La musica muore? Piove, governo ladro!

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La musica muore

A Milano in poche settimane sono falliti una decina di locali e music club, insieme a negozi, ristoranti e sale cinematografiche indipendenti. Molti milanesi fanno finta di nulla e non se ne renderebbero conto nemmeno se vedessero una di quelle mappe satellitari utilizzate per monitorare la pericolosità di un ciclone. Avete presente quei servizi della CNN dove si vede dal satellite un gigantesco turbine bianco avvicinarsi alle coste della Louisiana o della Florida e poi case divelte come fossero di cartone? Auto che volano rimbalzando sull’asfalto ? Ecco servirebbe un video catastrofico del genere trasmesso su tutti i tg perché qualcuno se ne accorga seriamente.

La gente invece vede saracinesche abbassate ma pensa che prima o poi i locali o i teatri tornino alle attività pre-Covid. Non è così. La realtà è che questi locali erano già sull’orlo del fallimento quando non immaginavamo che dovesse essere obbligatoria una mascherina chirurgica per andare a comprare il pane sotto casa.

Posso riportare la mia esperienza personale degli ultimi sette anni in cui ho fatto la programmazione artistica di tre locali multivalenti dove la musica live è sempre stata centrale: Il Cinema Teatro Trieste a Milano, Il Peter Pan, che peraltro aveva il beneficio di non disturbare acusticamente nessuno, essendo in mezzo al Parco Lambro, e Opera Rock nell’alto milanese, ultima sfortunata creatura di Claudio Conversi, uno che a Milano aveva fondato gli storici Odissea 2001 e Rolling Stone, mica birrerie alla qualunque.

L’anima di questi music club era la musica live con tutto ciò che le ruotava attorno:  arti visive,  cinema  e cultura in generale con ricche presentazioni di eventi, libri, manifestazioni, anteprime cinematografiche e quant’altro. Tutti locali con buona cucina, ottimi bar, esteticamente piacevoli e con personale accogliente ed entrata gratuita. Il più fortunato, il Trieste, è durato cinque anni, gli altri hanno chiuso in meno di un anno.

Nel frattempo chiudeva la Salumeria della Musica, dopo oltre 15 anni di attività. Di questa problematica ce ne siamo occupati tante volte, attribuendo la responsabilità a gestori taccagni, alla proliferazione di pessime tribute band, ai dilettanti allo sbaraglio che toglievano spazi ai musicisti professionisti, ai deejay che “suonavano i dischi”, ai costi Siae, etc, etc, ma mai al pubblico stesso, e questo è stato l’errore principale.

Poi è arrivato il ciclone Covid che ha dato il colpo di grazia annunciando funerali a ripetizione. Nel silenzio assordante, ora si leva il frastuono di quella insopportabile nenia lamentosa, quel tipico lamento italiano che accusa il governo di turno. In parte è comprensibile perché Conte non è mica Angela Merkel che fa destinare un miliardo di euro alla Cultura, di cui ben 180 milioni ai soli music club e locali di Berlino. Come potremmo aspettarci da Conte una generosità simile nel nostro disgraziato Paese che ha il debito pubblico più alto tra tutti i Paesi occidentali?

Invece ecco che il piagnisteo si fa largo con la stessa potenza devastante di uno tsunami. Troppo facile, troppo scontato, troppo banale. Le disgrazie in realtà dovrebbero servire a leggere la storia e possibilmente a cambiarla in meglio. Macchè… troppa fatica, troppo sforzo di memoria e di analisi per l’italiano medio che trova sempre utile e strumentale dire che c’è un problema più importante per non affrontarne uno in particolare.

Allora diciamolo una volta per tutte con tutta l’onestà intellettuale possibile. Sono troppo pochi gli italiani che amano la musica di qualità e la cultura in generale in questo logoro Paese. Quarant’anni di televisione generalista e almeno venti di deriva digitale nei social network, non possono passare senza lasciare profonde ferite nel gusto, nel linguaggio e nel decadimento culturale in generale. Noi italiani abbiamo abdicato la qualità artistica a favore dell’apericena, a quel rito effimero del riso scotto e della focaccia riscaldata, al vasettino di salsa messicana industriale e 4 nacos del giorno prima, serviti al tavolo con un Negroni sbagliato. Se ci capitava davanti uno bravo che suonava il blues lo scambiavamo per una radio, per un rumore di fondo. Che ci frega di uno che suona Muddy Waters dal vivo quando sullo smartphone possiamo ascoltare l’ultima hit di Elettra Lamborghini?

Che ci frega di un scrittore che presenta un saggio su Carmelo Bene, quando possiamo leggere la carta delle birre alla spina? Che ci frega di vedere un film di Terrence Malick se sottocasa il pub trasmette sullo schermo la partita clou Inter-Sassuolo? E via di questo passo per anni, fino a creare quel mostro denominato “Movida” che consiste nello sfondarsi il fegato di gin Tonic e birre a rutto libero tra i Navigli e Corso Como in cui non è nemmeno prioritario la presenza di belle figliole a cui stringere la mano, tanto si passa il tempo a guardare il cellulare.

Tutta questa massa informe dei cosiddetti non eventi, ha rappresentato e rappresenta il concetto stesso di socialità: il vedersi senza vedersi, l’incontrarsi sul nulla, condividendo il vuoto invisibile. In questa città nessuna parola come “evento” è stata così brutalizzata. Negli anni ottanta e novanta i milanesi uscivano programmando la serata secondo gli appuntamenti culturali che la città offriva. A fine serata si andava nel locale, solo per l’atto finale, l’ultima bevuta, ma dopo il cinema, dopo il teatro, dopo il concerto, magari anche solo per condividere le emozioni e le impressioni vissute poco prima. Oppure si sceglieva il locale che aveva la musica più particolare da ballare o semplicemente da ascoltare.  Oggi accade il contrario, si sceglie la strada o il quartiere che tira, indipendentemente se c’è qualcosa da vedere o da sentire, basta ci sia qualcosa da mettere sotto i denti e qualcosa per bagnarsi la gola.

