Billy Joel, 71 anni e una lezione indimenticabile

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Billy Joel ha oggi (9 maggio 2020) 71 anni. E’ uno dei più acclamati autori interpreti americani, newyorchese fino al midollo, estroso e simpatico. Esploso nel 1977 con l’album ”The Stranger” e soprattutto l’anno dopo con il pluripremiato “52nd Street”, Joel ha di fatto abbandonato la produzione di album pop nel 1993 con “Rivers of Dreams” per poi dedicarsi a un album di composizioni classiche per pianoforte affidate al pianista anglocoreano Richard Yung-ki Yoo.

A metà degli anni ’90, grazie a Massimo Bonelli e Chuck Rolando, tenne a Milano una “lezione” per gli studenti, musicisti e giornalisti a cui partecipai curioso. Un palco, un microfono, e risposte pronte per ogni domanda possibile. “Quando faccio delle interviste – spiegò – non mi chiedono mai cose tecniche. Allora preferisco parlare con gli studenti, che magari mi chiedono cose come: Che errori posso evitare?

Innamoratosi al primo ascolto di Joe Cocker, tanto da andare al festival di Woodstock, nel ’69, solo per ascoltarlo dal vivo, Billy confessa di essere stato all’inizio affascinato come tutti dai Beatles: “Ho anche scritto loro una lettera chiedendo: Siete grandi, ma come fate questo? Come fate quello? Ricevetti come risposta un rossetto e un dépliant di merchandising. Merda! Io avevo bisogno di informazioni! Non c’erano ancora libri su cui guardare”.

Pianista dall’età di 4 anni, cultura classica derivata dal padre che studiava la classica e ascoltava continuamente classica e opera, Billy ha sempre amato la musica “prima ancora di iniziare a parlare! Ho studiato pianoforte per dodici anni. A 14 ho scoperto le ragazze e il rock’n’roll era un gran modo di comunicare con loro. Si suonava nelle chiese e il prete ci dava 15 dollari, ci pagavano perfino per questo! Sono stato sedotto dalla musica. E’ una donna folle con le calze a rete con cui ho avuto un rapporto per 30 anni. Ora voglio esplorare cosa posso fare con la musica, il che non vuol dire che non farò più canzoni, ma sono un padre divorziato e non riesco a vedere mia figlia quanto vorrei, e vorrei passare più tempo con mia figlia”.

Racconta di aver scritto la sua prima canzone a 3-4 anni: “Era basata su 4 note. Si chiamava We Say Goodbye. Poi ho continuato a scrivere melodie finché non ho fatto il mio album di debutto”.

Gli chiedono come fa per iniziare un pezzo e arrivare a una struttura melodica e armonica definita.

“Non lo so! Nella musica classica c’è un motivo che viene sviluppato o suonato in diversi modi. Nel pop si ripete la melodia più volte in maniera uguale. Ciò che mi soddisfa nella musica è il pensare a sviluppare una melodia che funzioni in diversi modi. Ho una teoria su come si scrivo le cose belle. Sogno bella musica. Non sempre mi ricordo tutto ma capita che questo sogno mi torni in mente mentre sono seduto al piano. Quando sono sveglio ho un sacco di editori che mi dicono cosa fare o no. Sono un ragazzo di Long Island che suona, ma in sogno non ho censure”.

Sulla band: “Non ho sempre gli stessi musicisti. Liberty DeVito è quello che è da più tempo con me. Non sono il tipo “io pago, io sono il capo”. Voglio i loro input. La maggior parte di ciò che è nei dischi è fatto da musicisti che hanno cambiato i miei arrangiamenti. Una volta DeVito mi tirò addosso le bacchette dicendo: Perché questo pezzo lo fai reggae e con un finto accento giamaicano se il posto più vicino alla Giamaica dove sei stato è Queens a New York? Poi Liberty è italiano, di famiglia cattolica. Quando ho scritto “Only the Good Die Young” il testo parlava dei miei tentativi di sedurre una ragazza italiana. Gli ho chiesto se gli creava problemi, ma ha detto di no. Però le radio cattoliche hanno bandito la canzone e così tante altre radio e così tutti hanno comprato il disco: un successone! Per far funzionare qualcosa bisogna scrivere qualcosa di censurabile. Nulla vende come la censura!”

Che mi dici del blues?

“Non suono proprio il blues. In Usa il blues si ascolta in provincia, dove sono nato molti artisti blues: Memphis, Chicago, il Delta, New Orleans. Lì il blues è nell’aria. New York non è una zona blues ma ascoltarlo è come ascoltare qualcosa di molto triste, sentendo una musica triste stai meglio. Quando sono triste suono questo mio blues, “Il blues della ricca rockstar”: I woke up this morning/ Both cars were gone / I was very angry at all / I throw my Martini across the wall (mi son svegliato stamattina, entrambe le mie auto si erano rotte, ero davvero molto incazzato, ho scagliato il mio Martini contro il muro)”. Tutti soffrono i blues in un modo o nell’altro e il rock’n’roll è nato dal blues. Chiunque viva di rock’n’roll ha un debito col blues. C’è del blues anche nella classica. Se state male, ascoltate musica triste, vi abbandonate alla tristezza e alla fine state meglio”.

Perché diventare musicista?

“Chiunque salga su un palco lo fa per farsi la gnocca e chi dice che non è vero è un fottuto bugiardo. Era così anche per Mozart e Beethoven. E poi la spinta a comunicare è la più forte che un arista può avere. Trasmettere un’idea bellissima, anche se uno non è particolarmente bello può essere attraente per qualcun altro. Io ho sentito il compito di portare della musica, passionale, sessuale, di comunicare sensazioni a un altro essere umano. La grande musica è urgenza sessuale, passione, se no perché salire sul palco e rischiare di fallire?”

