Alle origini del Decibel, minuto per minuto

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Decibel

Tempo fa abbiamo pubblicato questo pezzo che, analizzando un’autentica chicca uscita nel 2016, Decibel Unveiled (che riporta alla luce tesori nascosti del 1978), ripercorreva in modo molto dettagliato le origini dei Decibel. Oggi Enrico Ruggeri compie 63 anni, e abbiamo pensato che ripubblicare questo post fosse un bel regalo. Quindi, buona lettura!

Decibel

Le band, piccole, grandi o stellari che siano, si uniscono e, se durano a lungo, è per i seguenti quattro motivi: la voglia di suonare, la capacità creativa, l’unione d’intenti, l’affinità ultra-sensoriale. Se uno di questi requisiti viene meno, la band appassisce a prescindere dalla robustezza della propria corteccia, che può solo frenare il fenomeno, ma non arrestarlo. I Decibel, in sostanza, sono due band: la prima pubblica un album storico del rock italiano (leggasi punk) perdendo uno dei punti di cui sopra, ma poi ha la sua rinascita con la lineup stravolta con l’ingresso di Enrico Ruggeri a portare nel nuovo costrutto il DNA Decibel degli anni Settanta. Nascono così i Decibel di stampo new wave, trasformazione che diverse punk band ebbero agli inizi degli anni Ottanta.

Decibel
@Roberto Turatti

Con questo articolo parleremo soprattutto del CD che ha risvegliato l’interesse per questa band e per il primo nucleo della stessa, quello più riottoso che ne precedette la metamorfosi avvenuta col secondo album. La prima formazione, ossia un agglomerato di personalità che senza troppi fronzoli vomitava parole contro il sistema e i luoghi comuni, opponendosi all’Italia moralista e bigotta dell’epoca. Sarà una rapida narrazione della loro storia, partendo dal loro primo disco, Punk.

I Decibel che suonano nel CD Unveiled sono la formazione originale che ebbe origine negli anni di frequentazione del liceo da parte dei propri componenti. Correva l’anno 1977, quando tre studenti, amici di strada, si unirono in una formazione chiamata Trifoglio, che con l’arrivo di Enrico Ruggeri alla voce, rientrato da Londra, dove lavoricchiò scoprendo il punk, divennero i Decibel (nome ispiratogli da un testo dei Mott the Hoople). Oltre a Ruggeri, ci sono Pino Mancini alla chitarra, Roberto Turatti alla batteria ed Erri Longhin al basso.

L’inizio rissoso: “Punk in abito nero, il concerto è sospeso” (cit.)

A garantire alla band un contratto discografico contribuì l’epilogo del loro primo concerto-non concerto che “si tenne-non si tenne” al “Piccola Broadway” di Milano, in Corso Buenos Aires.

In quei giorni del 1977 — era il 4 di ottobre, in un periodo molto burrascoso per la società italiana, cronicamente sempre divisa in due fronti à la guelfi e ghibellini —un capillare volantinaggio portò al club tre centinaia circa di punk della “Lombardei”, con i quali si scontrò il corteo antifascista di Autonomia Operaia proveniente dal Leoncavallo. Quella fu la prima volta che parlò di punk in Italia.

Erano gli anni dei Krisma, unici ad esprimere un proto-punk. Poi arrivarono i Decibel, veri punk che furono, agli albori del fenomeno in Italia, subito etichettati come “fascisti” nonostante non si fossero mai schierati politicamente. Nelle parole di Turatti e di Mancini, a fine articolo, ripercorreremo anche quest’episodio legato al concerto che non si tenne: la band, come fosse la ciurma di Peter Pan, rimase a guardare dall’alto le orde convenute darsele di santa ragione. La stampa (Alfredo Venturi – NdA), scrisse in grassetto “Punk in abito nero, il concerto è sospeso”, sottotitolo “Gruppi di sinistra giovanile sostengono: sono dei sanbabilini travestiti che adesso vogliono imitare la moda inglese”. Radio Popolare, notoriamente di sinistra, accese dibattiti su chi fossero i punk e chi fossero i Decibel: la vigilanza delle associazioni di sinistra era a quei tempi molto agguerrita verso eventuali rigurgiti fascisti del paese. Si aprirono discussioni su chi fossero i punk, elaborando tre diverse visioni:

  • La prima dava per certo che i punk fossero fascisti perché la loro musica veniva trasmessa da Radio University, che secondo il popolo di sinistra era notoriamente di destra.
  • La seconda tesi, riportata anche dal citato articolo di Alfredo Venturi, pubblicato sul Corriere della Sera, è la dichiarazione dell’allora ventenne Enrico Ruggeri che riporto integralmente: «Siamo letteralmente allibiti, il nostro è un gruppo di proletari che suonano per passione; dappertutto, in Inghilterra come in America, e come adesso a Milano, il punk-rock esprime una rabbia di emarginati. Noi non abbiamo niente a che vedere con quei fighetti che vestono da Fiorucci, anche se vestiamo di nero, ma questo non è che un rituale».
  • La terza ipotesi è la più distensiva, viene dalla sinistra giovanile che vedeva il punk come un fenomeno ambiguo ma sempre di protesta e auspicava di non demonizzarlo per evitare l’effettiva deriva del neonato movimento rock verso il fascismo.

L’articolo si chiude con una frase che cela la natura vera del punk, ossia l’essere un “fenomeno musicale limitato ma che genera tensione proprio per la difficoltà nel capirlo”. Lo stesso Ruggeri racconta di quel periodo in una recente intervista a Gabriele Ferraresi per Rock.it: «Era assurdo. Fantascienza. I punk non si sapeva cosa fossero, tieni conto che tre anni prima era stato interrotto a sassate il concerto di Lou Reed al Lido, dando a Lou Reed del fascista, lui ebreo tra l’altro, perché si vestiva di nero e aveva i capelli corti. Io e Fulvio (Muzio – NdA) eravamo in classe insieme al liceo, ma la nostra amicizia ha assunto i connotati del patto di sangue quando ci siamo detti sottovoce “Ma anche a te gli Inti Illimani fanno cagare?”. Era una frase che detta ad alta voce ci avrebbe fatto rischiare la vita: in questo scenario, quando arrivano i punk, col giubbotto nero, vestiti di nero, che non fanno politica, sembravano di destra. Solo un anno dopo era chiaro a tutti che erano dei proletari arrabbiati».

Dopo il clamore mediatico che fece seguito alla sommossa, l’etichetta “Spaghetti Records” di Shel Shapiro (frontman dei Rokes), Alessandro Colombini e Silvio Crippa (in seguito primo manager del Ruggeri solista), mise sotto contratto la band milanese, la quale incise l’album di debutto Punk: il loro verbo critico, cinico e blasfemo era in etere, almeno così credevano. Altra stranezza che lasciò l’amaro in bocca ai protagonisti fu il fatto che ai quattro autori all’epoca non fu consigliato di iscriversi alla Siae, e quindi si videro firmare i pezzi da altri: i mondo dello showbiz è a volte molto particolare.

L’album vendette benino, pur avendo una pessima promozione e distribuzione, diventando un disco di culto e, oggi, ricercato dai collezionisti. La band crebbe in popolarità, però passando per rissosa e facinorosa. Il loro logo lasciava poco all’immaginazione: essendo ‘db’ la sigla per indicare i decibel, l’accostamento delle due lettere finì per produrre un simbolo fallico col quale vennero tappezzati gli amplificatori e le pelli della batteria. Tale logo è in bella vista anche sulla cover dell’album d’esordio, che vede un pugno armato sfondare una vetrina coperta di adesivi politici, bandiere e figurine di cantanti “alla moda” come Beatles e Bob Dylan, mandando così in frantumi tutte ideologie e i gusti del passato.

I temi dell’album Punk (uscito dalle stesse sessioni dalle quali scaturirono pure le tracce di Unveiled, che ne mantengono l’alone critico anti-sociale) vanno dall’omicidio al femminismo, passando per la critica nei confronti dei mass-media, le droghe lisergiche o del culto delle star, ossia all’emulazione delle stesse, anche quando tale approccio diventa tossico, come accaduto due anni dopo con l’uccisione di John Lennon da parte di un fan squilibrato.

