Daniele De Rossi: una biografia che non tira indietro la gamba (intervista all’autore Daniele Manusia)

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Daniele De Rossi

«Mi chiedi che libro è questo? Beh, dipende dalla porzione che stai leggendo. Ci sono parti da romanzo, altre da biografia tradizionale e altre ancora più sperimentali. Dove mischio la mia vita con la sua…». In un bel pomeriggio d’estate mi risponde così Daniele Manusia, direttore del sito L’Ultimo Uomo e autore a sua volta di numerosi articoli dove il calcio non è mai visto come fredda tecnica, ma sa fondersi col ricordo e l’aspetto emotivo.

Raggiungo telefonicamente Daniele perché tra qualche giorno (24 luglio prossimo) sarà il trentasettesimo compleanno di un suo celebre omonimo: Daniele De Rossi a cui Manusia ha dedicato una biografia — Daniele De Rossi o dell’Amore Reciproco — uscita da poco per 66th and 2nd e che potrebbe tranquillamente essere apprezzata anche da chi non possiede un cuore a tinte giallorosse. Difficilmente accadrà, ma la cultura sportiva (come la speranza) è sempre l’ultima a morire.

Quindi, nell’anno in cui lo stesso Daniele De Rossi (o DDR16) ha appeso le scarpe al chiodo dopo una breve “farewell season” nel Boca Juniors, forse è il caso di rileggere da capo la carriera di un calciatore d’altri tempi. Una bandiera della Roma che stranamente ha giocato le sue stagioni più gloriose immerso nel calcio (troppo schematico e ancor di più mediatico) del terzo millennio. Un’anomalia, Daniele De Rossi. Una gran bella anomalia analizzata ora da un libro (di circa 250 pagine) che scava a fondo su di lui. Come certi tackle dove non si tira mai indietro la gamba.

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Te lo chiedo sinceramente: ti sarebbe piaciuto avere De Rossi coinvolto in prima persona nella stesura del libro?
Beh, a quel punto sarebbe venuto fuori qualcosa di completamente diverso. Ho anche fatto un timido tentativo per coinvolgerlo, il famigerato messaggio che passa di amico in amico, ma alla fine l’opera è nata così. Meglio? Peggio? Di sicuro alla casa editrice interessava di più uno sguardo esterno su Daniele De Rossi. Anche perché quello stesso sguardo — che poi è quello della tifoseria giallorossa — è stato parte fondamentale della sua storia da calciatore.

Mi sembra che tra queste pagine tu racconti anche le zone d’ombra del De Rossi “personaggio pubblico”. Non ometti nulla. Sia che si tratti del suo primo, turbolento matrimonio che di quella famosa intercettazione telefonica del ROS ai tempi di Mafia Capitale…
Non poteva essere altrimenti: sono fatti di cronaca che puoi trovare su qualsiasi motore di ricerca. A parte questo, il libro è composto al 95% da imprese che riguardano solo la grandezza dell’atleta. Perché di questo stiamo parlando: di un combattente del rettangolo verde.

Mi ha stupito questa tua completezza d’indagine. Un po’ perché alcune storie su Daniele travalicano volentieri la leggenda metropolitana; un po’ perché quel titolo, Daniele De Rossi o dell’Amore Reciproco, lascia intendere che questo sia un libro solare e positivo…
E lo è. Tra l’altro, a tutte quelle leggende di popolo, ho dedicato un capitolo intitolato “Il Tatuaggio” dove appunto descrivo quel suo celebre tattoo sulla gamba destra che lo raffigura come una psichedelica caricatura di sé stesso.

Straordinario quel tatuaggio. Con la barba lunga che si perde nell’etere e il cilindro a forma di pinta di birra…
Esatto. La famosa barba chiacchierata fino allo sfinimento dalle radio romane (quella che, nella fantasia di qualcuno, dovrebbe nascondere uno sfregio su pelle, n.d.r.) e il cilindro pieno di Lager per via di quella volta che si presentò, al controllo antidoping, con in mano una bottiglietta di birra analcolica. Questo suo ironizzare pesantemente su certe dicerie credo che la dica lunga sul carattere del personaggio.

Dai, parliamo di calcio. De Rossi è sempre stato un calciatore universalmente spettacolare nel suo proporsi “box to box” (come dicono bene gli inglesi quando parlano di un atipico che prima lo trovi a difendere e, trenta secondi dopo, è già nell’area di rigore avversaria). Per non parlare dei suoi inserimenti chirurgici nel cuore del gioco. A te chi ha ricordato fin dai suoi primi passi in serie A?
Mah, all’epoca si diceva fosse quel tipo di calciatore tosto, mai domo, english-oriented, un po’ alla Steven Gerrard o Frank Lampard. Paragoni che ci stanno tutti.