Quale evento ha segnato il tuo passaggio da persona normale a star?

“Passeggiavo per New York parlando da solo, tirando qualche bestemmia, e pensando che questa cosa della star non doveva cominciare con me, che era roba di un altro pianeta. E all’improvviso c’è uno che si gira, comincia a urlare, si ferma e dice: Ehi, Billy Joel! Ciao! E scoprii di essere così famoso che ero arrivato su un altro pianeta”.

La sua canzone più acclamata, Just the way you are ”la scrissi pensando al cibo”, confessa , e se gli si chiede come fa a ricordarsi tutte le parole delle sue canzoni dice di avere scritto in realtà molte più parole di quelle che sono state incise nei dischi ma che “non c’è problema, basta fare un salto in camerino e guardare un libro come questo (mostra il “Bob Dylan Songbook”) che certo non puoi leggere sul palco ma a sapere che ce l’ho a portata di mano mi fa sentire meglio!”

Pianista e compositore eclettico, Billy Joel ha spaziato in carriera fra vari generi musicali diversi: “Non è atipico che ci sia chi ama le mie cose precedenti più di quelle recenti. Io sono più legato a quelle recenti perché sono legato alle storie che raccontano. Non ho fatto una pop song dal 1993 e quattro anni sono un’intera carriera nel nostro ambiente. Ho già esplorato il blues, il jazz, il rock’n’roll e ora tocca alla classica. Forse il motivo è che non trovavo pèiù stili in cui scrivere. Non amo ripetermi, per cui sto scrivendo classico. Ma non rinnego nulla né ho canzoni preferite, per me sono come dei figli”.

Altro discorso è il suo uso della voce: “Come cantante un po’ ho studiato, un po’ vado a istinto. Ho un buffo lavoro. Non mi ritengo un vero cantante. Cambio voce spesso. Il mio preferito è Ray Charles. A volte cerco di somigliargli. La mia voce non mi fa impazzire e ho studiato. Agli inizi urlavo intonato!”, ride.

Le sue canzoni sono state spessointerpretate da altri e la cosa non gli dispiace affatto: “Quando il tuo bambino va e comincia a guadagnare, è bello! A me piace cantare le cose di Sinatra, di Ray Charles, so imitare Joe Cocker. E mi piace un sacco sentire le mie cose cantate da altri, anche in ascensore!”

Ma se ogni carriera artistica comincia solitamente con un gran colpo di fortuna, il tuo qual è stato?

“La radio mandò in onda Piano Man. Erano i tempi in cui i dj radiofonici potevano scegliere, prima che il business discografico diventasse quello che è. La fortuna è essere l’uomo giusto al momento giusto. Sono in giro da tanto tempo ma non sono così bravo. So scrivere, so suonare, so cantare, sono competente, ma il fatto è che c’è molta incompetenza in giro e se sei competente in un’era di incompetenti sembri straordinario”.

Tra i tuoi brani preferiti c’è “Scenes from an italian restaurant”. L’Italia è mai stata una tua fonte di ispirazione?

“La prima volta che ho fatto un concerto in Italia è stato a Torino, nel 1981 o giù di lì. In Italia vengo spesso a far vacanza. Sono newyorchese e la maggior parte della gente che conosco è italiana o ebrea. Mangio da un amico italiano. Qui vengo sul lago di Como, conoscete Villa d’Este? Ero lì, bevevo vino rosso, era il tramonto, c’era un pianoforte sul terrazzo e mi sono messo a scrivere “Reverie”, ci ho messo 17 anni a finirlo”

C’è qualche relazione fra la tua musica e la letteratura?

“Sì, sono molti i riferimenti letterari, i giovani arrabbiati di Osborne in Angry Young Man, Lo Straniero di Camus in “The Stranger”… Piuttosto pensavo che più scrivo meno bravo tecnicamente divento, più sentimento metto nelle composizioni meno va nelle esecuzioni. Per me oggi è più significativo comporre che suonare. Le cose migliori mi vengono di notte, alle 2, in mutande. Vi racconto una cosa: nel 1983, tra i miei due matrimoni, mi vedevo con Elle Macpherson. Aveva solo 19 anni e sapevo che la cosa era destinata a fallire, ma volevo scrivere una canzone su come mi sentivo in quel momento, e così iniziai a scrivere Uptown Girl. In realtà l’idea mi venne in un bar quand’ero al tavolo con Elle, Whitney Houston e Christie Brinkley. Whitney aveva 16 anni, faceva la modella, ed era nella fase voglio fare la cantante anche io che a me importava poco. Poi lasciai Elle per Christie, che ho sposato e così è diventata Uptown Girl invece di  Uptown Girls. Se ora volete anche voi sapere com’era tornare a casa tutte le sere e trovarci Christie Brinkley, bè… era favoloso!”

La top model Elle Macpherson racconta che Billy un giorno la cacciò letteralmente di casa per fare posto a Christie che comparve nel video di Uptown Girl del 1983 e che poi sposò due anni dopo. Dal matrimonio nacque una figlia Alexa Ray Joel. Billie e Christie divorziarono nel 1994. Billie Joel è oggi al quarto matrimonio e ha tre figlie. Il 18 luglio 2018, per il suo centesimo concerto al Madison Square Garden di New York, il governatore Andrew Cuomo ha intitolato quella giornata Giorno di Billy Joel.

Giò Alajmo

(c) 9 maggio 2020

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