La band si vide censurato il testo della traccia Paparock ancor prima di averla pubblicata: nel disco d’esordio, infatti, è presente in versione snaturata con la voce totalmente mancante. Da come si può leggere qui di seguito, per essere il 1977, il testo è piuttosto irriverente: i Decibel non diluirono il punk, ma lo espressero nel senso più autentico, quello provocatorio “critico-insurrezionalista”, e dal vivo erano soliti cantarla senza censura.

Una messa qua / Una messa là / Tu preghi
Di Cristo sei l’erede / Ai dogmi della fede / Credi
Un esempio di bontà / Per tutta la cristianità / Peccatori siamo noi / Cosa vuoi
E se siamo giù / Benedici con la mano / Ma tu fai affari / È un’industria il Vaticano
Più bugiarda di così / Resta solo la DC / Peccatori siamo noi / Tu cosa vuoi
In adorazione / Tanta gente ad un balcone / Un’altra volta
E l’ispirazione / Per gestire la religione / È stata tolta
Contro chi è in errore / Sei tu il bastone / Sei la guida
Perché altrimenti Dio / Di ciò che sento io / Non si fida
Meno male ci sei tu / Che ci parlerai in tivù / Peccatori siamo noi

Come autori del loro album d’esordio sono citati i Dik Dik, perché gli allora membri dei Decibel non erano iscritti alla SIAE: lo stesso Ruggeri si iscriverà alla società di tutela dei diritti d’autore solo nel 1979, quando era già in procinto di pubblicare un ulteriore album con una lineup diversa, con Silvio Capeccia alle tastiere, Fulvio Muzio alla chitarra e tastiere, Mario Riboni al basso e Tommy Mianazzi alla batteria. La band, rimaneggiata pesantemente, cambiò stile musicale divenendo new wave, abbandonando le sonorità di matrice chitarristica dando spazio alle tastiere. Qui il testo della prima canzone, Figli di…

Non c’è più posto per dei nuovi eroi,
non c’è più gusto: siamo soli, noi,
la generazione della frustrazione,
la generazione dell’alienazione,
non dobbiamo niente, non dobbiamo niente a voi,
non vogliamo niente, i bastardi siete voi.

Siamo i figli di chi lavora per voi,
siamo i figli di chi si fa i fatti suoi,
siamo i figli di chi si legge “Il corriere”,
noi siamo i figli, siamo i figli di chi,
serve questo potere.

 Non vogliamo niente, siamo il tuo prodotto,
non vogliamo niente, l’ingranaggio è rotto,
non vogliamo niente, ci hai creato tu,
non torniamo indietro più.

Enrico Ruggeri nel 2004 incise nuovamente buona parte dei pezzi di Punk, con l’eccezione di Col dito… col dito, Il Leader e Paparock, con i suoi musicisti, e per vedere ristampata la versione originale (sempre e soltanto in vinile) bisognerà aspettare il 2017, quando fu inclusa nel cofanetto dei Decibel Noblesse Oblige, in mille copie soltanto, in seguito al ritrovamento del master che si credeva perduto.

In fondo allo scaffale i nastri…

Per gli italo-punk la sorpresa arriva nel 2016, quando finalmente i cultori del genere videro l’uscita di quello che è un bootleg fedele all’originale, anzi, ancora migliore: un bootleg di inediti mai incisi. Le tracce master sono transitate dalle mani di un “affiliato” a quelle di un produttore-fan accanito, Enrico Fertini, che in collaborazione con lo Studio Revox sforna Decibel Unveiled, dopo aver restaurato i file da nastro magnetico dell’epoca a digitale. Decisamente un ottimo lavoro, anche perché lo studio è specializzato in recupero nastri e registratori ReVox, Studer e Hi-Fi in generale. Stampato in sole 200 copie, la distribuzione sull’aftermarket fu interrotta dietro consiglio di esperti per non urtare i possessori dei diritti. Il bootleg fu venduto quindi per breve tempo nei meandri del collezionismo punk/rock italico: è ormai anch’esso, come il primo LP, una rarità assoluta. La donna che tu vuoi, Mano Armata, Pernod, Tecnologia, Credi, Ancora un po’, sono la quintessenza di quel periodo d’irriverenza musicale poco velata, anzi svelata, pertanto “unveiled”.

