Il nuovo disco dei Wet Floor: «La nostra “Rock Therapy” per dire che la musica può aiutare nei momenti difficili»

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Wet Floor

I Wet Floor sono rock una garage band di Milano, con alle spalle 15 anni di attività. Recentemente hanno pubblicato un nuovo album, La città era piena di rumore, anticipato dal singolo Rock Therapy. La band è formata da Andrea “Staglia” Staglianò (voce e chitarra), Luca “Luke” Erba (basso e cori), Stefano “Nino” Crippa (chitarra) e Fabio Donghi (batteria). Gli ultimi due sono i nuovi innesti, entrati nella band nel 2018.

Abbiamo deciso di intervistare i Wet Floor per parlare del loro disco, ma anche del difficile momento che stanno attraversando tutte le band nel nostro Paese. 

Il vostro singolo si intitola Rock Therapy e la domanda è scontata: la musica può essere terapeutica, soprattutto in un momento come quello che stiamo vivendo?
Luca: Decisamente sì. Un aspetto fondamentale è quello di porsi in modo tale da accoglierla e lasciarsi trascinare, lasciarsi emozionare. La musica può essere terapeutica la mattina quando ti alzi, sei stanco morto nonostante le ore di sonno e devi affrontare una nuova giornata di lavoro: durante il tragitto metti le cuffie, chiudi gli occhi ed inizi a sentire una nuova energia infondere in tutto il corpo. Può essere terapeutica in un pomeriggio di apatia, quando fuori c’è nuvolo e pensi che niente al mondo ti possa convincere riguardo a un’eventuale necessità dell’esistenza: ecco che accendi le casse, alzi un po’ il volume fregandotene dei vicini e d’un tratto capisci che forse un senso c’è. Può essere terapeutica la sera, quando ti rigiri da solo nel letto e non hai scampo nei confronti con te stesso: allora metti le cuffie e, magicamente, inizi ad esplorarti. Questo periodo ci sta mettendo alla prova da tanti punti di vista, i più fortunati vivono con qualcuno e continuano a lavorare. Prima o poi tutti stiamo sperimentando delle fasi più o meno lunghe di stanchezza sia fisica che morale. Ma vedere come una persona, provata da una dura giornata di lavoro, carica di diverse angosce emotive, si lasci andare e si scateni, per poco più di tre minuti, libera da tutto, al ritmo di Radio Nowhere di Bruce, è davvero speciale, mi regala una lacrima di commozione. Ogni volta. 

Perché avete scelto proprio questa canzone come singolo?
Fabio: L’idea iniziale era quella di uscire con la seconda traccia del disco, Icaro, per cui avevamo in programma la realizzazione del video. Una timeline premeditata, studiata e “calendarizzata” in modo da avere tutto pronto una settimana esatta prima dell’uscita del disco. Tutto il resto è storia. Rock Therapy ci è venuta incontro come se fosse un consiglio dall’esterno. Una canzone che parla di come la musica possa aiutare nei periodi difficili. In un momento in cui tutto il resto è distante e confuso, l’unico modo per riprenderci e armonizzare il rumore risiede nella musica. Con questo singolo anche noi abbiamo cercato, nel nostro piccolo, di dare una mano nel risollevarci.

Per il vostro album La città era piena di rumore avete dichiarato di aver preso spunto da Luì e l’arte di andare nel bosco di Guido Quarzo. In che modo questo libro vi ha ispirato?
Andrea Staglia: È il racconto di un mondo che non funziona e della paura di cambiare, di andare altrove, fisicamente e metaforicamente. E del modo di uscirne grazie ai suoni che rendono tutto più armonico. Ci sentivamo così quando abbiamo iniziato a scrivere questo disco, confusi da una città piena di parole che non volevamo più ascoltare, ma in cerca di qualcosa che ci spingesse a fare di più per noi e magari anche per gli altri. Il racconto però l’abbiamo scoperto per caso, grazie ad una foto, che è poi quella che è finita in copertina. Una serie di coincidenze assurde, una congiunzione astrale, come dice una nostra canzone. 

Wet Floor

Sono passati sei anni dal vostro disco precedente. Perché un’attesa così lunga?
Fabio: Negli ultimi anni il gruppo ha vissuto un periodo di cambiamenti importanti: dopo l’uscita del secondo disco Profezia in dodici pezzi, il batterista di allora decise di abbandonare il progetto. Quando si è in tre è ancora più difficile trovare, e in questo caso di ritrovare, l’alchimia necessaria per suonare insieme. Ancora più difficile diventa poi il comporre nuova musica. Sono felice di essere riuscito, insieme a Nino alla chitarra, a ristabilire l’equilibrio necessario all’interno di una band che ha ancora tanto da dire. La città era piena di rumore ne è un bellissimo esempio.
Andrea Staglia: Per fare le cose bene ci vuole tempo e ci vuole la squadra giusta. Non è stato un semplice cambio di formazione, abbiamo cercato le persone che potessero condividere questa nostra nuova avventura e per questa ricerca ci è servito tempo. Da quando Ste e Fabietto sono entrati in squadra ci siamo messi a lavorare attentamente sulle canzoni, curandone i dettagli molto più che in passato. Dopo un’attesa così lunga non volevamo deludere noi stessi e gli amici che da tempo ascoltano la nostra musica. Più volte ho avuto voglia di spingere sull’acceleratore per cercare di velocizzare le cose, ma alla fine, anche grazie al supporto degli altri della band, non l’ho fatto. E devo dire che sono davvero soddisfatto di come è andata a finire. Sono molto contento di questo album. 

