Esclusivo! Bob Dylan Primo in Classifica in Uk davanti a Lady Gaga e compagnia!

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Rough And Rowdy Ways Bob Dylan 19 giugno 2020.

Il Ritorno del Vendicatore Solitario.

Anticipato da tre singoli che si sono succeduti in piena pandemia, il nuovo disco di materiale originale di Bob Dylan arriva sul mercato discografico in un momento nel quale anche solo alludere al mercato discografico è difficile e ambizioso.

Arriva e va a piazzarsi primo in Inghilterra, davanti a colossi del pop fatti per vendere a tonnellate, grazie al lavoro di staff di autori, produttori, influencer, lo fa giocando un gioco con regole tutte sue, lunghezze, ritmi e stili unici.

Da più parti, negli ultimi anni, ogni release di Bob Dylan, ogni tour, viene vissuto come “forse” l’ultimo, perché a 79 anni, sai…ma Bob, in fondo, è quello di:

  “I was so much older then, I’m younger than that now”.

Partiamo dalla cosa più vicina alla musica per come la intendiamo e cioè il Suono.

Il suono di “Rough And Rowdy Ways”, prodotto da Dylan stesso è splendido, un suono che rispetta tutti i colori delle frequenze, con una ripresa vocale straordinariamente presente ma trasparente, che lascia godere di tutte le inflessioni della voce ricca e espressiva del titolare senza togliere spazio ai musicisti.

Manca uno dei pilastri della band di Bob degli ultimi anni, quell’amatissimo, perlomeno da me, per quel che conta,  George Receli alla batteria che ha abbandonato il seggiolino non si sa perché, sostituito in modo eccellente, perlomeno in studio, da Chris Cameron. Ci sono alcuni guests ma non viene specificato dove sono, tra i quali spicca la talentuosissima Fiona Apple, che probabilmente aggiunge il pianoforte e forse qualche harmony vocals.

Forse.

Come al solito pero’, Bob potrebbe invitare Jimi Hendrix, Charlie Parker e Jorma Kaukonen a suonare sul suo disco ma, alla fine, il tutto suonerà come un disco di Bob Dylan e la cosa  è ancor più evidente qui.

E’ un grande pregio.

 

Così come io vedo assolutamente come un regalo il gioco dei riferimenti incrociati, già dal titolo del disco, che ritroviamo in un  lavoro del mitico Singing Brakeman Jimmie Rodgers, chiamato proprio “My Rough And Rowdy Ways”.

Bob ha sicuramente messo in fila alcune delle sue più belle esperienze degli ultimi dieci o quindici anni, sicuramente i suoi radio shows sono diventati la base del lavoro di approfondimento del patrimonio di musica, racconti, suggestioni, che hanno quindi innervato la sua ricerca, ci sono eco del tono del racconto che è simile al lavoro da dj fatto da Bob ma soprattutto le scelte, raffinate, oscure, splendide, trovano una straordinaria eco qui.

Così allo stesso modo, chi ha visto Bob Dylan negli ultimi anni, troverà la sua voce attuale, che io trovo splendida, quella che ha fatto sì che se la sia sfangata con il repertorio di ballad e songs dell’era “Tin Pan Alley” e altro di “Triplicate” e “Shadows in the Night” .

Gli infedeli che hanno gridato allo scandalo non hanno capito la portata rivoluzionaria di quel progetto, che ha dato nuova linfa alla creatività dell’intelligenza aliena di Bob.

Mi chiedo spesso cosa succede quando un nuovo lavoro di Bob arriva e mi immagino spesso chessò, Bruce che si siede sul divano di casa e ascolta “I Contain Multitudes” o “I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You”.

Penso anche a come scompare un disco come “Western Stars” se lo affianchi a questo stream of Bob’s Consciousness, come le istanze peraltro legittime del ragazzo del New Jersey divengano esercizi di stile se confrontati col peso delle parole scelte, saccheggiate, riutilizzate da Bob, quel suo saltellare con sapienza di danzatore da Indiana Jones ad Anna Frank fino a quei Bad Boys of the Rolling Stones. Penso che roba deve essere sentirsi citare dal più grande songwriter vivente.

Penso a Tom Waits che da qualche parte, nell’America del 2020, ascolta “Murder Most Foul” e sente Dylan citare “I was born on the wrong side of the railroad track Like Ginsberg, Corso and Kerouac”con metrica da rapper e piglio sicuro ed esclamare: “cazzo ce l’ha fatta anche stavolta, è la davanti da solo…”

Qualcuno alza il dubbio del citazionismo, ma il materiale è lì, a disposizione di tutti, possiamo tutti noi provare a scrivere implementando Walt Whitman e le sue multitudini con Glenn Frey e Don Henley, Tommy Can You Hear Me? I’m the Acid Queen.

 

Pian piano, il lavoro subliminale fatto con la voce e il racconto da Bob ti penetra sotto pelle, e ti trovi a prevedere il modo nel quale Bob infila la chiusa della frase perfetta “I Contain Multitudes” giocando con le rime come un jokerman impazzito.

E’ il ritorno dell’America Bella, quella che ha ispirato e non sparato e ucciso.

Il racconto storico dell’eliminazione di John Kennedy diventa un colossal alla Cecil B.De Mille, mentre gli altri cantautori fanno le serie, quelle delle quali senti parlare, che a volte ti senti in dovere di guardare e che trovi sì accattivanti ma prive di valore sostanziale, con pochissima arte e pochissima durata nel tempo.

Qui invece è in azione un talento altro, alieno, che anche utilizzando lo schema del blues, è capace di farlo suo come per “False Prophet” scritta usando la splendida “If Lovin’ Is Believin’” di Billy “The Kid” Emerson Sun Records 1954.

Ripensi a Sam Phillips, a Memphis, a Elvis.

 

Qui occorre dire che l’abilità di Dylan di usare materiale preesistente e farlo suo è sua caratteristica precipua dall’inizio della sua straordinaria carriera, sfido chiunque, soprattutto me stesso, a dire che si ricordavano di quello splendido pezzo.

E’ un disco che ovviamente si candida a miglior disco del 2020, è un disco che fa venire voglia di suonare i pezzi per capire come si è mosso Bob, come ha sistemato le armonie, gli accordi, è un disco che va primo in classifica facendo sì che tutti i rosiconi rosichino.

E’ un disco straordinario, con dentro quello scherno e quell’amore che il nostro ha messo nel suo fare musica da sempre.

Quel suo piglio da “song and dance man”.

Meraviglioso.

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