La canzone con la quale nel 1976 Claudio Lolli firmava la sua frattura irreparabile con il “music-business” è “Autobiografia industriale”. Da una parte chi crede in ciò che fa, dall’altra la mentalità consumistica insediatasi definitivamente all’interno della discografia.

Il suo primo ingresso alla EMI e l’incontro dei personaggi che vi si muovono, è al tempo stesso una disamina del proprio desolante e fallimentare incontro con l’industria culturale, quanto della profonda divaricazione tra la sensibilità autentica, sin troppo ingenua e velleitaria dell’artista, e le mire di carattere mercantile di chi è votato a produrre su larga scala.

Ciò contro cui impatta Lolli era lo stesso monolite con cui aveva fatto i conti in modo assi più estremo anni prima Luigi Tenco con l’impostazione politica del proprio ruolo. Non si trattava più di un modo di vedere solamente la canzone, bensì l’intera produzione di pensiero, posta alla stregua di un qualunque prodotto di consumo, replicabile all’infinito. Il pensiero diviene un dispositivo che trova la sua ragione di esistere solo nella sua potenziale commestibilità. Lo sconforto e l‘ingenua rivendicazione della purezza di chi ci crede, lasciano presto il posto ad una velenosa e disincantata analisi di ciò che inevitabilmente è il ruolo dell’intellettuale tout court.

Nel 1961 Michelangelo Anonioni aveva firmato una pellicola-cardine dello stesso tema con “La Notte”. Uno scrittore, depauperato di ogni significato autentico, usato e bistrattato dall’industria, condannato a individuare solo nella fama e nell’arricchimento un surrogato di soddisfazione, blandito dall’industria per divenire abile strumento di manipolazione della volontà del consumatore, è un perdente su tutti i fronti. In una sola notte perde l’amico-autentico-scrittore nonché autentico innamorato della donna che invece lui ha sposato per vezzo creativo, e attraverso una girandola di repentini invaghimenti per ragazze troppo più giovani e distanti, entro l’alba perde anche l’amore della sua donna, unico baluardo di verità nella sua esistenza svuotata.

Il cinema italiano degli anni sessanta e settanta, più della colpevole e sopravvalutata canzone, pullula di analisi acute che lanciano il grido d’allarme sulla scomparsa dell’intellettuale quale sentinella di verità. Un grido acuto, rimasto inascoltato. E per questo con la scomparsa fisica dei vari paladini capaci di fungere da anticorpi che proteggano la società dall’avanzare del nulla, noi italiani siamo rimasti senza protezione.

Ma, in una rapida e sommaria analisi, dai primi anni sessanta sino ad oggi, chi era, chi è stato e chi è l’intellettuale?

Esiste ancora ciò che un tempo amavamo pensare come la coscienza critica della società?

Chi ha preso il posto di Pavese, chiedo.

Chi il posto di Tenco. Di Vittorini. Di Calvino. Zavattini. Moravia. Di Rossellini. Fellini. Di Visconti. Petri. Pasolini.

Dove sono coloro che avrebbero dovuto raccogliere il testimone? Attraverso quali voci cantano i successori di queste anime?

Uno sguardo allo scenario ci dice che annaspiamo in uno stagno di mediocrità senza eguali. Da decenni si ritrita la solfa del commissario dal volto umano. Delle amiche d’infanzia. Delle saghe di oscuri assassini da scovare alle ultime pagine e tecnovampiri usciti da sfilate di moda. Lo scrittore-scribacchino muore al massimo dalla voglia di divenire autore per canali mondiali che possano acquisire i diritti delle sue storie per serie televisive milionarie. Di divenire gettonato habitué di talk-show, in cui parlare solo per stupire, facendo strage di buon gusto e intelligenza pur di piacere al lettore medio.

L’autore di canzoni è un personaggio della pubblicità, adeguatamente tatuato per risultare trasgressivo, e opportunamente oggetto di morbosi scandagli della sua vita sessuale da parte di ragazze invecchiate con lo spritz in una mano e l’iphone nell’altra. Uno che si sposa come un emiro arabo benedicendo l’economia del paesello da cui è partito e che scrive canzoni sulla toccante vicenda di esser diventato padre spacciata come conquista di maturità dopo troppi spinelli, troppe sniffate e scopate all’hotel Excelsior. Qualcuno di cui si potrà dire con ammirazione quando esibirà la propria magnanimità elargendo fondi alle grandi cause solo per urgente megalomania e opportunità fiscali.

Il regista è un esperto di comunicazioni. Un manager capace di volare dall’altra parte dell’oceano per ingaggiare personalmente i divi da immortalare nelle proprie opere sciommiottanti questo o quello stile. Con fine maestria, sia chiaro. Lunghi movimenti di camera su scenari nazionali adeguatamente ridotti a cartoline digitali affinché in America si possa rinnovare il cliché della bellezza che qui impera. Opere strategicamente pensate come la pubblicità: per colpire la superficie lucida ed impermeabile di un pubblico sempre più vasto e ignorante.

 “Language is a virus”, cantava Laurie Anderson molti anni fa.

Tutto ciò che “funziona” si comporta come un virus, in effetti. Vale per ciò che è bene così come è male. Opera un contagio capillare, insensibile all’età, alla cultura e all’esperienza, come il fascismo nel triste ventennio, e come i giochini di spiaggia negli anni settanta, o la smania di “vendere” insinuatasi nella canzone d’autore, finché gradualmente, uno dopo l’altro, finiranno per esserne vittima anche coloro che parevano dotati di immunità speciale.

La verità brutta è che il mondo declina.

Non nascondiamocelo più. Stiamo morendo dentro. E il principale segnale di tale decadimento, è la sopraggiunta inettitudine a denunciarlo e descriverlo.

Ma a ben guardare, quello che sembrerebbe il segnale, è in verità la causa.

La causa del nostro cadere è infatti la scomparsa, la graduale, inesorabile estinzione dell’intellettuale.

Giacché l’intellettuale, anticorpo naturale della società, unico baluardo sano e mantenuto incolume al contagio dalla sua follia creativa, si è perso, si è venduto, è stato comprato e rivenduto, si è dissolto nel piacere sfinente dell’apparire ad ogni costo.

Drogato dal bisogno di essere scambiato per pavone, quando invece, come nella favola amara riportata da Fedro, è solo un corvo che si è ficcato le piume di pavone nel culo. E Amen.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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