Inutile continuare a ripetersi: il jazz italiano conosce la propria strada, ama il confronto, esprime talenti e visioni multicolori, piace a tutti. Vi presentiamo una manciata di pubblicazioni recenti, tutte elaborate con la formazione forse più tipica e discorsiva della musica afroamericana, il quartetto. Cinque lavori che vedono alternarsi personaggi noti nell’ambiente jazzistico e giovani debuttanti offrendo sempre un piacevole ascolto.

Francesco Cataldo Quartet

Francesco Cataldo
Giulia (Alfa Music/Egea)
voto: 9

Personalmente considero Marc Copland uno dei giganti del pianismo europeo contemporaneo. Un jazzista raffinatissimo, con un tocco sulla tastiera sempre elegante e poetico, con un’ispirazione che parla un linguaggio colto senza mai essere pedante né tanto meno superficiale. Avere un personaggio di questo calibro tra i protagonisti del proprio fare musica è già di per sé una patente di qualità indiscussa, confermata dalle parole dello stesso Copland: «Francesco è un giovane che sa riscaldare con la sua meravigliosa sensibilità lirica, sia come compositore che come musicista».
Questo secondo album del chitarrista siciliano, dai tratti profondamente autobiografici (come afferma lui stesso) e dedicato alla figlia fotografata in copertina, è un gioiellino dalle tessiture quasi impalpabili sebbene piene di sostanza poetica, dai tratteggi che sembrano solo accennati eppure carichi di invenzioni sottili, dalle linee melodiche evocatrici e “profumate”, dall’emozionalità che corre come un fiume carsico innervando ogni sfumatura sonora.
Difficile scegliere uno o due brani di riferimento in un percorso tutto a firma del leader, che, dall’iniziale I tuoi colori alla conclusiva Circles, passando per magnifica title-track, per le due versioni della narrativa Two Ways, per la struggente Joy And Pain, per tutte le altre, mantiene cadenze sempre alla ricerca del canto rivelatore, delle note che sappiano sigillare paesaggi del cuore e della vista. Con il contributo di una coppia ritmica top, formata dal nostro sempre impeccabile Pietro Leveratto e dal batterista americano, “in punta di bacchette” come pochi altri, Adam Nussbaum.

Aldo Bagnoni Quartet

Aldo Bagnoni
The Connection (Alfa Music/Egea)
Voto: 8

Ascoltare un batterista come leader mi fa sempre pensare ai vecchi cari treni a vapore. Si capiva subito dov’era la testa, si palpava la fatica dei macchinisti per farlo correre, si vedeva il ritmico pulsare delle aste e delle pulegge muovere le ruote davanti e con loro tutto il convoglio, si veniva come avvolti dal fumo utile della ciminiera. Un’immagine di forza e di fatica. E Aldo Bagnoni, sessantenne drummer e compositore pugliese dal lungo pedigree (da cui citiamo almeno i due cd con la Dolmen Orchestra per la prestigiosa etichetta inglese Leo e le collaborazioni in ambito world), nonché collega giornalista, ci propone un album che ha l’andatura e la bellezza di una locomotiva e dieci vagoni in partenza da una stazione di rifornimento.
Un treno carico carico di… jazz contemporaneo pastoso e moderno, mainstream in maniera cantabile e giocato in continui rimpalli tra tradizione post bop ed elementi mediterranei, senza schemi di facile presa o di immediata etichettatura. Insieme al pianista Mario Tre, al sassofonista Emanuele Coluccia e al contrabbassista Giampaolo Laurentaci, Bagnoni disegna un percorso che arriva al suo pulsare più potente con il groove di Oral Culture e della rilettura del traditional lucano dal titolo inglesizzato Lipompo’s Just Arrived, un progredire spalmato di sprazzi atonali e di occhieggi etnici, dettato dalla voglia di sintonizzarsi con “tutti coloro che, in questo mondo logorato dalla paura e dall’odio dell’Altro, non lavorano a dividere, ma appunto a connettere”.

