Rudi Dolezal, il regista delle rockstar: “Vi racconto il mio amico Freddie Mercury” (intervista)

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Rudi Dolezal

Spettakolo inaugura una nuova e prestigiosa collaborazione internazionale, aggiungendo ai suoi autori Rudi Dolezal, regista di fama mondiale, che ha diretto alcuni tra i videoclip più famosi della storia della musica, collaborando con artisti del calibro di Michael Jackson, Rolling Stones, Bruce Springsteen, David Bowie,  Frank Zappa, la nostra Gianna Nannini, ma soprattutto i Queen: dal 1985 in poi, Rudi è stato il regista di quasi tutti i video della band oltre ad aver stretto negli anni un’amicizia personale con Freddie Mercury, durata fino all’ultimo giorno di vita del cantante.
In questa intervista conosceremo meglio Rudi, le sue collaborazioni e ci darà qualche anticipazione sul libro di prossima pubblicazione My friend, Freddie, dedicato appunto al frontman dei Queen.
Nelle prossime settimane, tramite la sua rubrica Rudi’s backstage, ci racconterà aneddoti e curiosità riguardanti la sua lunga e prestigiosa carriera.

Hai appena vinto il Platinum Remi Award per la direzione del video del musicista rock tedesco Peter Maffay, dopo essere già stato premiato con il Gold Remi Award per il video “Get Together”. Che valore hanno per te e per la tua carriera questi prestigiosi riconoscimenti?
Questo premio è una sorta di spin off degli Oscar negli Stati Uniti e viene assegnato da professionisti ed esperti del settore. Dopo il Grammy e l’Emmy, il Remi Award è uno tra premi più tradizionali nel settore della filmografia. Registi del calibro di Steven Spielberg, Francis Ford Coppola e Martin Scorsese, a casa loro hanno la mia stessa statuetta, ma non le attribuiscono l’importanza che le do io. Per me ha un gran valore.
Nel video e nella canzone di Peter Maffay vengono trattate molte ingiustizie dei nostri tempi come il fenomeno dei neonazisti, il degrado ambientale, la fame nel mondo.
Il video, che ho realizzato in collaborazione con il regista belga Hans Pannecoucke, mette in risalto tutte queste brutalità, contiene un messaggio molto importante.

Hai avuto il privilegio di lavorare con i più grandi nomi della musica internazionale, come i Rolling Stones, Michael Jackson, Whitney Houston, Scorpions, Bruce Springsteen, solo per citarne alcuni. E’ difficile lavorare con delle superstar di questo calibro? Quali sono i lavori che ancora oggi ritieni ti abbiano soddisfatto di più?
Ognuna di queste grandi star della musica è naturalmente un mondo a sé e ciascuna collaborazione ha avuto la sua particolare attrattiva. Ho avuto il privilegio, sino ad ora, di poter collaborare con i più grandi.
A parte i nomi citati sopra, aggiungerei volentieri anche Falco perché abbiamo scritto insieme la storia del rock con il video “Rock Me Amadeus”; inoltre David Bowie perché era un artista affascinante che mi ha impegnato molto, ma anche Miles Davies una leggenda del Jazz, per non dimenticare artisti più giovani come Rammstein.
Tutti hanno una particolare caratteristica in comune, le vere grandi star si rivelano molto duttili e professionali, gli stronzi sono solo coloro che credono di essere star…

Tra gli artisti con cui hai lavorato c’è stata anche l’italiana Gianna Nannini, nel suo periodo d’oro degli anni ’80. Che ricordi hai di lei?
Amo Gianna, per me è un’icona, la collaborazione con lei è stata molto emozionante. L’entusiasmo tutto italiano unito alla sua grande professionalità hanno reso video quali “Bello e Impossibile”, “Profumo”, “I Maschi” o “Hey Bionda” dei veri e propri classici. Tutt’ oggi sta su alti livelli grazie alla sua forza ed intelligenza. Per me è un’artista mondiale.

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Nei prossimi mesi uscirà il tuo libro dal titolo “My Friend Freddie” che racconta molti aneddoti di tutta la tua avventura con i Queen e del rapporto di amicizia che hai avuto con Freddie Mercury anche al di fuori dell’ambito lavorativo, oltre a quello coi singoli membri per i loro lavori solisti. Cosa ti ha spinto a pubblicarlo solo ora, a quasi 30 anni dalla scomparsa di Freddie?
Freddie era un caro amico, così come Brian e Roger lo sono oggi. Non è affatto facile scrivere un libro su un amico che ci ha lasciato, ho voluto intenzionalmente aspettare, ed è stato un bene.
Questo perché sono riuscito, con il trascorrere del tempo, a prendere la distanza necessaria da molte cose.
Il libro rappresenta qualcosa di molto intimo e personale per me, scrivo di storie che non ho mai raccontato.
Non è una biografia, piuttosto tratta esclusivamente di esperienze, avventure e situazioni che ho vissuto personalmente.
Freddie è stato anche un mentore per me, da cui ho imparato molto, era una persona estremamente intelligente. Lui era semplicemente un genio.
Ho scritto questo volume per tre ragioni, primo perché credo sia un dovere verso tutti i fan dei Queen, ossia poter loro raccontare delle vicende che nessuno ha mai raccontato, dato che ho sempre fatto parte della così detta “cerchia ristretta”. In secondo luogo perché credo, anzi perché so e sento che Freddie avrebbe desiderato che io scrivessi questo libro, in quanto la nostra collaborazione era unica e rara ed ha permesso di portare alla luce tanti risultati leggendari per i Queen.
Infine perché ho potuto trattare ed elaborare la mia intera storia vissuta con Freddie e i Queen, per superare definitivamente la sua morte (mi manca ancora molto), come fosse un ping pong spirituale, un’elaborazione comune di concetti.

Quando hai iniziato a lavorare con i Queen? Puoi raccontarci del tuo primo incontro con loro e qual è stato il lavoro più divertente e quello più difficile che hai fatto con la band?
Tre domande in una! Inizierò dicendo quando ho cominciato a lavorare con la band.
Per quanto riguarda i documentari ho iniziato verso la fine degli anni’ 70, mentre la prima video-intervista con i Queen è stata nel 1982 e il primo videoclip che ho diretto per il gruppo quando ho iniziato a lavorare per loro e non solo con loro, fu “One Vision” nel 1985.
Il primo incontro avvenne a Monaco di Baviera quando feci la famosa intervista detta “Musical Prostitute” a Freddie, quello stesso giorno conobbi ed intervistai anche Brian però in un luogo diverso. Fin dal primo incontro con Freddie scattò qualcosa fra noi ed ebbi subito la sensazione che sarebbe nata una bella collaborazione artistica.
Lo stesso accadde con Brian, mi ci trovai davvero molto bene e credo che da quel primo doppio incontro derivò poi la richiesta da parte di Mr. Jim Beach di dirigere il video per la canzone “One Vision”.
Il lavoro più divertente che ho fatto con i Queen? Devo dire che tutti i video realizzati con loro sono stati una sfida e c’è stato sempre qualcosa di divertente, di cui racconterò molto dettagliatamente nel mio libro.
Per me la parte più interessante era lavorare ai concepts di un video prima di iniziare le riprese, svilupparli con la band, con Freddie, Brian, Roger e talvolta John.
Ad esempio ricordo che ci fu un momento molto spassoso mentre stavamo lavorando sui progetti per il video di “Breakthru” a casa di Freddie, a Garden Lodge. Fra le varie ipotesi venne fuori l’idea che ci fosse bisogno della presenza di una donna nel video, ma prima di ciò Peter Freestone (n.d.r. assistente personale di Mercury), che neanche all’epoca dei fatti era snello (adoro Peter, è un caro amico, ma tutti quelli che lo conoscono sanno che ha dei chili in più, il che va bene, ma non si può certo definire magro) dovette danzare interpretando la morte del cigno, il famoso balletto classico. Peter era esperto sia di musica che di danza classica e Freddie voleva che ci mostrasse qualche movimento e allora accadde che quest’uomo di dimensioni considerevoli dovette far finta di essere un leggiadro ballerino classico e ricordo che fu davvero divertente per tutti, Peter compreso.
Il lavoro più difficile che ho fatto con i Queen è stata sicuramente la realizzazione del loro ultimo video: “These Are The Days Of Our Lives”. Quello che non molti sanno è che intendevo facesse parte di una trilogia che iniziava con “I’m Going Slightly Mad” per poi proseguire in Days of Our Lives e terminare con “No One But You, Only The Good Die Young”, che fu filmato quando Freddie non c’era più ed erano Brian e Roger a cantare. Questi tre video non solo hanno un unico team (cameraman, regista, etc.) ma anche un unico stile visivo. Ritengo che siano il punto culminante del mio lavoro con i Queen, almeno per quanto riguarda i video.
Ho realizzato anche dei documentari “Queen Magic Years”nel 1986, “The Untold Story” sulla vita di Freddie Mercury, che ha anche vinto dei Grammy. Ne ho fatti anche altri per il gruppo come “The Queen Phenomenon” e “Champions Of The World”, sono molto orgoglioso di non aver fatto solo video per la band e di essere anche stato il regista di alcuni loro concerti live.
Ci furono dei momenti molto divertenti anche durante la realizzazione dei documentari, ricordo ad esempio quando filmammo la festa di compleanno di Freddie a Monaco di Baviera o quando Brian si tuffò tutto vestito dentro la piscina dell’Hilton sempre a Monaco di Baviera, o ancora quando Roger si ritrovò mezzo nudo in strada perché dovette uscire di corsa dall’albergo per un allarme antincendio scattato mentre stava facendo la doccia… ci sono tanti aneddoti divertenti!
Jim Beach è stato il co-produttore dei documentari prodotti e diretti da me, dato che è il manager dei Queen e siamo diventati amici, ma c’è stata una volta in cui ho ignorato i suoi “ordini”. Stavo filmando per un documentario durante quello che sarebbe stato l’ultimo concerto dei Queen con Freddie, a Knebworth in Inghilterra, alla presenza di 125.000 spettatori o anche di più e volevo fare qualche ripresa dentro i camerini.
Lo chiesi a Jim e lui rispose “No, no, no, non disturbare Freddie” ma decisi di testa mia ed entrai con il mio cameraman, è stato quando abbiamo filmato Freddie che scaldava la voce e ad un certo punto è entrato anche Roger. Sono le uniche riprese che lui permise di fare e mostrano come il genio Freddie Mercury si preparava ai concerti.
Quando gli chiesi se potevo entrare, lui rispose subito “Sì, fanculo!”
Ecco perchè queste storiche riprese esistono e la gente può vedere cosa faceva Freddie nei cinque minuti che precedevano lo spettacolo.

