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L’opera più maltrattata di Florian Henckel Von Donnersmark, da vedere subito, per pochi giorni su RaiPlay

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Opera senza autore
di Florian Henckel von Donnersmarck
con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Massicci

In Concorso a Venezia un paio d’anni fa Opera senza autore (Werk Ohne Autor) di Florian Henckel von Donnersmarck,  era stato maltrattato, e non è ancora chiaro perché, ma è un film antipatico a molti. Forse hanno preso alla lettera il titolo (la parte “senza autore”) e sono ancora arrabbiati con  von Donnersmarck, già osannato e Oscar per Le vite degli altri, e poi deludente con il molto “industriale” The Tourist. Questa è un’opera interessante: fluviale, 3 ore, insieme colta e popolare: a volte sembra favolistica e usa il melodramma senza vergogna. Eppure è davvero ispirata a storie vere. Nella Germania nazista anteguerra, dove si distingue l’arte tra ariana e degenerata e i medici decidono che chi è diverso e improduttivo va sterilizzato e poi eliminato, un bambino sensibile cresce con l’esempio della giovane zia pazzerella  ospedalizzata e uccisa per il Reich già in tempo di pace. Dopo la guerra quella parte di Germania è in area russa, il bambino diventa artista e studia sotto il “realismo socialista” (un altro modo di distinguere l’arte tra utile e decadente) e intanto ha una storia d’amore proprio con la figlia dell’uomo che aveva piegato la ginecologia tedesca all’eugenetica nazista e aveva fatto eliminare la zia. Un turgido melodramma. Succederanno cose terribili ma il bello trionferà, perché fuggito a Ovest quell’artista, che ogni tanto mette apposta “fuori fuoco” il suo sguardo, diventerà qualcuno che -sebbene mai nominato nel film- somiglia terribilmente a Gerhard Richter, uno dei maggiori pittori viventi. Che ebbe una parente vittima dell’Aktion T4. Ecco, l’heimat di von Donnersmarck è una sorta di drammatizzazione pop dell’arte contemporanea tedesca con tanto di benedizione di Joseph Beuys (anche lui non esplicitamente nominato, ma si riconosce dal cappello, dal burro e dal feltro delle sue opere). C’è il dolore, c’è l’amore, c’è l’orrore, c’è l’arte, certo divulgata. E non siamo anni luce distanti dalle serie sugli uomini di genio per le tv. Solo che là, i nomi li fanno (e ispirano reverenza) e qui no (e magari non si capiva a chi si stava alludendo). E il titolo? L’Opera senza autore è un modo interessante con cui il giovane pittore definisce (negli anni Sessanta) un’arte che non ha bisogno di ruoli: in antitesi all’arte delle dittature, che ha sempre un ruolo in nome del popolo (meditate…). Gerhard Richter, per ridere, ma non troppo, aveva inventato con Konrad Lueg il termine Realismo capitalista. Per un happening…

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