Stefano Coppari Quartet

Stefano Coppari
Scar Let (Auand/Goodfellas)
Voto: 8/9

Il titolo definisce immediatamente un album “doppio”, dalla personalità quasi bifronte. Scar Let sta per “lasciare una cicatrice”, ovvero segnare a fondo, colpire in maniera inattesa e perfino nociva, ma, se si dimentica la cesura, Scarlet definisce un colore brillante, elegante, passionale, energetico.
Così vuole la sua musica il chitarrista 37enne di Pescara, che qui si propone per la seconda volta da leader e per la seconda volta con la prediletta formazione a quattro, ma con compagni di viaggio del tutto differenti da quelli di Eureka, il debutto del 2016. Il passo avanti è evidente fin da un primo ascolto, dettato soprattutto dal fluire melodico sempre nitido e convincente, cui le imprevedibili impennate dal sapore quasi sperimentale offrono nuovi incipit e nuovi stimoli, mai brusche frenate né fastidiose rotture.
I brani sono tutti originali a eccezione di La Mouffe di Johnny Raducanu, che ha fatto vincere a Coppari & co. l’International Jazz Festival intitolato al pianista rumeno nel 2018. E si snodano come vive suggestioni, dinamiche come il variare della luminosità durante una di queste belle e volubili giornate di fine primavera. Da citare il contributo fattivo e il contraddittorio discorsivo dei collaboratori: Nico Tangherlini (pianoforte), Lorenzo Scipioni (contrabbasso) e Jacopo Ausili (batteria).

Vittorio Cuculo Quartet

Vittorio Cuculo Quartet
Between (Alfa Projects/Egea)
Voto: 7/8

Il ragazzo ci sa fare. È la prima impressione che viene da scrivere. E lo dimostra senza mai stra-fare, segno di sicurezza nei propri mezzi e soprattutto di ottime “scuole”, tra le quali vanno ricordati gli organici orchestrali Siena Jazz University Orchestra, New Talents Orchestra e Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti.
Questo debutto da leader del sassofonista romano scivola via come acqua limpida, alternando con sapienza standard hard bop a inediti firmati dai suoi partner, il pianista Danilo Blaiotta e il contrabbassista Enrico Mianulli (completa la formazione il batterista “storico” Gegè Munari), per concludere con una particolarmente toccante versione della Vedrai vedrai di Luigi Tenco, cui contribuisce anche il fratello violinista Enrico. Con una voce strumentale particolarmente chiara e luminosa, l’alto di Cuculo disegna trame per lo più a maglie larghe, piene di idee e di lirismo, sorrette da un pianoforte tanto poco appariscente quanto molto efficace e da una ritmica che fa della combinazione di eleganza ed energia il proprio timing.
Veramente riuscite le riprese della parkeriana Cherokee, il brano più movimentato degli 11, dell’infinita In A Sentimental Mood, evitando il rischio della banalizzazione, e della magnifica Nightbird di Enrico Pieranunzi, ormai un evergreen mondiale.

Chiara Pancaldi con Darryl Hall

Chiara Pancaldi
Precious (Challenge)
Voto: 8

«Scrivere musica significa trovare la mia voce più profonda, comprendere meglio chi sono come musicista, come madre e come donna. Le mie canzoni raccontano della mia vita, degli amori, delle fatiche, delle gioie e dei dolori» . La 38enne cantante bolognese (è laureata in antropologia, che, dice, le ha insegnato un suo modo di essere nel mondo attraverso l’arte) arriva al quarto disco da solista per proporsi la prima volta anche nel ruolo di compositrice. Una scelta saggia, che andrebbe consigliata a molti giovani e che l’etichetta olandese per la quale incide da anni ha ben supportato. I brani di Pancaldi sono raffinati, levigati con una cura certosina, cesellati amorevolmente, a volte quasi fin troppo, e sanno prendere vita sotto l’impulso della voce sensuosa e timbricamente ricca della protagonista, ormai pienamente matura e consapevole dei suoi mezzi. Due deliziose cover — la troppo poco conosciuta You And I di Stevie Wonder e la Urban Folk Song, ormai quasi uno standard, del bassista d.o.c. che la accompagna da anni, il richiestissimo americano Darryl Hall — completano una proposta di jazz intrigantemente intriso di richiami folk, pop, sudamericani, cristallino nelle soffuse ballad e preciso nei momenti più articolati, “prezioso”, come recita il titolo, sempre, con testi in inglese e portoghese di buona tenuta lirica. Completano il quartetto, che si muove con un delicato interplay, il pianista Roberto Tarenzi e il batterista Roberto Pistolesi, e si fanno apprezzare gli interventi “mirati” e saporosi di Giancarlo Bianchetti alla chitarra e Diego Frabetti alla tromba.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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