In apertura troviamo La donna che tu vuoi, un pezzo teenager leggermente sarcastico sul femminismo; segue Mano Armata, che con la nuova lineup mantiene solo il titolo: questa è una versione con testo e musica differente. Pernod, invece, apparirà con lo stesso testo ma con musica differente nel primo disco dei “nuovi” Decibel, Vivo da Re, del 1980. Tecnologia, dal testo interessante, si evolverà in un pezzo chiamato Supermarket incluso anch’esso nell’album Vivo da Re, però con testo, tematica e musica differenti.

Arriviamo ad un pezzo molto grezzo, anche dal punto di vista del cantato che sembra quasi una linea guida per essere poi rielaborato: si tratta di Credi, dal testo critico nei confronti degli amanti della movida disco/pop. Nel 1979 uscirà Indigestione disko, lato A del succitato singolo con Mano armata sul lato B, nella quale il tema viene riproposto. Chiude il cd Ancora un po’, brano melodico, bozza di quello che sarà il lato melodico del futuro Ruggeri solista.

Un disco che congela, ma anche sprigiona vivamente il sound di una ottima heavy band, espressione del punk italiano che ammicca alle sonorità newyorkesi e, perché no, ai fraseggi di quell’heavy rock britannico, suonato in quegli stessi anni da tantissime band o proto-band, alcune delle quali diventeranno icone mondiali, quali gli Iron Maiden, i Saxon, gli Scorpions. I Decibel degli esordi avevano quel genere di approccio sonoro, il tutto prima della metamorfosi in quel sound new wave caratteristico della seconda lineup. E la stessa voce decadente di Ruggeri, dal tono irriverente-osceno, a volte porta l’ascoltatore ad accostare il loro sound al Lou Reed più tenebroso.

I Decibel raccontano…

Sentiamo la testimonianza diretta di uno dei Decibel originali, il batterista mancino Roberto Turatti, nome poi diventato molto noto nel jet-set della disco music italiana.

Ciao Roberto, cosa avvenne realmente al “Piccola Broadway”?
Ti faccio un grosso regalo, ti mando un articolo sul live al “Piccola Broadway” uscito tre giorni dopo il “concerto”, che racconta cosa è successo quel giorno.

Fu una specie di esperimento sociale…
Mio fratello, che faceva parte del Comitato Studentesco, ci disse: «Non andate giù che vengono quelli del Leoncavallo e vogliono spaccare tutto». Quindi io dalla finestra di un mio amico che abitava proprio sopra la discoteca, dal terrazzo, vidi tutto.

Non avete suonato: la sommossa ha rovinato la festa.
Non abbiamo portato giù neanche gli strumenti. Io avevo una batteria nuova, la Ludwig, se me la distruggevano…

Che Ludwig avevi?
Avevo una madreperla con rullante, due Tom, un timpano: una composizione classica.

Rullante in acciaio Supraphonic…
Sì, avevo due rullanti, uno più basso e uno più alto. Perché prima avevo una Hollywood (Meazzi, brand italiano molto apprezzato a livello internazionale. NdA), poi presi la Ludwig: visto che gli altri membri della band avevano tutti i Marshall, le Gibson Les Paul, il basso figo, ho detto “cazzo, devo avere anch’io una batteria più bella!”.

Ti sei americanizzato anche tu…
(Ride di gusto) sì.

Anche le Hollywood Meazzi erano batterie di tutto rispetto, anche se ne facevano alcune di cartone, tipo le entry level.
Ne avevo una in legno, con duemila Tom, duemila timpani, duemila piatti, però alla fine ho avuto l’occasione di prendere questa Ludwig e l’ho presa.

