Springsteen ai tempi del Covid-19, una canzone al giorno: “Jungleland”

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Springsteen

Pandemia 2020, giorno… ultimo! Sì, oggi voglio chiudere la “rubrica nella rubrica” perché voglio essere ottimista e positiva. E voglio credere che da oggi lentamente, passo dopo passo,  ricominceremo a vivere la nostra vita, imparando, magari, a convivere con il Covid. Allora ho scelto uno dei brani più belli di Bruce Springsteen, in una delle versioni più belle e significative. La canzone è Jungleland, la versione è quella del 28 luglio 2012 allo Stadio Ullevi di Goteborg, la prima dopo la scomparsa di Clarence Clemons. Il 18 giugno dell’anno precedente, Clarence ci aveva lasciati dopo una settimana di coma in un ospedale della Florida. Era stato colpito da un ictus, e Bruce corse al suo capezzale, dormendo su una poltrona nella sua stanza accanto a lui. L’elogio funebre che fece Springsteen rimane un pezzo di storia della E Street Band, il segno di quanto fosse forte il loro legame, che andava ben al di là della musica. Era un legame di sangue, di anima, era un’affinità elettiva che non si spezzerà mai:

«Sono rimasto qui seduto ad ascoltare tutti che parlavano di Clarence, e a guardare quella foto di noi due. È un’immagine di Scooter e The Big Man, personaggi che qualche volta eravamo. Come potete vedere nella foto, Clarence si sta ammirando i muscoli e io cerco di non farci caso mentre mi appoggio a lui. Mi sono appoggiato molto a Clarence; in un certo senso, ci ho costruito sopra una carriera. Quelli di noi che hanno condiviso la vita di Clarence, hanno condiviso con lui il suo affetto e la sua confusione. Anche se “C” si addolcì con gli anni, era sempre in movimento, selvaggio e imprevedibile. Oggi vedo seduti qui i suoi figli Nicky, Chuck, Christopher e Jarod, e vedo riflesse in loro molte delle qualità di “C”. Vedo la sua luce, la sua oscurità, la sua dolcezza, la sua asprezza, la sua gentilezza, la sua rabbia, la sua brillantezza, la sua bellezza e la sua bontà. Ma, come voi ragazzi sapete, vostro padre non era una passeggiata. “C” visse una vita in cui ha fatto quello che voleva fare, e ha lasciato cadere dove volevano i frammenti, umani o di altro genere. Come molti di noi, vostro papà era capace di momenti di grande magia, ma anche di fare un discreto casino. Questa era, semplicemente, la natura del vostro papà e del mio stupendo amico. L’amore incondizionato di Clarence, che era molto reale, si esprimeva a un sacco di condizioni. Vostro papà era come un grande cantiere, e c’erano sempre lavori in corso. I percorsi di “C” non erano mai lineari, la sua vita non andò mai lungo una linea retta. Non andava mai così: A… B… C… D. Era sempre una cosa come A… J… C… Z… Q… I…! Questo era il modo in cui ha vissuto Clarence e con cui si è fatto strada nel mondo. So che questo può farvi soffrire e confondervi, ma vostro padre era una persona che aveva in sé molto amore, e so che amava molto ciascuno di voi. Ci voleva un sacco di gente per occuparsi di Clarence Clemons. Tina, sono molto contento che tu sia qui. Grazie per esserti presa cura del mio amico, per avergli voluto bene. Victoria, tu sei stata una moglie amorevole, gentile e attenta per Clarence, e hai fatto una grande differenza nella sua vita, in un periodo in cui le cose andavano sempre bene. A tutti coloro che hanno fatto parte del gruppo di persone che hanno aiutato “C”, troppi per essere nominati ad uno ad uno: voi sapete chi siete e vi ringrazio. La vostra ricompensa vi aspetta ai cancelli del cielo. Il mio amico era un osso duro, ma ha portato nella vostra vita alcune cose che erano uniche: e quando accendeva quella luce, quella dell’amore, illuminava il vostro mondo. Sono stato abbastanza fortunato da restare in quella luce per quasi 40 anni, vicino al cuore di Clarence, nel tempio dell’anima. E ora un po’ di ricordi: fin dai primi giorni in cui io e Clarence abbiamo viaggiato insieme, tiravamo fino all’ora di ritirarci nelle nostre camere, e in pochi minuti “C” trasformava la sua in un mondo a parte. Venivano fuori le sciarpe colorate da stendere sopra le lampade, le candele aromatizzate, l’incenso, l’olio di patchouli, le erbe; la musica e il giorno in giro venivano messi da parte, lo spettacolo andava e veniva, e Clarence lo Sciamano regnava e faceva le sue magie, notte dopo notte. La capacità di Clarence di divertirsi era incredibile. A 69 anni se l’era passata alla grande, perché aveva già vissuto almeno dieci vite, 690 anni nella vita di un uomo medio. Ogni notte, in qualsiasi luogo, la magia saltava fuori dalla sua valigia. Appena il successo glielo permise, anche la stanza dei suoi vestiti si riempì degli stessi trucchi della sua stanza dell’albergo: fino a che una visita in quel guardaroba non diventò come un viaggio in una nazione straniera che ha appena trovato enorme riserve di petrolio. “C” sapeva sempre come vivere. Molto prima che Prince venisse svezzato, un’aria di misticismo licenzioso era la regola nel mondo di Big Man. Io ci entravo dalla mia stanza, che aveva parecchi divani carini e qualche armadietto da spogliatoio, e mi meravigliavo delle cose che stavo sbagliando! A un certo punto, lungo la strada, tutto questo fu battezzato il Tempio dell’anima; e “C” presiedeva sorridente sui suoi segreti e i suoi piaceri. Essere ammessi alle meraviglie del Tempio era qualcosa di delizioso. Mio figlio Sam, da bambino, rimase incantato da Big Man. Non c’è da meravigliarsi: per un bambino, Clarence era un torreggiante personaggio delle fiabe, qualcosa di uscito da un libro di favole molto esotico. Era un gigante con i rasta, con grandi mani e una voce profonda e melliflua, addolcita dalla gentilezza e dal rispetto. E per Sammy, che era solo un piccolo bambino bianco, lui era profondamente e misteriosamente nero. Agli occhi di Sammy, “C” deve essere apparso come se l’intero continente africano fosse stato raffreddato attraverso l’America e poi preparato come una figura accogliente e amorevole. Per cui Sammy decise di trascurare le mie camicie da lavoro e rimase affascinato dai completi di Clarence e dai suoi abiti regali. Si rifiutò di salire sul furgone di suo padre e scelse invece la lunga limousine di “C”, sedendosi al suo fianco durante il lento percorso fino allo spettacolo. Decise che cenare davanti al pub della sua città d’origine non gli interessava più, e si allontanò bighellonando per scomparire nel Tempio dell’anima».

Ci volle più di un anno per superare il dolore di questa immensa perdita. Ci volle più di un anno per tornare a cantare dal vivo quella canzone che evidenziava tutta la  potenza, la forza, il talento e il carisma di Big Man. Quando seppi che Clarence era morto, la prima cosa che pensai fu Non ci sarà più una “Jungleland” dal vivo. Del resto chi avrebbe potuto sostituire quell’assolo straziante e appassionato? Poi arrivò la notizia dell’ingresso di Jake Clemons nella E Street Band, ma ancora ero convinta che non ci sarebbe stata più una Jungleland dal vivo. Poi arrivò la sera del 28 luglio 2012, a Goteborg, in Svezia, un posto che Clarence amava e dove aveva anche vissuto per un po’ di tempo. E arrivò, all’inizio del secondo bis, questa breve introduzione:

«Come sapete, Clarence… sentiva… Clarence era una parte speciale anche della Svezia. E… beh, questo era un posto molto speciale per lui. E … quindi stasera, non l’abbiamo fatto per un sacco di tempo, e non l’abbiamo provata. Quindi… questa è per Big Man e per.. e per voi che gli avete dato una casa per qualche anno»

E poi è partita la versione più intensa, più dolorosa, più straziante che Bruce abbia mai fatto di Jungleland, con una commozione visibile sulle facce di tutti coloro che stavano sul palco, e con Bruce che si strappa dal petto il suo immenso dolore  con un urlo dapprima strozzato in gola, poi lancinante che squarcia la notte di Goteborg. È l’urlo del dolore, certo, ma è anche l’urlo che lo libera e che gli permette di poter ricantare di nuovo dal vivo un pezzo fondamentale di tutta la sua vita. Ed è anche il momento in cui Scooter e The Big Man  si salutano per sempre. Mai come oggi anche noi sentiamo il desiderio di liberarci, forse non lo faremo con un urlo, o forse sì, di certo ci scrolleremo di dosso il peso di queste lunghe settimane di quarantena, e magari poco a poco anche la paura del virus. Con cautela ed attenzione ma anche con tanta voglia di tornare a vivere.  Schermo intero, volume al  massimo e buon ascolto!

#usciamoconcautela, @brucespringesteen, #letsplaythemusic

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati “Ben Harper, Arriverà una luce” (Nuovi Equilibri, 2005, scritto in collaborazione con Ermanno Labianca), ”Gianna Nannini, Fiore di Ninfea” (Arcana), ”Autostop Generation" (Ultra Edizioni) e ben tre su Luciano Ligabue: “Certe notti sogno Elvis” (Giorgio Lucas Editore, 1995), “Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue” (Arcana, 2011) e il nuovissimo “ReStart” (Diarkos) uscito l’11 maggio 2020 in occasione del trentennale dell’uscita del primo omonimo album di Ligabue e di una carriera assolutamente straordinaria. Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

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