Com’è cambiato il vostro sound dopo l’ingresso nella band di Stefano Crippa e Fabio Donghi?
Luca: Abbiamo per molto creato e suonato le nostre canzoni come un trio. Con il cambiamento della formazione dal punto di vista della sezione ritmica abbiamo acquistato un suono più preciso, netto e quadrato, e nel frattempo ci siamo spostati verso ritmi più lineari. Sul versante delle chitarre c’è stato un arricchimento melodico grazie all’aggiunta di sapienti arrangiamenti che spaziano da sonorità cupe ad alcune prettamente garage/punk rock, fino ad altre più morbide, tendenti al pop. In generale ora abbiamo un sound decisamente più ricco. 

Lo scorso 11 aprile dovevate presentare il disco all’Ohibò di Milano. Quanto è stato doloroso dover rinviare questo appuntamento?
Fabio: Già durante le registrazioni del disco, a metà febbraio, si intuiva ci fosse qualcosa che non andasse. Con nostra grande fortuna siamo riusciti ad ultimare tutte le sessioni prima dell’effettivo fermo totale e a realizzare le foto per la stampa. All’inizio non volevamo ammetterlo neanche a noi stessi, ma dopo qualche settimana era ben chiaro a tutti come sarebbe finita. È stato difficile vedersi cancellare uno alla volta tutti gli eventi pre-release, tanto che a ridosso della fatidica data è stata solo una questione di prenderne atto. Citando un brano del precedente album, un Amaro disincanto. Noi rimaniamo comunque positivi: ci teniamo pronti per qualsiasi futuro appuntamento e non vediamo l’ora di tornare sul palco. 

La vostra band è nata nel 2005, vale a dire 15 anni fa. Un bilancio di questo ormai lungo percorso?
Luca: All’inizio ci siamo trovati in un garage a strimpellare degli strumenti per noi ancora quasi sconosciuti, ma che presto avrebbero potuto darci grandi soddisfazioni. Nel corso del tempo abbiamo messo in fila le prime note scelte da noi ed iniziato ad urlare nei microfoni le nostre parole. Ci siamo accorti che questa cosa era figa e ci abbiamo preso gusto. Abbiamo iniziato a conoscere il mondo fuori dal garage. Abbiamo iniziato a salire sui palchi e metterci la faccia. Ci siamo accorti che per suonare, e per farlo in modo che ne valga davvero la pena, oltre alla grande passione sono necessarie dedizione, impegno e fatica. Abbiamo cambiato diversi assetti di gruppo. Abbiamo avuto alti e bassi. Abbiamo rafforzato rapporti di amicizia ed abbiamo conosciuto tante nuove persone, suonato insieme a loro, urlato insieme a loro, ballato insieme a loro, sopra e sotto il palco. Abbiamo creato qualcosa che ci regala la possibilità di dire la nostra e che allo stesso tempo ci rende orgogliosi. Alla fine lo scopo era e rimane sempre e soltanto uno: sfogare le nostre emozioni. Con chiunque abbia voglia di farlo insieme a noi… Direi un ottimo bilancio.
Andrea Staglia: Avevamo 15 anni, ora ne abbiamo 30. È un percorso di vita che riviviamo nelle canzoni, che ci descrivono, nel bene e nel male, meglio di noi. A volte avremmo potuto fare di meglio, non dire quella cosa, non fare quel concerto, non fidarci di quella persona e non perdere tempo con un’altra. A volte sono così alla ricerca del passo in più da fare che non mi accorgo che tante cose belle le abbiamo fatte. Tante canzoni, tante esperienze, tanti amici che hanno condiviso e che ancora condividono questo percorso con noi. E poi questi “nuovi” wetz e questo disco, che sono il prodotto di questi anni di crescita (perlomeno anagrafica). Il nostro album si chiude, non a caso, con la frase è stato così bello che non lo rifarei, rischierei di rovinare tutto.

Quanto vi manca non poter suonare dal vivo in questo periodo?
Fabio: La realizzazione degli album per noi è solo un’aggiunta di materiale necessario ad arricchire i live. La musica per come la intendiamo è ancora fatta di persone, chilometri percorsi, serate in compagnia, sudore e tante emozioni. Se manca tutto questo, un disco non ha ragione di esistere. Non solo sul palco, ma anche insieme: anche restare per due ore nella stessa stanza a fare musica come solo qualche mese fa ci sembrava scontato e naturale, ora sarebbe vissuto come manna dal cielo. 

In questo periodo di forzata inattività, riuscite comunque a fare musica?
Fabio: La tecnologia ci aiuta non poco, ma secondo noi non è abbastanza. “Fare musica è come fare l’amore: bisogna essere almeno in due e nella stessa stanza”. Ci sentiamo spesso, ma è più un programmare prossime attività e chiacchere tra amici. Negli ultimi giorni stiamo valutando la possibilità di creare qualche versione acustica dei nuovi pezzi, ma non siamo dell’idea che si possa comporre da zero senza contatto umano, almeno in un gruppo. Personalmente, vivendo da solo e circondato da strumenti musicali, le occasioni di composizione non mancano, ma la musica per noi nasce in sala prove.
Andrea Staglia: Il momento per stare a casa a fare musica l’abbiamo appena passato. È il momento in cui cominci a scrivere le canzoni nuove. Ora era finalmente arrivato il momento di suonare dal vivo e, questa quarantena, ci ha buttato a terra. In questi giorni stiamo buttando giù un po’ di idee per non fermarci, ma non è assolutamente la stessa cosa.

Questa la tracklist:
1. Intro
2. Icaro
3. Solstizio
4. Congiunzione astrale
5. L’ultima sigaretta
6. Tokyo
7. La città era piena di rumore
8. Rock Therapy
9. Lettere di Natale
10. Dono di natura

Rock Therapy:

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Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran e il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 curo il blog Atuttovasco.

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