Springsteen ai tempi del Covid-19, ua canzone al giorno: “Youngstown”

0

Pandemia 2020, giorno 34. “Quando perdi tutto quello che hai, devi giocare secondo le tue regole”. Così Bruce Springsteen presenta la canzone di oggi, Youngstown, al David Letterman Show nel 1995 che vediamo nel video. La canta da solo, con la Takamine nera, in una versione estremamente minimalista,  così come la ascoltammo nel tour acustico nei teatri che lo portò anche in Italia (Roma, Milano e Genova nel ’96). Scritta per The Ghost Of Tom Joad, Youngstown è forse la canzone più dura di tutto l’album. Racconta la condizione degli operai siderurgici dell’Ohio, di Youngstown, per l’appunto, una città di 65.000 abitanti dove le miniere di ferro prima, e le acciaierie dopo, hanno dato da mangiare a tutti, salvo poi dargli il benservito e mandarli a morire nelle varie guerre che si sono susseguite nel corso degli anni, da quella civile americana da cui parte la storia, a quella del Vietnam a cui ha partecipato il narratore. In mezzo ci sono anche la Seconda Guerra Mondiale e il conflitto in Corea.

La storia comincia nel 1803 quando i fratelli Heaton (nomen omen) fondano il primo altoforno a Youngstown, dove si costruiscono i cannoni che aiutano gli Unionisti  a vincere la Guerra di Secessione (They built a blast furnace here along the shore And they made the cannon balls that helped the Union win the war). Chi racconta la storia, un saldatore della stessa fabbrica, ci dice che anche suo padre ha lavorato alla fornace, appena tornato dalla Seconda Guerra Mondiale (Well my daddy came on the Ohio works when he come home from World War Two). Il padre che ora che la fabbrica è ridotta a un cumulo di rottami e di macerie gli dice che “quei due pezzi grossi hanno fatto quello che nemmeno Hitler era riuscito a fare”(Now that yard’s just scrap and rubble, he said that those big boys did what Hitler couldn’t do ). Lui stesso ha fatto mangiare i suoi figli con il calcare e il carbone della fabbrica (That taconite coke and limestone fed my children, made my pay) ma adesso che la fabbrica ha chiuso mettendo sul lastrico migliaia di famiglie, si chiede a cosa sia servito costruire tante armi e mandare  nostri figli a morire in Corea o in Vietnam se adesso tutto è andato perduto  (These mills they built the tanks and bombs that won this country’s wars We sent our sons to Korea and Vietnam, now we’re wondering what they were dying for).

Il narratore chiede conto al padrone della fabbrica di come sia possibile passare da una produzione di 700 tonnellate di metallo al giorno a zero, come sia possibile dare come giustificazione per quella chiusura che “il mondo è cambiato” (Seven hundred tons of metal a day, and sir you tell me the world changed) aggiungendo che lui e i suoi colleghi di lavoro lo hanno fatto arricchire tanto da dimenticarsi il suo nome (Once I made you rich enough, rich enough to forget my name). E la storia non solo non cambia, ma si ripete ovunque nel mondo. E se i padroni sono i buoni , meglio essere dannati all’inferno. “Quando morirò — dice l’uomo — non voglio andare in paradiso perché non sarei capace di fare un bel lavoro, preferisco piuttosto che sia il diavolo a portarmi via nella fornace dell’inferno” (Now when I die I don’t want no part of heaven, I would not do heaven’s work well I pray the devil comes and takes me to stand in the fiery furnaces of hell).

Parlando di questa canzone, una volta Springsteen disse che aveva scritto questa storia «vedendola attraverso gli occhi dei miei figli e del mio lavoro, ho pensato a come mi sentirei se mi dicessero dopo trent’anni che faccio questo mestiere che quello che faccio non serve più a niente e a nessuno, che non c’è più motivo per farlo perché il mondo è cambiato. E tu hai già 50 anni e devi trovarti qualche altra cosa da fare. È quasi impossibile. Ecco, io non so cosa farei in questa circostanza».

