Andrea Ricci di “Note Legali”: “questo è il tempo di riscrivere le regole del settore”

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All’indomani del rinvio dei grandi eventi live annunciati da Assomusica, e alla vigilia di un timido segnale di ripartenza per gli spettacoli dal vivo, possibili dal 15 giugno (come stabilito dal Dpcm) con un numero massimo di 1000 spettatori per gli spettacoli all’aperto e 200 per gli spettacoli in luoghi chiusi (con distanziamento di almeno un metro), abbiamo fatto il punto della situazione sulla criticità del settore e sugli aiuti previsti per la categoria, con Andrea Marco Ricci, avvocato, fondatore e presidente di Note Legali, associazione di categoria a tutela dei musicisti, e struttura no profit italiana di formazione e consulenza legale in ambito musicale.

Parto con una provocazione: secondo te perchè i musicisti non avevano finora capito l’importanza di essere tutelati da un’associazione o sindacato, non interessandosi di conseguenza ai propri diritti?
Ci sono tantissime ragioni; prima di tutto si tratta di un fattore culturale. Mentre in altre professioni man mano che studi ti vengono spiegati i tuoi diritti, quindi hai una percezione dei diritti e delle regole in gioco, nelle professioni dello spettacolo non si studia necessariamente in un’accademia o conservatorio, quindi questo percorso non viene fatto.
In primo luogo quindi non c’è proprio la cultura sui propri diritti di base, poi va anche detto che i musicisti e gli artisti in generale sono individualisti, quindi guardano al loro “orticello”, e se il loro orticello va bene, fanno fatica a considerarsi colleghi, piuttosto si sentono in competizione tra di loro.

Recentemente è nato il coordinamento delle associazioni di categoria; come si muove questo coordinamento?
Vedendo la rappresentanza dei musicisti molto frammentata, tra i sindacati confederali (che hanno per legge la rappresentanza dei lavoratori, ma non hanno molti numeri al loro interno), e le tante associazioni come la nostra, Note Legali, che fanno più di mille iscritti, si è pensato di mettere in un unico tavolo tutte le rappresentanze dei musicisti, sia per gestire con un’unica voce i rapporti con le istituzioni (nelle misure di emergenza e di ripartenza), sia per puntare a riformare le regole del settore e arrivare ad avere un’unica rappresentanza.
Questa situazione di emergenza ha fatto venire al pettine tutti i nodi, ha reso chiaro ai musicisti quanto poco erano considerati e tutelati dalle istituzioni, e quante riforme ci sarebbero da fare. Se non si fa questo percorso di costruire un tessuto di rappresentanza forte, tutto tornerà come prima, quindi saremo di nuovo divisi, in tante piccole associazioni, e nulla potrà mai cambiare.

C’è stata una domanda maggiore di adesioni alle associazioni? I musicisti hanno preso coscienza della situazione?
Le domande sono letteralmente esplose.
C’è stato sicuramente un risvolto positivo, e lo dico anche per esperienza personale: sono 15 anni che giro l’Italia per insegnare ai musicisti i loro diritti, ma mai mi sarei aspettato di fare dirette con oltre mille persone che guardano e si informano dei loro diritti.

Le vostre dirette sono sui canali social?
La nostra associazione Note Legali organizza due dirette a settimana, su Facebook e YouTube, una di tipo didattico per cercare di spiegare l’Abc dal punto di vista burocratico, l’altra è di aggiornamento politico.

L’albo dei musicisti, una delle possibilità più auspicate dai musicisti stessi, è un’ipotesi percorribile?
No. L’albo dei musicisti viene invocato per l’assoluzione di quale problema? Ogni musicista punta il dito contro qualcuno o qualcosa, come causa di questa situazione. Faccio degli esempi: alcuni musicisti dicono “il problema sono i doppiolavoristi che ci tolgono il lavoro; se avessimo un albo in cui ci sono solo quelli che hanno studiato, questi non potrebbero più suonare dal vivo, e avremmo più lavoro noi”.
Questo non si può fare chiaramente, perché l’arte è libera, libera nell’insegnamento, libera nell’esercizio, tutti possono “fare gli artisti”, senza iscriversi ad un albo.
Altri dicono “ci vorrebbe un albo per differenziare coloro che lo fanno di mestiere e coloro che non lo fanno di mestiere, per avere dei cachet differenziati”. Anche questo non si può fare: il mercato è libero.
Altri dicono “ci vorrebbe un albo perché soltanto i professionisti devono avere delle tutele”.
Si vede quindi nella parola “albo” la soluzione a tutti i problemi; la verità è che gli albi non si possono creare, perchè la legge italiana e anche il diritto europeo dice che gli albi sono creati per legge, ossia per disciplinare per legge professioni che sono rilevanti a livello costituzionale, e che questo albo sia posto a garanzia del diritto che quella professione si pone.
Noi speriamo che un medico ci sappia curare e riponiamo la fiducia in lui per il fatto che ha fatto un percorso di studi certificato, un esame di stato certificato, e poniamo quindi la nostra vita nelle sue mani, ma per cantare dove sta scritto che devo prendere per forza qualcuno che ha fatto un certo tipo di percorso di studi e mi possa garantire con quel percorso di studi che sappia cantare?

Allora la soluzione quale può essere?
La soluzione è creare un insieme di regole che regolamentino la figura del musicista, dandogli gli ammortizzatori sociali, un inquadramento fiscale previdenziale corretto, con le tutele sociali ai professionisti, senza togliere l’opportunità di lavoro agli amatori, dilettanti, doppiolavoristi. Tanto più che il concetto di doppiolavorista nella musica si perde, un musicista non fa mai solo il musicista nella vita: fa l’insegnante, fa arrangiamenti, fa il consulente musicale, fa produzioni musicali, organizza spettacoli.

Questo aspetto riguarda anche musicisti che hanno una certa “popolarità”…
Certo: Paolo Conte, Roberto Vecchioni, Enzo Jannacci, sono alcuni esempi molto eclatanti di cantautori che nella vita hanno continuato a fare la professione per cui hanno studiato.

Il nuovo Decreto ha abbassato a 7 le giornate contributive (nell’ultima annualità) per poter accedere all’indennità prevista dal Cura Italia.
È stata una richiesta fatta proprio dalle associazioni di categoria; questo però ha creato malumore in diversi musicisti, che vedono mettere così sullo stesso piano chi fa musica per lavoro e chi per “hobby”.
L’indennità prevista inizialmente dal Cura Italia – art 38 – prevedeva un riconoscimento per il mese di marzo a coloro che avessero 30 giornate contributive versate all’Enpals nel 2019; questo numero è stato fatto dalle istituzioni senza conoscere il nostro settore, infatti tagliava fuori quasi tutti.
Lo scopo di abbassare la soglia non era decidere la professionalità (per quello ci vuole una riforma), ma aiutare chi di questa professione ci vive.
Il numero dei contributi non rappresenta di certo se il musicista è un professionista o meno, e questo per vari motivi:
1. Un musicista non fa solo spettacolo dal vivo; e queste sono attività che non sono in Enpals ma in Inps gestione separata
2. C’è una periodicità nell’attività dei musicisti; alcuni musicisti si fermano per attività discografica, quindi in quel periodo concerti non ne fanno.
3. Sappiamo che c’è un’evasione contributiva elevatissima, per alcuni è colpa dei datori dei lavori, per altri è dei musicisti stessi.
La giornata contributiva poi non è per forza lo spettacolo, possono essere anche le prove.
Se si va a lavorare all’estero, a seconda del Paese in cui si va, non sempre compaiono le giornate contributive
4. C’è chi lavora nel mondo discografico, dove non ha un datore di lavoro, perchè il datore di lavoro è sé stesso: in questo caso neanche volendo può versare i contributi.
Ci sono quindi varie ragioni che ci fanno dire che l’elemento contributi versati non può essere l’unico che certifica la professionalità di un musicista.
Per questa ragione il coordinamento ha chiesto di abbassare il numero di giornate previste. Il criterio giusto per catalogare un professionista è il suo reddito non relativo solo all’ultimo anno, proprio per questa periodicità, contando tutte le attività che svolge. Noi abbiamo proposto che l’indennità fosse data anche per il mese di marzo a chi fosse stato tagliato fuori.
Lo stesso è stato fatto con i lavoratori ad intermittenza, che lavorano con le cooperative.
Va detto che non sono fatti passare tutti i concetti proposti; chi si è fermato per fare un disco non ha i 7 versamenti nel 2019, idem chi ha fatto didattica.
Alcuni sono rimasti quindi ancora esclusi da un aiuto che permetta di sopravvivere in un periodo di fermo.

Che paracadute c’è per chi è rimasto ancora escluso?
Ci sarebbe il reddito di emergenza, incompatibile con quello di cittadinanza, e rivolto a coloro che hanno un Isee talmente basso da non riuscire a sopravvivere.

Quando si criticavano le istituzioni perché non davano la giusta attenzione al settore, era perché non ne avevano piena conoscenza?
Sicuramente. Nel nostro Paese il mondo della cultura e dello spettacolo non ha mai avuto una dignità pari a quella di altri settori: in questo momento comincia ad averlo.
Alcuni ministri un tempo addirittura dicevano: “con la cultura non si mangia”, come se la cultura fosse un hobby.

Questa bassa considerazione è data in particolare alla musica leggera…
Esattamente, nell’ambito dello spettacolo si è preferito sempre finanziare la musica cosiddetta “colta”, la lirica.
Nel decreto di aprile gli aiuti saranno per tutti nella stessa misura; parliamo chiaramente non di finanziamento ordinario ma di aiuto in emergenza.

Sei avvocato e in più a difesa dei musicisti. Com’è nato Note Legali?
Avevo appena finito il mio percorso di studi, con il dottorato di ricerca terminato in Inghilterra. E proprio tornando dall’Inghilterra, dove avevo visto come nelle scuole professionali si insegna ai musicisti i propri diritti, quindici anni fa ho aperto con alcuni amici Note Legali, e cominciato ad insegnare ai musicisti i loro diritti. Siamo ancora oggi la no profit italiana che fa più informazione su questo.
In questo momento facciamo non solo le dirette, ma anche tanta didattica online.

Sei anche consigliere di amministrazione di Nuovo Imaie. Ci spieghi di cosa si tratta?
Il nuovo Imaie è una collecting, una sorte di Siae (che raccoglie il diritto d’autore) che raccoglie i diritti connessi al diritto d’autore, quindi i diritti di artisti, interpreti ed esecutori, per alcune utilizzazioni del repertorio musicale. Il Nuovo Imaie raccoglie quindi per conto degli artisti una parte dei proventi generati dall’uso del loro repertorio fonografico.

Chiudiamo così: cosa consiglieresti in questo momento ai musicisti?
Sicuramente di iscriversi ad una qualunque associazione, e fare anche le loro proposte.
Ci vuole tempo per cambiare la mentalità dei tanti musicisti che pensano che niente possa mai cambiare, ma il tempo buono è questo.
Questo momento infatti deve essere una costituente per il mondo dello spettacolo: ora si possono veramente riscrivere le regole.

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