Guccini, gli 80 anni del patriarca dei cantautori

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Francesco Guccini

Francesco Guccini il 14 giugno compie 80 anni. È lecito considerarlo il patriarca della canzone d’autore, per età, per stazza e per peso artistico. Figlio delle montagne e della campagna appenninica, dove si è alla fine rifugiato dopo la lunga parentesi in pianura, Guccini è di quattro mesi più giovane di Fabrizio De André a cui era legato da reciproca stima ma non molto di più. Avevano fatto percorsi diversi e si erano incrociati poche volte. Di una di queste fui testimone a metà anni Ottanta, una cena all’osteria bolognese Delle Dame, finita con una movimentata partita a carte fra i due in cui nessuno, soprattutto il genovese, voleva perdere e che era ancora in corso quando tutti gli ospiti lasciarono il locale.

Guccini, gigante buono (ma non troppo, e mai fino a tre volte, come si usa dire), è tornato alle cronache in questi giorni per la candidatura del suo ultimo romanzo al premio Campiello. Tralummescuro, ballata per un paese al tramonto è un viaggio immobile nel passato e nella memoria di un paese che non c’è quasi più, quella Pàvana dove è cresciuto e dove ha scelto di tornare. L’addio alla canzone, annunciato sette anni fa, dopo l’uscita di “L’Ultima Thule” e mantenuto con l’unica eccezione dell’inedita Natale a Pavana in dialetto pavanese, aggiunta all’album tributo a lui dedicato l’anno scorso da Mauro Pagani con la voce di vari artisti.

Nato a Modena quattro giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, Guccini visse i suoi primi anni a Pàvana, a cavallo della linea Gotica, i tedeschi da una parte, gli alleati dall’altra, e i proiettili da cannone che volavano sulla testa. Il ritorno del padre dal fronte a guerra finita (e dopo due anni di lager ad Amburgo) lo tolse ai monti per restituirlo alla “piccola città” dov’era nato e dove rimase per tutta l’adolescenza fino a spostarsi nel 1960 a Bologna, in quella Via Paolo Fabbri 43 che improvvidamente usò anni dopo come titolo di un suo disco.

Gli amici di Modena, i ricordi di Pavana, le storie della sua terra e le esperienze giovanili sono poi diventate temi ricorrenti per le sue canzoni. Iniziò presto a scrivere e a leggere, da Gozzano alla letteratura americana che affascinava tutta la gioventù del secondo dopoguerra. L’Emilia era rossa, ma Marzabotto, dove i nazisti avevano consumato una delle ultime terribili e inutili stragi di civili, era a due passi da Pàvana, e gli americani erano arrivati da liberatori, portando cioccolata, gomme da masticare e musica allegra. Dopo aver provato a scrivere qualche canzone e qualche rock’n’roll, cercò di far valere le sue capacità di scrittore e raccontatore lavorando come giornalista, cronista alla Gazzetta di Modena. Lo spedirono a intervistare Domenico Modugno. Ne uscì con l’idea giusta per una canzone, L’antisociale, e con la voglia di fare il cantante. Le balere divennero il suo pane quotidiano, e il servizio di leva unito alla volontà di terminare gli studi gli consigliarono di non unirsi se non saltuariamente a due gruppi formatici nel frattempo, l’Equipe 84 e i Nomadi, per i quali, a metà degli anni ’60, cominciò a scrivere canzoni. I primi presero Auschwitz, i secondi Dio è morto, la cui influenza del mondo letterario di Ginsberg e di Bob Dylan era palese. Entrambe ebbero problemi di censura, Auschwitz divenne La canzone del bambino nel vento, la seconda non entrò nei palinsesti Rai anche se era regolamente trasmessa da Radio Vaticano.

Non essendo ancora iscritto alla Siae le due canzoni uscirono sotto altra firma e gli ci vollero poi anni e lotte faticose per rientrare legalmente in possesso dei diritti. Nel frattempo aveva anche inciso un disco come “Francesco”, Folk Beat #1 in cui erano palesi le influenze del folk americano di Bob Dylan, e c’erano già i semi del suo stile. Non se ne accorse quasi nessuno. Ancora oggi trovi qualche fan dei Nomadi convinto che lui abbia passato anni in giro a cantare le loro canzoni e non viceversa.