Con che piatti suonavi?
Zildjian e Paiste.

In studio come lavoravate?
Per registrare l’album avevamo una settimana di tempo  al Castello di Carimate: figurati, era il più bello studio che c’era in Italia, con il fonico Ezio De Rosa; praticamente le batterie non riuscivo a farle perché, essendo un autodidatta, non avevo fatto pratica con il click.

Come hai iniziato a suonare?
Ho iniziato suonando dietro ai Led Zeppelin, ai Deep Purple, ai Gentle Giant e altri. Poi mi applicavo, facevo le mie cose da autodidatta. Suonavo sei, sette ore al giorno, ma non ero andato a lezione da uno che mi spiegasse come suonare con il metronomo. Quando iniziammo mi misero il click ma non mi piaceva. Poi qualcuno propose un turnista, però noi ci ribellammo, dicemmo che eravamo un gruppo…

I Beatles lo fecero con Ringo Starr per il loro primo singolo…
(Ride) non esisteva. Alla fine gli feci la proposta: facciamo il tentativo di suonare tutti insieme. Dato che lo studio era grande hanno messo Enrico fra le due porte che collegavano lo studio e la sala regia, molto lontano. In mezzo ci stava il microfono, la batteria è stata messa dietro a dei pannelli, quindi isolata. L’amplificatore del basso l’hanno messo in un angolo, la chitarra altrove: morale, alla prima abbiamo fatto tutti i pezzi, registrati. Perché ognuno di noi aveva una resa diversa… Abbiamo fatto la base con basso, chitarra e batteria, poi gli overdubs (sovraincisioni – NdA) delle chitarre. Dopo però la registrazione era in presa diretta, la voce magari andava rifatta magari ma era già buona quella originale.

A che età hai iniziato, l’idea come ti è venuta?
Prima suonavo la chitarra attorno al fuoco, così. Dopo, dato che non mi sentivo di diventare un chitarrista ma mi piaceva la batteria, iniziai a suonarla con degli amici. Quando mi trasferii dal centro di Milano, Via Crocefisso, verso Piazza Lima, incontrai nuovi amici (ti parlo di quando avevo 14 anni): uno aveva una farmacia e si dilettava con le tastiere, un altro suonava la chitarra, l’altro il basso, e io iniziai ad imparare a suonare la batteria. All’oratorio mettemmo su il primo gruppo che si chiamava “Prognosi riservata”: suonavamo sotto la farmacia, da qui prognosi riservata… Facevamo le canzoni delle Orme, tutto quel prog italiano lì. Poi conobbi in Via Eustachi, verso Piazza Loreto, Pino Mancini ed Erri Longhin.

A quel punto cosa successe?
Iniziammo in tre, poi nel 1976 arrivò Enrico. Non avevamo il cantante, suonavamo in cantina da me e abbiamo messo un annuncio da New Kary (noto negozio di dischi dell’epoca a Milano in via Torino, dove si ritrovavano i punk, poco distante dal centro sociale Santa Marta). Dopo qualche giorno mi telefonò Enrico e venne a fare il provino, si presentò con Silvio Capeccia, il tastierista, ma noi volevamo fare un rock più duro e siamo rimasti in quattro, i Decibel. Nacque tutto da una bacheca dove tutti noi di Milano mettevamo degli annunci, “cercasi bassista”, “cercasi cantante”: adesso c’è la bacheca di Facebook, ai tempi la bacheca nei negozi.

Fertini, che ha ritrovato i nastri, merita una medaglia al valore punk, facendoli poi equalizzare al Revox Studio di Giovambattista Currado che ha fatto un lavoro di recupero molto bello. Il sound è veramente possente: che tecnica di registrazione usavate?A Carimate quanti microfoni avevi sul Kit?
Nello studio del Castello di Carimate, con Ezio De Rosa la batteria era tutta microfonata, credo fossero gli Shure dell’epoca, classici, anche dal vivo. Con il nostro impianto Lombardi andavamo a fare concerti, avevo sempre un microfono in mezzo per i due Tom, uno sul timpano, uno solo sul rullante, perché non avevo tanti canali a disposizione, il panoramico fra i piatti con quello sulla cassa, con cinque microfoni registravamo tutta la batteria.