Il 12 gennaio del 1996, durante il tour di The Ghost Of Tom Joad, Bruce suona a Youngstown, allo Stambaugh Auditorium dove entrano non più di 2.600 persone. I biglietti sono stati venduti a tempo di record, e quella stessa sera il sindaco gli consegna le chiavi della città.  Springsteen è un po’ teso per quel concerto in quella città: nel pubblico ci sono moltissime persone che hanno lavorato in quella fabbrica (“familiarmente” chiamata Jenny come diminutivo di Jeanette Blast Furnace) e introducendo la canzone ad una platea ammutolita, dice:

«Questo brano parla degli  uomini e delle donne che vivevano in questa città e che hanno costruito questo paese. Parla della gente che ha dato i suoi figli alle guerre che sono state combattute e che poi sono stati dichiarati sacrificabili. Quando scrivi una canzone  che parla della città di qualcuno, entri in un territorio complicato».

Alla fine parte una standing ovation, e Bruce si commuove. Nel corso degli anni, Springsteen tornerà a cantare dal vivo Youngstown con la E Street Band e in un’altra occasione la presenta così:

«Questo è un brano che parla di quanto rapidamente tu possa essere lasciato da solo. Quando stavo per finire l’album, avevo scritto quasi tutte le canzoni, soffrivo d’insonnia e stavo sveglio fino a tardi. Una notte sono sceso in salone e ho preso un libro intitolato “Journey To Nowhere”, scritto da Dale Maharidge e illustrato dalle foto di Michael Williamson. Insieme hanno attraversato tutto il paese a metà degli Anni ’80 saltando dentro ai vagoni dei treni fino in California e poi su fino all’Oregon, facendo un resoconto di quello che vedevano e di quello che stava succedendo in quel periodo, mentre noi stavamo tutti a casa a vedere “Morning in America” (uno storico spot pubblicitario della campagna elettorale di Ronald Reagan nel 1984 che  “rassicurava” i telespettatori  raccontando di quanto si vivesse bene negli Stati Uniti e di come andasse bene l’economia, il lavoro etc, nda). Io invece sentivo da tanta gente che lavorava nelle varie banche del cibo, come raccontavano anche loro nel libro, che c’era sempre più gente che si trovava in difficoltà e che si rivolgeva a questi servizi molto più di prima. Gente che prima non ne aveva mai avuto bisogno, gente che prima aveva un buon lavoro, che manteneva le proprie famiglie. Ho letto quel libro in una notte e quando l’ho messo giù ho pensato a me stesso e mi sono detto ‘io sono uno che conosce una sola cosa, che sa fare una cosa sola, e cosa mi succederebbe se mi buttassero via come un giornale vecchio. Cosa direi ai miei figli se un giorno tornassero a casa e io non potessi più dargli da mangiare o se si ammalassero e io non potessi aiutarli o metterli al sicuro, oppure non poterli più curare. Io non lo so, davvero. Ma colpisce l’essenza di te stesso».

Oggi è il Primo Maggio ed è la festa di tutti i lavoratori, anche quelli che possono essere (e apparire) privilegiati. È già stato detto in questi giorni di pandemia che dietro il Personaggio, con la P maiuscola, dietro l’Idolo, con la I maiuscola, lavorano moltissime altre persone che non hanno gli stessi privilegi e onori del Personaggio, ma che garantiscono a quello stesso di essere tale. In un periodo come questo, in un giorno come il Primo Maggio, ricordiamoci tutti di tutti i lavoratori. A qualsiasi categoria appartengano. Per il resto, schermo intero, volume a palla e Youngstown.

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Google Youtube abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

 

Alcuni contenuti o funzionalità non sono disponibili senza il tuo consenso all’utilizzo dei cookie!

Per poter visualizzare questo contenuto fornito da Facebook Like social plugin abilita i cookie: Clicca qui per aprire le tue preferenze sui cookie.

Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati “Ben Harper, Arriverà una luce” (Nuovi Equilibri, 2005, scritto in collaborazione con Ermanno Labianca), ”Gianna Nannini, Fiore di Ninfea” (Arcana), ”Autostop Generation" (Ultra Edizioni) e ben tre su Luciano Ligabue: “Certe notti sogno Elvis” (Giorgio Lucas Editore, 1995), “Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue” (Arcana, 2011) e il nuovissimo “ReStart” (Diarkos) uscito l’11 maggio 2020 in occasione del trentennale dell’uscita del primo omonimo album di Ligabue e di una carriera assolutamente straordinaria. Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome