Ieri ci ha lasciato inaspettatamente Giulio Giorello. Malgrado il dolore, proverò a spiegare perché mai per un musicista sia fondamentale l’apporto della filosofia. E di più, quello della Filosofia della Scienza.

Giulio Giorello era un Filosofo della Scienza.

Dieci anni fa, nel giugno del 2010, in condivisione con Giulio Mozzi – ero direttore artistico del Festival del Libro di Lissone, in Brianza. Gli Autori erano decine, scelti in modo accurato. Io volli avere anche Giorello, e la sua casa editrice ci mise in contatto. Una sera agitata di giugno, sotto una tensostruttura piena zeppa di persone, toccò a me presentare il libro che allora il filosofo aveva in libreria. Il libro era “Lussuria – la passione della conoscenza”. Si trattava di un libro di quelli che agilmente affrontano temi antichi, ma lo fanno in modo facilitato, accessibile, come sempre dovrebbe essere il pensiero alto. Tuttavia per parte mia, da attraversatore di discipline, da fuggiasco dalla scuola ufficiale, da autodidatta anarchico, da arrogante e presuntuoso avversatore di ogni accademismo, dialogare in pubblico con uno dei massimi cervelli della filosofia, si profilava lo stesso come un’impresa massima.

 Bisogna immaginare anche la liturgia che si viene a creare attorno ad avvenimenti di divulgazione di certo pensiero. Gli ambiti in cui si svolgono determinati incontri assumono l’aspetto solenne di luoghi di culto. Gli spettatori per rispetto sussurrano, e come a una prima alla Scala a luci spente, in sala si odono solo gli immancabili colpi di tosse. La sera non era affatto calda, alzi minacciava pioggia, quindi il tendone a sviluppo rettangolare con le paratie laterali abbassate somigliava di più ad una chiesa. E dato l’incarico di parlare per un tempo imprecisato di un libro di alto contenuto storico e linguistico, la presenza di così tante persone che in silenzio si affidano a te, a ciò che dirai, a quanto saprai scavare nei concetti per stimolare il pensiero di un uomo di pensiero, fecero di quel momento uno dei momenti che ricordo con maggiore forza nella mia attività in pubblico.

Il professore era arrivato per tempo, quanto bastava per fare le presentazioni, per i convenevoli con le autorità, per un aperitivo mandato giù a forza, perché poi non si sa quanto durerà, e perché noi due potessimo infine scambiare poche battute in privato. Lui a me: chi sei, cosa fai, chi ha ideato questo; io a lui: di te ho letto, ho conosciuto, ho avuto modo, ho condiviso.

 Ora, se di tutto quello sforzo immane di condurre un Festival di Letteratura posso portare con me ricordi alti, sono quasi tutti concentrati su quelle due ore successive al nostro incontro. Quelle in cui, una volta sul palco, il professore Giulio Giorello mostrò di non collocarsi su alcun piedistallo, così come io non avevo provato poco prima alcuna difficoltà a fare la cosa che più mi risulta difficile nella vita: spiegare cosa faccio e chi sono.

A distanza di dieci anni, quella serata fitta di ragionamenti, di progressioni e digressioni, di semplificazioni, paragoni, esempi, aneddoti, letture tra anime libere, si trasformava ogni minuto di più da incarico ansiogeno in puro piacere della mente.

Se il discepolo sa salire di grado, può farlo solo nel momento in cui il maestro sa discendere. A quel punto insieme si sale verso mete sempre più alte, e non ti accorgi di quanto si possa essere andati su, sinché per caso non getti un occhio attorno, per vedere che tutto il resto è rimasto sotto.

 A differenza di molti editori incontrati in quei giorni, e di molti scrittori veri e di altrettanti presunti tali, e di individui che si identificano con un ruolo preciso e imbalsamato, il filosofo Giulio Giorello non ci trovava niente di strano nel fatto che un musicista si occupasse anche di letteratura e di filosofia. Il resto della serata lo trascorremmo sino a tarda notte con i miei fratelli e gli altri dello staff in un ristorante, a parlare soprattutto di musica, di marjuana, di come nasca un libro di filosofia, e di quanto Milano se la tirasse rispetto al resto d’Italia.

Se per sommicapi risaliamo dalla musica alla scienza, scopriamo che musica e mistica, come slanci nati per comunicare, incrementarono un pensiero astrattivo, indipendente dalle cose pratiche che un essere primordale può intendere, ed il pensiero si affinò sino al punto da permetterci di poter riflettere sulla realtà, su ciò che sarebbe vero e ciò che non lo sarebbe. E via così, sino alla scienza. La temibile.

Giorello era un Filosofo della Scienza. Qualcuno che si occupa di capire quale sia il ruolo, la funzione, le possibilità e i limiti della disciplina che più di qualunque altra ci determina, ci condiziona, e persino quella che oggi vorrebbe imporci ciò che si potrebbe e ciò che non si potrebbe fare.

Capite bene l’importanza.

Se cioè esser filosofi è un compito massimo, essere filosofi della scienza negli anni duemila è come dire la massima esponenza del pensiero. Nessuna disciplina è più su di quella che si occupa di ciò che è a propria volta più su tra tutte le discipline.

Non so se mi spiego.

Il Filosofo della Scienza è la figura che più di tutte ti tutela nel caso in cui la scienza, come già fece la chiesa, vuole metterti le mani in tasca e in testa. Dentro la testa.

Domanda: è quest’ultima cosa forse qualcosa che la scienza tenderebbe a fare? Certamente sì.

La scienza si crede oggi la massima depositaria nell’interpretazione della realtà, e quando una disciplina giunge ad autoleggersi come il massimo giudice del mondo, per tutti gli altri comincia il terrore. Come accadde con la Chiesa in tempi passati.

È il nostro presente, amici.

 Per questo la morte di un filosofo della scienza importante, pulito e fondato tra gli uomini come lo è stato Giulio Giorello è un brutto colpo. Un colpo molto duro da reggere.

Reggeremo? Ma sì, almeno così crediamo, dal momento che la maggior parte di noi non se n’è neppure accorto, né se ne accorgerà.

E questa è la precisa misura del nostro essere in pericolo.

In mancanza di un attento osservatore, la tragedia si compie per la distrazione dei passeggeri mentre la nave affonda.

Senza i Giorello noi rischiamo di più di colare a picco con i nostri telefonini infilati nelle parti più intime.

E visto che anche a lui all’occorrenza piaceva un linguaggio più spicciolo e diretto, dirò: ce ne andiamo affanculo allegramente, convinti di recarci alla più divertente delle feste. 

Sapendo che ben più vivo di chi resta a fare baldoria, è chi ci ha trapassato, il mio ricordo vuole essere una promessa: vedremo di non abbassare la guardia, professore.

Intanto, buon viaggio, mio capitano.

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gianCarlo Onorato
gianCarlo onoratoMusicista, scrittore e pittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), io sono l’angelo (1998), falene (2004), sangue bianco (2010, Premio Giacosa), ExLive (2014) con Cristiano Godano, quantum (2017), “quantum Edizione Extra” (2018), ha curato la co-direzione artistica del Tributo a Luigi Tenco come fiori in mare Vol. I (2001) e Vol. II, in “Sulle labbra di un altro” (2011), ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), “ex-semi di musica vivifica” (2013), La formazione dello scrittore” (2015). Ideatore del Seminario del Verbo Musicato, ha centinaia di concerti alle spalle e un disco, un tour e un nuovo romanzo nel prossimo futuro. giancarloonorato.it

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