gli artisti abbiamo il coraggio e sentano la necessità di pubblicare i propri lavori. Quello che viene a mancare, in questo periodo, è il contatto con il pubblico. Le interviste si possono comunque continuare a fare, quindi l’aspetto promozionale è gestibile.
Qualche giorno fa sono usciti il video di Filippo e di Ghemon, realizzati con il contributo dei fan: diciamo quindi che si può andare avanti. Le difficoltà principali sul mercato riguardano invece lo “sfogo primario” della musica, ossia l’esecuzione live. Sappiamo bene che la musica è uno degli elementi più importanti di aggregazione, e il fatto che non ci sia la possibilità di poter condividere un concerto, uno show case, una presentazione live, è un grande limite, che toglie tanto alla forza propulsiva della musica.
La musica dal vivo è uno strumento essenziale per la musica, non solo per l’artista, ma per tutto l’indotto.

Eppure in tanti non percepiscono la crisi del settore: molti pensano che quello della musica sia un mondo di privilegiati.
La spiegazione è abbastanza semplice: c’è una percezione del mondo della musica che si ferma al ruolo dell’artista. Non si può pensare che l’unico protagonista del mercato della musica sia l’artista che interprete delle canzoni.
Invece ci sono tante professionalità, che permettono all’artista di potersi esibire e incidere dischi che sarebbe giusto far conoscere. Dagli autori ai compositori, musicisti, tecnici che lavorano in studio, fino ad arrivare a tutte quelle professionalità che tengono in piedi il meccanismo dei live. Pensa che quando c’è un concerto in uno stadio ci lavorano moltissime persone, tra servizio d’ordine, musicisti, tecnici, maestranze che montano e smontano il palco, un indotto incredibile che sostiene un artista. Per ogni singolo artista ci sono quindi centinaia di persone che lavorano con lui e per lui.
Chiaramente quando pensiamo all’artista pensiamo a una persona che vive di privilegi, perché ha successo e gratificazioni economiche rilevanti, ma ci sono tanti lavoratori che operano affinché l’artista possa svolgere il proprio lavoro. Se l’artista non si può esibire, tutte quelle persone che lavorano per lui stanno a casa. E non ci sono solo dipendenti assunti a tempo indeterminato, spesso e volentieri si tratta di professionisti “a contratto”, che se lavorano guadagnano, ma se stanno a casa non guadagnano. 

Le varie associazioni di categoria hanno portato all’attenzione del Governo una serie di interventi per evidenziare lo stato di crisi del settore. Sei fiducioso che vengano ascoltati?
Questo è l’auspicio che abbiamo. Quello che chiediamo al Governo è che vengano prese delle decisioni e dei provvedimenti che riconoscano alla musica il ruolo che dovrebbe avere in questo Paese. In altri Paesi (Francia, Germania) la musica ha una dignità completamente diversa; in Italia si ritiene che sia un mondo di lustrini e canzonette, mentre in Francia si riconosce alla musica un profilo culturale che nel nostro Paese non c’è. Basti pensare all’Iva, sui libri è al 4%, mentre sui prodotti fonografici è al 22%.

Perché una concezione così diversa della musica?
È da ricercare nel radicato approccio al tema della musica, che non si ritiene sia cultura. Quando ad esempio parliamo di Fabrizio De André e Battiato, è più facile pensare alla musica come cultura, se si parla invece di musica contemporanea, magari, non la si ritiene cultura, e questo è un grave errore, perché la valutazione dovrebbe essere fatta sul fatto che la musica è un’espressione culturale della società in cui viviamo. Ogni artista, cantautore, autore, musicista, esprime nel proprio tempo il proprio valore. La musica è uno specchio della società, è un elemento culturale che ne fornisce dei tratti precisi. Bisognerebbe portare la musica ad un livello di considerazione e apprezzamento diverso; il fatto che si possa accendere un computer e ascoltare “apparentemente” musica gratuitamente dà un segnale sbagliato, è uno dei pochi contenuti culturali in cui si pensa di non dover corrispondere niente agli aventi diritto.

I tour annullati non vengono più rimborsati, ma sostituiti coi voucher che si vorrebbe portare alla validità di 18 mesi e che ovviamente saranno validi per i concerti organizzati dallo stesso promoter. Perché questa scelta di non rimborsare, secondo te? Ci sono già malcontenti da parte di persone che si aspettavano un rimborso.
Ci sono chiaramente degli argomenti che esulano dalle mie conoscenze, in quanto mi occupo di editoria e non musica del vivo, quindi la valuto come semplice utente. Se ho un voucher che mi concede un margine di tempo sufficiente per andare a vedere un altro concerto, in sostituzione di quello annullato, che potrebbe essere dello stesso artista o di un altro, lo tengo da parte. Certo, da un punto di vista pratico, immaginarsi di poter tornare in possesso della liquidità che si è spesa per poter decidere se e quando investire quei quattrini per andare a vedere un concerto, sarebbe il massimo del risultato. Evidentemente hanno pensato a questa soluzione che preserva un po’ il sistema delle società di booking e di management che non devono rimettere in circolo delle liquidità, ma possono conservarle per investimenti futuri.

Cosa ne pensi delle alternative alla musica live? Quindi parliamo di concerti via streaming e di drive in musicali.
Lo streaming per i concerti credo sia un surrogato che dà una soddisfazione molto bassa, e che può avere una durevolezza nel tempo molto breve. Può servire per dei concerti per qualche settimana, ma il concerto deve essere vissuto dal vivo. La situazione prospettata per i drive in francamente mi sembra una soluzione fantasiosa. È una suggestione divertente, ma faccio fatica a pensare a un concerto rock dove sto seduto sulla mia macchina; tecnicamente può verificarsi, ma pensiamo alla fruizione dell’audio: si potrà essere soddisfatti? Lo capisco per il cinema, era una cosa in auge negli anni ’50.

Lavori a stretto contatto con gli autori; la crisi del settore in che modo li ha colpiti?
Gli autori pagano molto questa crisi, perché l’autore (come l’editore) marginalizza le sue economie attraverso tutta una serie di utilizzazioni, che sono molto diverse tra loro, e più aumenta la tecnologia, più si differenziano. Dal concerto alla musica in discoteca, alla musica diffusa nei centri commerciali, quella che ascoltiamo nei bar, dal dentista, dal barbiere; ogni volta che si ascolta musica c’è qualcuno che paga il diritto d’autore, che va a compensare queste utilizzazioni agli autori e gli editori, con il tramite di Siae. Quando viviamo un momento come questo, in cui c’è chiusura totale di tutte quelle attività, l’autore può marginalizzare solo dalle utilizzazioni radiofoniche e televisive e quelle che passano attraverso il web, quindi lo streaming su Spotify e YouTube, ma le utilizzazioni ferme per il lockdown, quelle della pubblica esecuzione, sono forme di incasso che non ci sono adesso e non ci saranno per parecchio tempo.

Quando auspichi possa esserci la ripartenza della musica dal vivo?
Il mio auspicio sarebbe quello di avere il rilancio di queste attività già dall’autunno, ma realisticamente faccio fatica ad immaginare che si possa partire prima della prossima primavera. Se dobbiamo immaginare di poter assistere ai concerti in assoluta sicurezza, vuol dire che abbiamo raggiunto il vaccino; per il vaccino ci stanno dicendo che ci vogliono circa 12 mesi, arriviamo quindi al 2021.

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