I gruppi europei che si dedicano al funk e alle sonorità che ruotano attorno al sound più emozionale e ballabile che ci sia sono sempre più propositivi e di classe. Ve ne proponiamo alcuni che di recente hanno realizzato un nuovo lavoro di eccellente livello. E non meravigliatevi del voto uniforme per tutti: mutatis mutandis l’alta qualità rimane la stessa.

Crowd Company

Crowd Company
Lowdown (Vintage League Music)
voto: 8

Sono tra i più ortodossi del nostro lotto i ragazzi guidati dal chitarrista e cantante Robert Fleming e dal tastierista Marco Corona, giunti con questo Lowdown al terzo album, che ne decreta la totale maturità espressiva. Il loro approccio alla materia black propone solide coordinate funk e soul dal sapore vintage, cui si intrecciano incalzanti groove e le belle voci delle due frontwoman Esther Dee e Joanne Marshall, sorrette da una voglia di contemporaneità dichiarata fin dal primo brano A New Direction.
A partire dal funk “totale” del singolo fulmicotonico Express 76, della paradigmatica Get Used To It e della magnifica Now Is The Time, questo lavoro ci riporta ad antiche atmosfere anni 60 e 70 (spesso sorrette da testi di stringente attualità), ma insieme sa distribuire il brio di un fare musica sempre accattivante e orecchiabile lungo traiettorie appassionate e variegate insieme. Così Stories ha un sapore più northern, Change Your Mind rallenta la pressione puntando al soul e volando sulle note della tromba e lo strumentale conclusivo Orbital profuma di psichedelia jazzy, facendoci ipotizzare innovative possibili vocazioni per il futuro.
Il tutto con il supporto — che da solo vale un carico da 11 — dei due fiati dei Lettuce, gli americani Ryan Zoidis al sax e “Benny” Bloom alla tromba, e del tocco “magico” del produttore Alan Evans dei Soulive.

Dr. Rubberfunk

Dr. Rubberfunk
My Life At 45 (Jalapeno)
voto: 8

Simon Ward è un maestro del funk contemporaneo. Acquisito il suo nome d’arte come deejay all’inizio dei Novanta, ha da allora scodellato una manciata di album pieni di vita-lità e di “tendenza”, di lungimiranza verso il passato e verso il futuro, di miscele raffinate e insieme ruvide di strumentazioni, suoni, idee. Perfetta nel seguire l’evoluzione del dottore nei territori di un funk gommoso, che ti si appiccica alle orecchie come un chewing gum sotto le poltroncine di un cinema di periferia, è la serie My Life At 45, che diventa finalmente un album pieno di canzoni e strumentali, dopo aver praticato in quattro occasioni le sembianze del 45 giri da 7”.
Questo quarto cd di Dr. Rubberfunk — che è anche eccellente produttore e multistrumentista — arriva a dieci anni dal precedente Hot Stone e incredibilmente, come fosse un sequel immediato, ne segue le tracce, assai più di quelle del secondo e quasi omonimo My Life At 33. Tra gli otto brani tratti dai singoli già apparsi (da ciascuno ne ha scelti due su tre) segnaliamo il quasi gospel A Little Blahzay e il quasi pop A Matter Of Time, entrambi cantati dalla nuova pupilla Izo FitzRoy, il blues-funk accattivante Boom!, con la voce di John Turrell, e gli strumentali How Beautiful, sinuoso, jazzante e quasi psichedelico, e Pressure Crooker, solido blues-funk alla Booker T. Tra i quattro inediti brilla di luce propria l’intensa With Love, in cui emerge la sensibilità dell’interprete Stephanie Whitelock.

Speedometer

Speedometer
Our Kind Of Movement (Freestyle)
Voto: 8

L’attacco è di quelli immediatamente accattivanti: fiati in parata e la bella voce di Vanessa Jamie per We Gave Up Too Soon e poi ancora funk sanguigno condito di sapori latini e jazzy nello strumentale successivo Abuja Sunrise. Così gli Speedometer festeggiano i vent’anni e più di attività con un quinto album che non lascia nulla al caso, forti di un’esperienza consolidata al fianco anche di leggende a stelle e strisce come Joe Quaterman, Eddie Bo, Sharon Jones e James Bell degli Highlighters, tanto per citarne alcuni.
Se Kashmir — nulla a che vedere con gli Zeppelin — ha tinte psico-orientaleggianti, Let’s Start A Movement, con la voce di James Junior (già ascoltato nel precedente No Turning Back del 2015), veleggia su mari appena increspati, ma dalle acque black che più black non si può, Edge Of Fear immerge in clima di pura blaxploitation anni 70, Time To Slow It Down scatta e vibra come la voce di Najwa Ezzaher (lanciata da The Voice UK), efficacissima anche in Look No Further dai connotati più mainstream.
In All In è ancora la Jamie a condurre un funk energetico e pieno, cui seguono la latineggiante Funky Amigo, la solida Mo’ Crunch dalla formidabile fattura acid jazz con l’organo in brillante evidenza, e Mind Escape, dove il flauto intreccia giochi di società dal gusto decisamente retrò ma sapido e intrigante. E siamo arrivati alla fine: senza che neppure ce ne accorgessimo il chitarrista Leigh Gracie e i suoi ci hanno immerso in un’ora di pura eccitazione sonora.

The Haggis Horns

The Haggis Horns
Stand Up For Love (Haggis)
Voto: 8

Loro rispondono perfettamente a uno dei due canoni hitchcockiani sul tipo di storie che vale la pena di raccontare: quello secondo cui deve sempre esserci un inseguimento. Nei dischi degli Haggis Horns tutti inseguono e tutti sono inseguiti in una serie di vortici musicali senza tregua, che partono dalle coordinate classiche dell’errebì più pulsante, percorrono con incedere da purosangue impegnati in una corsa di gruppo le varie lande del funk (senza dimenticare divagazioni varie, dal reggae al soul) e finiscono sulle rive del sound dancefloor, seppure analogico come quant’altri mai.
La “migliore sezione fiati del pianeta” (parole del superproduttore e artista in proprio Mark Ronson) arriva di rincorsa al quinto album ritrovando le sue più autentiche coordinate funky, brillanti e irrefrenabili, con groove brucianti e virate soul, in un continuo incrociarsi di spunti immediatamente godibili. Ascoltare per credere Shoulder To Shoulder, Haggis Express oppure Give It Up, tre esempi di come la formazione guidata da oltre vent’anni da Malcom Strachan e George Cooper al suo top non faccia rimpiangere capostipiti del genere come la Average White Band e persino gli inarrivabili Earth Wind & Fire.
Volendo cercare un’imperfezione a tutti i costi, viene in aiuto l’altro canone di riferimento per il re del brivido: avere una “bella donna in pericolo”. Ovvero un poco manca qua e là la voce di una Lucinda “Zap Mama” Slim (presente nell’ottimo What Comes To Mind del 2015), anche se il bravo John McCallum, presente in sette brani su nove, ha fiato e personalità da vendere.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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