Quando avete registrato le tracce riscoperte?
Siamo andati in studio, e abbiamo registrato i provini per quello che doveva essere il secondo album.

La canzone Paparock censurata, anticlericale, sarebbe bello riproporla non censurata: erano gli anni di Wojtyla, come avvenne la censura?
Beh, lì ci siamo un pochino confrontati e ci siamo autocensurati, perché quelli erano altri tempi… adesso non ci sarebbero problemi.

Poi nella vita hai fatto tanto, hai prodotto molte hit, sei uno dei padri della disco italiana.
Lo stesso giorno in cui iniziai a incidere il disco dei Decibel stavo per essere assunto alla Provincia di Milano. Ne parlai in famiglia e riuscii a scivolare in graduatoria di assunzione di un anno, così decisi di provare con i Decibel. Poi, non avendo guadagnato nulla in un anno a causa di contrati sballati, andai a lavorare. Ho mollato la band per quello, perché era vero che giravamo anche come supporter ma non guadagnavamo niente. Il disco era rimasto 27 settimane in classifica su Sorrisi e Canzoni, però aveva venduto poche copie. Insomma, non andai a causa di un litigio, ma per altri motivi.

Purtroppo i gruppi che hanno guadagnato già con il primo album li puoi contare su una mano…
Noi non abbiamo neanche firmato i nostri pezzi. Nemmeno quelli del bootleg. È andata così e non è un problema. Poi mi sono iscritto alla SIAE quando ho cominciato a incidere i pezzi da discoteca.

Roberto Turatti

Com’è nata quella nuova via?
Nel ’78, ’79 ho cominciato a frequentare le discoteche, ho imparato a fare il dj osservando il dj del locale. Lui era contento perché gli portavo in discoteca la Roland 808 e il TB303, che poi è il bass line, e facevo delle sequenze al bass line e alla batteria: mettevo nastri di lezioni di inglese o di tedesco e facevo rap senza rendermene conto. Mandavo la base di batteria più gli squenzer che io creavo e sopra mettevo: “The Pen is on the Table, The Pen, The Pen, The Pen…” (accenno di canto rap – NdA), facevo così e la gente mi chiedeva “ma che disco è?”, e dicevo “non è un disco, è una cosa che faccio io”.

Un laboratorio dal vivo.
Lo facevo per divertirmi, poi da una sequenza così è nato il primo disco di Den Harrow (To meet me, NdA) e con Miki Chieregato abbiamo cominciato a fare i produttori, a scrivere musica, a fare pezzi da discoteca ed è andata bene, abbiamo lavorato su Tom Hooker, poi arrivò The children (P.Lion aka Pietro Paolo Pelandi , NdA), poi Papa don’t preach (versione di Alisha originariamente di Madonna – NdA), Siamo donne di Sabrina Salerno con Jo Squillo, poi mi misi con Mario Natale, quindi ho lavorato anche con Francesco Salvi. Il bello è che ho realizzato centoquaranta sempreverdi…

Jo Squillo, Turatti e Sabrina Salerno

 Meraviglioso.
Sembra chissà che, ma di SIAE prendo pochissimo.

Chiudo chiedendoti dove arriverà la musica, secondo te?
Non lo so, so solo che c’è poca cultura nei ragazzi oggigiorno. Dovrebbero capire di più da dove arriva la musica. Quando fanno un pezzo dance, dovrebbero sapere che esiste il funky, che esiste il rock che parte dal prog, insomma tante cose che purtroppo i giovani di oggi non sempre sanno. Ma dove arriverà la musica non posso saperlo. Purtroppo oggi non si vendono più dischi, c’è lo streaming, la musica viene bruciata ad una velocità estrema, perché uno si fa la sua playlist, se l’ascolta un attimo, poi si rompe, c’è poca affezione, cambia la playlist e i brani durano poco. C’è poca affezione, è raro che uno si compri tutti gli album del suo artista preferito, la gente è più legata ai brani del momento. Spero che la musica un poco si raddrizzi, almeno come cultura, che i ragazzi… ma non è neanche colpa loro, è colpa nostra, le radio trasmettono tutte le stesse canzoni, non considerano la storia della musica, spiegano poco. Non è come una volta, oggi puoi sapere tutto perché vai su internet, puoi sapere tutto ma i ragazzi non ci vanno perché nessuno li veicola!