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Quanto è stato difficile, soprattutto mentalmente ed emotivamente, per te e per tutto lo staff, lavorare agli ultimi video dei Queen conoscendo le condizioni di salute di Freddie? E quanto lo è stato per la produzione postuma?
Freddie non ha mai voluto essere un problema per nessuno. Io sapevo da tempo della sua malattia, quando gli altri non ne avevano ancora idea.
Ad esempio durante i video “Breakthru” e “The Miracle” nessuno sapeva ancora nulla, a parte, credo, la band.
Negli ultimi video è stato davvero difficile, venivo pregato da Jim Beach di andare cauto con le riprese per evitare che Freddie già esausto si stancasse troppo, ma lui non voleva essere di peso e quando la musica iniziava, Freddie Mercury era Freddie Mercury e il resto non aveva più importanza! Per questo è degno di ammirazione ancora oggi.
Per quanto mi riguarda, penso che talvolta ci si rifiuti di affrontare la realtà, è come se tu dicessi “forse non se ne andrà, ci sarà un modo per farlo continuare a vivere” e allora scacci i brutti pensieri.
Non è possibile fare un video con Freddie Mercury o con i Queen davanti a te tutto il giorno e pensare in continuazione “oh mio Dio, il mio amico sta per morire”, non è ragionevolmente possibile, così rimuovevo tutto ciò dalla mia mente.
Per quanto riguarda i video realizzati dopo la sua morte, fu tutta un’altra storia perchè ero assolutamente consapevole che Freddie se ne era andato.
Ad esempio per il video “In My Defense” (che penso sia uno dei miei migliori lavori riguardanti la carriera solista di Mercury, insieme a “Living On My Own”), ogni immagine che utilizzavo portava con sé tutta una sua storia: mi ricordava dove eravamo, cosa era successo prima e dopo lo scatto e tutto ciò rendeva il mio lavoro emotivamente molto intenso.
Per la creazione di “In My Defense” ero molto concentrato nel trovare immagini che si adattassero alle parole che Freddie cantava nella canzone.
Fu tutto molto tecnico, ma poi arrivò il momento in cui pensai “è finito” e allora guardai il video, per la prima volta da semplice spettatore e fu allora che le lacrime scesero dai miei occhi, ero davvero commosso e ciò mi fece capire che avevo lavorato nel modo giusto.
Anche con altri video postumi ho percepito Freddie con me, era il mio mentore anche se non era fisicamente presente. Mi ha insegnato talmente tante cose in così tanti anni che sentivo che lui sarebbe stato felice, o almeno soddisfatto del mio lavoro.

