Il ritorno dei Tacabanda: un nuovo EP, con la partecipazione anche di Alberto D’Amico

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Tacabanda

È una storia davvero singolare quella dei Tacabanda, band veneziana che ebbe un decennio di popolarità fra il 1993 e il 2003. Dopo 15 anni il gruppo si è rimesso insieme e recentemente ha dato alle stampe un nuovo EP, intitolato E continuo a cercare…, che contiene cinque canzoni: L’Urlo, Ariva i Barbari, Un gran brutto filmBrivido e Muoviti Muoviti. «Ci siamo mangiati i soldi che abbiamo guadagnato e ci siamo rimessi insieme», scherza Roberto Gandolfo, cantante e chitarrista della band.

In realtà, ovviamente, le cose non sono andate proprio così. È lo stesso Gandolfo a spiegare realmente cosa è successo nel 2003, ma anche a parlare del nuovo disco e di una collaborazione, quella con Alberto D’Amico, che si è purtroppo dovuta fermare prima che il tour previsto potesse diventare realtà.

Siete tornati dopo una pausa di 15 anni. Ma cosa avete fatto in tutto questo tempo?
Fra il 1993 ed il 2003 abbiamo avuto un periodo abbastanza intenso. Ad un certo punto abbiamo deciso di fermarci per un momento, un po’ per stanchezza e un po’ per i casini di ognuno di noi. Non immaginavamo però che questo momento sarebbe stato così lungo.

Chi ha avuto l’idea di rimettere in piedi la band?
Io all’inizio non ero tanto propenso. È stato il nostro trombettista storico, Pierluigi Volpini, ad insistere perché ci si ritrovasse. Abbiamo allora fatto una prova per vedere di recuperare chi negli anni era transitato nella band e da lì è rinato tutto. La musica è un virus, c’è poco da fare, lo solletichi e viene fuori. Ci siamo rimessi in moto con la voglia di scrivere cose nuove e questo è stato l’elemento determinante per me.

Qual è stata la prima canzone del nuovo corso?
L’urlo, che è il brano anche che apre l’EP. A livello musicale, gli amori della mia adolescenza sono stati il blues e il R&B. Poi sono arrivate le sfumature etniche, considerando fra queste anche la musica tex-mex, tipo le colonne sonore dei film spaghetti western, un genere che non avevamo mai frequentato come Tacabanda. Abbiamo preso questa sbandata e così è nata L’Urlo, che si apre con una bella schitarrata sixty. Per l’occasione ho anche tirato fuori la mia vecchia Stratocaster, un cimelio del 1964. Anche nel video abbiamo un po’ recuperato quella atmosfera, siamo vestiti da figli dei fiori, su una terrazza.

Tacabanda

Pezzi nuovi, ma vi siete cimentati anche con un classico della musica popolare veneziana come Ariva i Barbari di Alberto D’Amico. Perché?
Alberto D’Amico è il poeta veneziano della musica proletaria del secondo dopoguerra. Purtroppo è scomparso due giorni prima dell’uscita del nostro disco. Pietro de Conciliis, che ha fondato con me i Tacabanda, un giorno mi ha telefonato raccontandomi che aveva sognato che facevamo un pezzo di Alberto D’Amico: Ariva i Barbari. Aveva già un’idea sull’arrangiamento e abbiamo deciso di provare. Combinazione in quel periodo D’Amico, che viveva a Cuba da molti anni, era a Venezia. Sono riuscito a recuperare il suo numero, l’ho chiamato e da lì è nata l’amicizia. Fra l’altro ho scoperto che a Venezia abitava a cento passi da dove stavo io, quando vivevo con i miei genitori.

A quel punto cosa è successo?
Ho spiegato a D’Amico il nostro progetto, compresa l’intenzione di “attualizzare” questo grande classico. La mia idea era quella di riscrivere una parte di testo, per raccontare i “barbari” di adesso, la Venezia di oggi. È stato d’accordo e una volta sentita la nuova versione ha anche accettato di cantarla con noi. È nato un bel progetto, dovevamo fare anche un tour insieme. Era molto rock, nonostante avesse già 76 anni. Purtroppo l’idea del tour è sfumata per la sua scomparsa.

Tacabanda

In Un gran brutto film c’è invece un inserto in francese cantato da Miranda Cortes.
Sì, non è la prima volta che nei nostri dischi giochiamo con le lingue. Miranda è stata la prima fisarmonicista dei Tacabanda ed è francese. L’abbiamo coinvolta in questo nuovo progetto e lei ha voluto contribuire scrivendo un paio di strofe, che sono quelle cantate in francese.

Come si era conclusa nel 2003 l’avventura dei Tacabanda?
Con un ultimo live, La grande onda. All’inizio non doveva nemmeno uscire, era solo un bootleg. Poi l’abbiamo pubblicato, con una ghost track alla fine che è l’ultima canzone che abbiamo scritto e che si intitola Total Confusion. La nostra storia era nata con un concerto a una festa popolare, poi era arrivato il primo disco, Marameo, prodotto da una piccola etichetta aperta da un locale all’epoca molto attivo a Marghera, Il Vapore. Per dieci anni abbiamo suonato tanto, in giro per l’Italia, ma anche all’estero. Era un periodo bello.

Ora vi fermate per altri 15 anni o andate avanti?
L’idea ovviamente è quella di andare avanti. Volevamo fare dei concerti, ma siamo stati bloccati dal Covid. Abbiamo una piccola agenzia di Forlì che sta cercando di mettere in piedi delle date, ma con difficoltà. La situazione, con le regole di sicurezza richieste in questo periodo, è un po’ complicata per un gruppo come il nostro. È ovviamente più facile organizzare un reading, per capirci. Per noi è difficile suonare con la gente seduta e lontana un metro. In ogni caso ci proviamo, anche perché noi siamo un gruppo da live.

Ariva i Barbari:

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Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran e il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 curo il blog Atuttovasco.

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