Io l’ho sempre visto come un incrocio tra Roy Keane e Marco Tardelli. Un Tardelli ancor più moderno e grintoso dell’originale. Ti convince come accostamento?
Può essere. Tra l’altro Daniele non ha mai fatto mistero di stimare oltremodo Keane. Da cui il suo numero di maglia, il 16, che era sia quello di Roy che il giorno di nascita di sua figlia Gaia. La questione, per me, è un’altra: De Rossi, con la sua aria sofferta e concentrata, con il suo gioco maschio ma leale, non è che abbia mai avuto bisogno di chissà quali maestri. D’altronde stiamo parlando di uno che, a 22 anni, realizza con estrema freddezza un rigore decisivo nella finale del Mondiale 2006 contro i francesi…

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Forse Totti, a differenza sua, è stato più “politico” nel gestire la sua carriera. Voglio dire: Francesco lascia la Nazionale subito dopo la notte di Berlino, da campione del mondo in carica, e smette col calcio giocato nel 2017 di fronte ad ottantamila spettatori in lacrime e dopo che la Roma è appena approdata in Champions League…
Tipico di Totti. Che è stato, è e sarà sempre il simbolo della AS Roma. Il suo verbo.

De Rossi, invece, esce dal Club Italia dopo il pareggio vergognoso di San Siro con la Svezia (quello che ci ha impedito di andare ai mondiali russi), manda a quel paese il CT Gian Piero Ventura e infine sale sul pullman degli scandinavi per far loro i complimenti. Tempo un anno e mezzo e va al Boca Juniors dopo un campionato estremamente complicato con i giallorossi. Stagione 2018/2019: esonero di Eusebio Di Francesco, spogliatoio nel caos e Claudio Ranieri nei panni del “traghettatore” che non riesce a qualificare la squadra per la Champions…
Il fatto è che De Rossi ricopriva questo ruolo di tifoso della Curva Sud che, meritoriamente, la partita se la giocava dal campo. E poi la tremenda costanza, certo. La sua dedizione assoluta ad attendere qualcosa di importante che, in fin dei conti, non è mai arrivato. Totti lo scudetto lo vince sul serio nel 2001. De Rossi, invece, lo attende per 18 lunghi anni pensando ogni volta che quello dopo sarà l’anno buono. E invece…

E senza mai passare al Manchester United o cercare gloria altrove. Come Totti, ma con ancora meno trofei da sfoggiare.
Già. Non credo sia stato facile per lui mandare giù certi bocconi amari: dalle sconfitte con Capello a quelle con Spalletti, Ranieri e Garcia passando per l’arrivo della proprietà americana: tutte circostanze andate disilluse. Però, allo stesso tempo, non si può calcolare la grandezza di un amore solo in base ai trofei in bacheca.

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Pensi che con il suo addio al calcio, avvenuta il 6 gennaio di quest’anno, si sia chiusa definitivamente un’epoca? Non parlo soltanto per la Roma, ma per l’intero calcio italiano…
Eh, della vecchia guardia ormai restano solo Chiellini e Buffon. Forse l’addio di De Rossi ci ha sorpreso perché un paio di stagioni in più, con la maglia giallorossa, poteva ancora farle da protagonista… Se glielo avessero consentito, avrebbe capito da solo quando smettere. Non avrebbe mai rubato un giorno in più di stipendio e difatti col Boca è stato coerente.

Però non era un calciatore “antico”, vero?
No, aveva un rispetto pazzesco per la storia e le tradizioni, ma si muoveva bene anche nel presente. Non amava le dirette Instagram realizzate direttamente dallo spogliatoio, come facevano e continuano a fare certi suoi compagni più giovani, ma intanto ne era al corrente, borbottava e non si chiudeva a riccio nei “bei tempi andati”.

Te lo immagini in futuro nel ruolo di allenatore?
Beh, lui ha già detto che sta studiando a fondo la materia… Se chiudo gli occhi me lo vedo in panchina, grintoso come Antonio Conte, ma anche attento al bel gioco come Luis Enrique che lui ebbe alla Roma nel 2011/2012 ed apprezzò molto. Luciano Spalletti potrebbe essere un altro di cui fare tesoro. Il toscano, d’altronde, è quello che ha nobilitato meglio De Rossi. Trovandogli un ruolo essenziale e allungandogli notevolmente il raggio d’azione.

Ultima domanda, Daniele: il tuo omonimo ti ha già mandato dei feedback? De Rossi ha letto e apprezzato il tuo libro?
Non te lo posso dire perché, anche se fosse successo, stiamo parlando di un uomo molto riservato. Non me lo vedo a promozionare un libro del genere con una bella storia su Instagram! (ride) In ogni caso una copia gliel’ho spedita. Se fosse disponibile un giorno per una presentazione in pubblico, beh, per me sarebbe solo un grande onore…

Piaciuta l’intervista? Se volete saperne di più su Daniele De Rossi o dell’Amore Reciproco , un libro che trasuda romanismo, cliccate QUI.

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