Radici fu la sua apoteosi, nel ’72. La sua era una scrittura al passo con i tempi, attuale, dilatata, poetica, intimista e politica. Ognuno cominciò a trovare nelle sue storie quello che non sapeva di dover cercare.

Fu un’amica con la chitarra che aveva imparato a memoria La Genesi, divertente brano in cui Francesco sfoderava tutta la sua ironia da dopocena alcolico, che mi incuriosì. Così andai a ritroso, scoprendo brani politici come Primavera di Praga che lo schierava con i progressisti antisovietici, e altri che non si peritavano di stringersi nel ristretto formato della canzone tradizionale, ma si dipanavano oltre il consentito dilatando la narrazione.

E il cantastorie Guccini si presentava sul palco come un figlio del suo tempo, capelli scuri, barba lunga, come il suo pubblico. Cantava l’eskimo e l’impegno sociale, l’anarchico a bomba contro l’ingiustizia ma anche l’amica scomparsa in un incidente stradale. E le sue canzoni erano quasi il pretesto per parlare d’altro, lunghi monologhi tratti dalla vita quotidiana, dalla cronaca, dai fatti magari letti o ascoltati prima di salire sul palco.

Lui, l’anarchico socialista che amava leggere Gozzano e Salinger, e che conservava la saggezza e il buon senso del montanaro e il cervello fino con le scarpe grosse, e l’ironia di chi ha occhi attenti e disincantati, diventò un’icona.

In quasi cinquant’anni ci siamo visti infinite volte, l’immancabile bicchiere di vino prima o dopo il concerto, le chiacchiere su tutto. A volte andavo con il registratore e mi portavo a casa i monologhi improvvisati ogni sera. La prima volta che andai al Premio Tenco vincendo la ritrosia a fare Venezia-Sanremo due volte l’anno, c’era un giovane Ligabue appena premiato come cantautore emergente seduto a cena accanto a Domenico Modugno, ospite d’onore della serata. Tra vino, musica e chiacchiere a un certo punto si sentì alle spalle di tutti un trambusto con la voce di Guccini che invitava tutti a cantare “non passa lo straniero”, e mentre tutti sventolavano i tovaglioli bianchi sulle note della Canzone del Piave, Joni Mitchell era stata sollevata sul tavolo e ballava divertita aizzata come un toro alla corrida dalla voce possente del noto cantautore.

La band di Guccini, costruita nel tempo, con Flaco Biondini e Vince Tempera era un gruppo di complici, quasi una confraternita che lo ha seguito e preceduto ovunque il vento portasse.

Che il cantautore “che era riuscito a scrivere otto strofe su una locomotiva” – per citare Gaber – avrebbe scritto dei libri era quasi ovvio. Più il tempo passava più le parole cominciavano ad essere strette anche nelle sue chilometriche canzoni. Non so quanti libri abbia scritto dal primo romanzo Croniche epafaniche che obbligava il lettore a sforzarsi sin dal titolo di entrare nei meandri del linguaggio di una Pàvana di metà Novecento in un racconto autobiografico che proseguì per tre libri che raccontavano tre periodi della sua infanzia e gioventù. A questi si sono aggiunti i gialli scritti con Loriano Macchiavelli e ambientati praticamente negli stessi periodi e luoghi, e i saggi di ricerca, dai cataloghi di giochi e oggetti perduti al ponderoso Dizionario del dialetto di Pàvana che gli è costato un lungo lavoro di ricerca.

Ogni tanto compariva in qualche film. Ligabue lo volle nel suo Radiofreccia, Pieraccioni in tre dei suoi lavori.

A Padova lo accompagnai a presentare L’ultima Thule il suo album di addio alle scene. L’aveva registrato a Pavana in un vecchio mulino, realizzando anche un documentario. Era la chiusura del cerchio, l’ultimo omaggio alla terra dell’infanzia. Il problema agli occhi gli rendeva già difficile vedere dove mettere i piedi, leggere e scrivere, se non con l’uso di strani marchingegni ottici per ritrovare la visione centrale perduta. Questo non gli ha impedito di scrivere, sostituendo la lettura con gli audiolibri.

Ci siamo salutati al telefono: “Sono qui, mi chiamano, faccio interviste, a luglio vengo a Venezia per il Campiello”. Sarebbe bello vederglielo vincere. Non sarà il Nobel di Dylan, ma per noi varrà di più.

Auguri!

Giò Alajmo

(c) 12 giugno 2020

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