Se i teatri, i cinema, i locali e i music club chiudono a Milano la colpa non è solo del Governo o del Covid ma principalmente dei milanesi stessi, di una città intera che si beve la cultura solo nelle mega manifestazioni ufficiali, secondo il più tipico concetto fieristico: Book City, la settimana del Design, della Moda, della fiera del Mobile, etc… Grandi concentrazioni di casino, spesso organizzate alla rinfusa e in modo caotico in cui si mischia tutto secondo lo stile generalista televisivo, senza stile, regia, senso del linguaggio e delle differenze.

Nei “cittadini” metto nel mazzo anche gli artisti stessi, quelli che cantano nei dischi, come diceva Jannacci nella sua celebre canzone. In questo Paese e a Milano nello specifico, per mettere insieme dieci artisti in grado di catturare l’attenzione della massa, ci vuole un terremoto. Di quelli veri, che tirano giù case e palazzi e fanno centinaia di morti. Allora ecco che salta fuori qualcuno che propone un disco per raccogliere i fondi per la protezione civile chiamando a raccolta quelli delle classifiche, in sala di registrazione. E lì improvvisamente sono tutti buoni amici, anche se si stanno sulle balle da anni. Poi il disco non vende una mazza ma avendo scopiazzato venti o trent’anni dopo gli americani di We Are the World, va bene così.

A Milano la battaglia dei musicisti sensibili, a sostegno della cultura, messa in crisi dal lockdown, si è consumata in un flash mob in Piazza Duomo che pochissimi hanno visto e in un selfie “Io lavoro con la musica” a cui tutti abbiamo giustamente partecipato, ma quale risultato si è ottenuto se non una chiacchierata tra il ministro Franceschini e un paio di artisti ? Finiti i gelati, tutti a casa a pensare al prossimo disco (che non venderà) da presentare alla commissione di Sanremo.

Milano, la città italiana più ricca dove gira la principale economia del Paese si riduce così a un “paesotto di provincia”. I teatri e i cinema chiudono, la musica live muore, persino gli artisti di strada devono evitare di esibirsi per non creare assembramenti. In attesa dei mega concerti rock pop, gli eventi clou restano le birre in strada e lo struscio sui navigli possibilmente con la mascherina abbassata o tenuta sul braccio.

Pare che alla gente tutto questo vada bene, tanto la rivoluzione si è già fatta sul web scrivendo un post in cui si è dato colpa al governo. Mica si può fare come hanno fatto i francesi, gli spagnoli o i tedeschi che si sono spesi per mesi per salvare un gran pezzo di economia e la cultura di una Paese? Eppure gli aperitivi e le birre piacciono anche a loro.

Qualcosa non torna, ma ora mi accorgo che inevitabilmente sto passando dalla critica al lamento nei confronti  di chi si lamenta. Come posso uscirne? Con qualche esempio da mettere in pratica. A Barcellona un locale di proprietà del Comune dato in gestione a un’associazione culturale, ha subìto un inevitabile flop a causa del lockdown. Il Comune, dopo la verifica di morosità, ha dato lo sfratto ai gestori e immediatamente il quartiere si è mosso per salvare la vita del locale e dell’associazione. Il comitato di quartiere ha raccolto firme e fondi per sostenere i costi dell’affitto e contemporaneamente ha svolto una campagna di sensibilizzazione con la partecipazione straordinaria di noti artisti. Risultato. Il Comune ha capito che quel locale rappresentava l’anima del quartiere, era il fulcro non solo di un’attività culturale ma di un luogo fortemente rappresentativo di centinaia di famiglie, di commercianti e di artisti. Battaglia vinta. Il Comune ha cancellato il credito e rinnovato all’associazione l’affitto per dieci anni a prezzo calmierato.

La stessa cosa è accaduta in decine di città europee fortemente colpite dal Covid 19. Impensabile pensare che lo stesso impegno di quei cittadini possa essere adottato anche a Milano per salvare i luoghi dove si crea cultura e vera socialità? La risposta sta nei milanesi stessi ancor prima delle istituzioni. Lamentarsi meno e darsi da fare può essere una soluzione. Probabilmente l’unica possibile.

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Roberto Manfredi
Ha iniziato a lavorare nella discografia nel 1975, collaborando tra gli altri con Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Roberto Benigni, Skiantos e Roberto Vecchioni. Per la TV, è stato capoprogetto e autore di innumerevoli programmi musicali e produttore esecutivo di molti format. Ha scritto per Antonio Ricci, Piero Chiambretti, Gene Gnocchi, Serena Dandini, Simona Ventura, Mara Maionchi e tanti altri. Inoltre ha pubblicato sei libri, tra i quali Skanzonata (Skira editore), Talent shop – dai talent scout a Talent show (Arcana), Cesate Monti, l’immagine della musica (Crac Edizioni) e Artisti in galera (Skira). È anche regista di video clip, film e documentari biografici. Ha vinto un Premio internazionale con il film Il sogno di Yar Messi Kirkuk . Attualmente è regista del tour teatrale Love & Peace di Shapiro-Vandelli. Scrivere è la sua passione.

1 COMMENTO

  1. Grazie,
    ogni tanto fa piacere leggere qualcosa di intelligente. E di utile.
    Condivido tutto quello che lei ha scritto. La deriva culturale è evidente, inutile a questo punto della situazione un’analisi delle ragioni.
    Occorre muoversi dal basso e, ormai, non aspettarsi più nulla che arrivi dai massimi vertici.

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