Una chiacchierata con Pino Mancini

Durante la scrittura di questo articolo ho avuto modo di sentire anche Pino Mancini: ecco la nostra chiacchierata.

Ciao Pino, iniziamo da quando in Italia si iniziò a parlare dei Decibel: il giorno al “Piccola Broadway” come l’hai vissuto?
Noi volevamo suonare ma ce l’hanno impedito, non siamo neanche arrivati sul posto, e abbiamo deciso di non partecipare, era impossibile, hanno detto no e così fu.

Vi hanno rovinato la festa però vi hanno dato un’occasione….
Una bella occasione, altro che rovinato la festa, è stato un bel trampolino di lancio.

Che chitarra avevi? Ho visto in foto una bella Gibson.
Les Paul Custom, la mia preferita tuttora… nel’68 me la regalarono a Natale, avevo dieci anni, e ho fatto alla svelta ad imparare. Poi nel ’73-’74, comprai la prima elettrica, che era una Fender, e nel ’76 la Gibson Les Paul elettrica, che non ho mai più lasciato.

La versione 2017 di Pernod viene chiusa con un tuo assolo dal quale si percepisce che ti stavi divertendo.
Sì, mi sono divertito parecchio dopo quasi quarant’anni.

 Quali sono stati i tuoi modelli  musicali?
Modelli italiani niente, all’epoca seguivo gli americani, potevano essere i Van Halen, oppure i Boston. Era difficile in Italia eseguire quel tipo di musica, quindi dopo un po’ ho lasciato perderee e non ho seguito più la corrente italiana.

Nel registrare Punk e come ti sei trovato?
È stato molto divertente e per niente faticoso, almeno da parte mia. Mi sono proprio divertito. Mi hanno fatto fare cose impossibili, però devo dire che mi sono divertito davvero.

Il suono della tua chitarra sui nastri è veramente bello.
Si parla di quarant’anni fa, è stata una bella svolta.

Hai un sound da british heavy metal.
Hai detto bene: se attacchi una Les Paul ad un Marshall, quello è il suono.

Tu hai suonato in un periodo in cui il rock si stava trasformando dalla matrice blues ai suoni più heavy, punk.
Da quando ho iniziato da ragazzino con la prima chitarra, dopo 3-4 anni sono passato direttamente ai Deep Purple. Nel ’73 studiavo quello che facevano.

Poi siete diventati dei cattivissimi punkers (ridiamo).
Sì, era un periodo che abbiamo vissuto personalmente, e la storia la conosci.

Siete stati sempre molto critici verso il sistema, com’è giusto che sia quando si è un rocker, con brani come Paparock anche verso la chiesa, poi avete preso di mira chi ha il posto fisso. Insomma, ce l’avevate un po’ con tutti.
Com’è giusto che sia, a vent’anni; è giusto così.

I testi li curava Ruggeri.
Sì, dei testi si occupava Enrico per il 95%, il rimanente ce lo metteva il bassista Longhin, io mi occupavo solo della musica.

Condividevate le tematiche?
Certamente, anche se se ne occupavano più loro, io seguivo la stesura della musica.

I ricordi di Enrico Fertini

Non si può chiudere questo articolo senza sentire la testimonianza dell’artefice del ritrovamento dei nastri che hanno messo un altro tassello nel mondo del punk italiano, Enrico Fertini.

Cosa ti ha spinto a ridare vigore a queste tracce scovate quasi per caso?
Seguo Ruggeri da metà anni ’80. Avevo ricordi di quando cantava Contessa con i Decibel al Festival di Sanremo nel 1980. Ebbi la fortuna di comprare il loro primo, introvabile LP in un mercatino locale per sole 100.000 lire. L’album era qualcosa di mai sentito, era punk nelle sue origini. Negli anni a venire incontrai Enrico più volte, firmò la mia copia di  Punk ad una festa privata per pochi fan ed amici, nel novembre 2014, e in quell’occasione incontrai anche Roberto Turatti e Pino Mancini. Da quel momento nacque un’amicizia con questi ultimi, e tra racconti di vita e di musica di tempi andati, mi confidarono che i primi Decibel avevano registrato ulteriori tracce per un secondo album, che però non fu mai realizzato per tensioni tra i membri del gruppo (che avevano motivazioni artistiche diverse) e la casa discografica Spaghetti.

La mia curiosità di fan e collezionista mi spinse a convincere Pino e Roberto a regalarmi la famosa musicassetta con le altre canzoni. La voglia di diffondere queste perle che mai avevano visto la luce e che meritavano di fare parte del bagaglio musicale dei fan di Enrico Ruggeri e dei Decibel, mi spinsero a pubblicarle sotto forma di bootleg. Sapevo che avrei rischiato di ledere gli eventuali diritti d’autore dei brani, ma ero convinto che la mia buona fede e l’aiuto dei fan avrebbero potuto facilitare questa impresa. E così è stato: solo poche centinaia di copie hanno visto la luce, le foto di copertina e retro sono state concesse da Roberto stesso, i crediti e i ringraziamenti sono sinceri verso le persone che avevano creduto in questo progetto al tempo.

Raccontaci della fase di restauro.
Il nastro non era suonato da 40 anni, quindi c’erano evidenti segni di usura del supporto magnetico. Il lavoro di restauro e remastering (compresa riduzione del rumore di fondo e fastidioso hiss) è stato fatto dall’amico Giovambattista Currado e dal suo laboratorio Revox nei primi mesi del 2016. Beh, il risultato finale rispecchia la qualità delle tracce originali, e in alcuni tratti è addirittura superiore, considerato l’età dei brani. Una freschezza risultante in una nuova giovinezza dei brani che sembrano stati suonati e registrati ai giorni nostri, e non nel novembre 1978. Ora la musicassetta originale e il master sono nelle mani di un collezionista amico, che le tratterà come reliquie nella sua collezione ruggeriana privata.

In questo excursus abbiamo visto come sul finire degli anni Settanta un genere di musica nuova sconcertò l’opinione pubblica italiana, non solo per l’attitudine riottosa dei musicisti, per l’aspetto e per i loro modi, ma anche perché fraintesi proprio da quelle frange politiche/sociali di sinistra che in futuro troveranno proprio nel punk, ma non solo, una valvola di sfogo. Lo stesso Ruggeri, in una recente intervista rilasciata a Vinyl (articolo di Donati e Ventura, 2019), si esprime così sulla confusione che regnava specialmente nella sinistra dell’epoca che accusava il punk di essere un’espressione fascista: «(…) Comunque ti muovevi, rischiavi randellate (…); la sinistra era monolitica e omofoba (…) i dischi di Bowie erano visti con sospetto perché la sua immagine non corrispondeva al cliché del cantautore con la camicia a quadri e la barba (…); dal 1980 in poi, il punk è diventato la musica dei centri sociali… i gruppi della Cramps e della Great Complotto da cui sono emersi i Litfiba, i Cafè Caracas, i Moda, i DeNovo i CCCP, che sono diventati più famosi di tutti».

I Decibel “cattivi” si trasformarono in Decibel “buoni” con un rimpasto della lineup arrivando a Sanremo, con annesso malumore montante di una parte del loro pubblico, come lo stesso Ruggeri dice nell’intervista di cui sopra: «Andare a Sanremo è stata la svolta che volevo a tutti i costi (…) lo avevano proposto anche agli Skiantos che poi nelle fasi di selezione furono scartati. Loro hanno così potuto continuare a sputare sull’establishment, noi invece siamo passati dall’altra parte».

Decibel

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