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Qual è il ricordo più emozionante che hai del tuo amico Freddie Mercury?
Beh ci sono un sacco di ricordi emozionanti, ad esempio quando filmai Freddie sul palco con i Queen a Knebworth, durante il loro ultimo concerto, mentre 250.000 mani applaudivano al ritmo di “Radio Ga Ga”.
Ho anche dei ricordi che non sono legati a momenti spettacolari, ma ad altri molto differenti ma ugualmente emozionanti, ad esempio quando stava con i suoi gatti, era una persona completamente diversa ma allo stesso modo speciale.
O quando semplicemente giocava a Scarabeo.
Ma il ricordo più importante, che mi emoziona ogni volta che ne parlo, è quando penso: sì, Freddie sul palco era uno dei più grandi interpreti Rock e Pop di sempre della storia della musica…sì, era una delle voci più belle e con più estensione di sempre, come mi diceva la stessa Whitney Houston, grande fan di Freddie… Sì, era un grande artista nel senso “bohemienne” della tradizione francese e italiana, interessato alle arti visive, alla musica, alla moda, allo stile…ma la cosa più emozionante è che era davvero grande come uomo, era generoso, l’ho visto aiutare molte persone che avevano problemi e ciò non lo sapeva nessuno, a parte la sua cerchia più intima di amici, di cui per un po’ di tempo ho avuto il privilegio di farne parte.
Inoltre ho il massimo rispetto per il modo in cui Freddie ha affrontato la malattia, perché ad esempio nell’ultimo video avrebbe avuto tutto il diritto di essere scostante e di cattivo umore perché sapevo per certo che il giorno in cui girammo aveva forti dolori, anche se me lo dissero dopo, ma lui non lo ha mai fatto capire a nessuno.
Mi sono spesso chiesto, sperando che mai accada, come mi sarei comportato al posto suo: un uomo famoso, felice e osannato dal mondo intero, all’apice di una strabiliante carriera, che all’improvviso si è trovato ad affrontare una malattia come l’AIDS, sapendo che lo avrebbe portato ad una morte prematura.
Di lui ammiro questo, che nonostante la situazione drammatica che stava vivendo, è rimasto un gentiluomo fino alla fine.
Ho il massimo rispetto per il mio amico Freddie, per l’uomo Freddie.
Questo, per me, è il ricordo più emozionante.

In questi ultimi mesi hai una intensa attività con i tuoi canali social, tra canale YouTube, dirette Instagram in cui rispondi alle domande dei fan. Come potresti descrivere il rapporto diretto che hai con i tuoi fans?
Il rapporto diretto con i fan dei Queen di tutto il mondo, così come i rapporti che intrattengo con i miei amici, fan e follower sono molto importanti per me. Per questa ragione mi espongo in prima persona sui Social e ho creato una trasmissione live “RUDI BACKSTAGE” (in cui racconto storie vissute con gli artisti con cui ho lavorato, oltre a rispondere alle domande dei miei follower) che viene trasmessa tutte le domeniche dal mio ufficio di Miami (Insta Live @rudi_dolezal / YouTube live e Facebook), visibile alle ore 20.00 in Italia. Ho inoltre fondato un canale separato “RUDI DOLEZAL´s DoRoTV”, dove i fan dei Queen si devono abbonare per accedervi, dato che mostro loro rarità, specials e diversi altri documenti interessanti sulla band, ci sono sempre molte novità.
Inoltre ho desiderato lasciare per tutti i fan qualcosa di speciale, che da quanto mi risulta non è mai stato fatto: già da ora tutti i miei fan possono assicurarsi il mio libro “My Friend Freddie” autografato, con un piccolo anticipo di 10€ sul sito www.myfriendfreddie.com Invito tutti i fan dei Queen ad approfittare di questa offerta esclusiva, valida solo per un periodo di tempo limitato. Sulla home page viene spiegata passo a passo la modalità. Il libro è stato naturalmente tradotto anche in italiano. Per 15€ ci si può garantire il pacchetto VIP, ossia non mi limito ad autografare il libro, ma scrivo anche una dedica speciale, diversa per ognuno. Con questa opportunità voglio che tutti i miei fan possano acquistare la prima edizione del libro con questi servizi aggiuntivi. Freddie una volta mi disse “Senza i fan non siamo nulla”. La penso alla stessa maniera i fan sono la cosa più importante!

© Rudi Dolezal

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Irene Zenarolla
Nasce a Udine nel 1973 Maestra d'Arte Orafa e Jewerly Designer, si definisce Queenologa purista per via della sua trentennale passione per la leggendaria band inglese, per la quale nel 1996 ha realizzato un pendente in oro raffigurante il primo logo del gruppo disegnato da Freddie Mercury, gioiello destinato ad un’asta di beneficenza che raccoglieva fondi per la Mercury Phoenix Trust. Appassionata di Storia del gioiello antico e contemporaneo, di pittura, scultura, fotografia, architettura, design e musica di ogni genere e stile, si occupa anche della ricerca di nuove forme d'arte e di chi ne è l'artefice.

1 COMMENTO

  1. Bravo for this interview, which is fascinating to read and also very moving. Unfortunately I do not speak Italian, but I was able to read it very well with an online translator. Can’t wait to read Rudi’s next articles on your site !

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